MARCELLO FOIS.

NEL TEMPO DI MEZZO.


2012.
.
...
Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
...
.
...
Presentazione.
.
Vincenzo Chironi  sardo friulano, per molti anni figlio di nessuno   un uomo che non
dovrebbe neppure esistere, quando torna in una terra che pare esistere da sempre. L ricomincia a
vivere, diventa se stesso, s'innamora dell'unica donna a lui proibita. Finch il tempo e gli eventi non
incrineranno le vite di tutti, senza crudelt, con precisione.
E mentre la Storia rotola dal tempo di mezzo a un tempo nuovo, mentre gli amori coniugali
nascono e poi muoiono piano, senza far rumore, altre storie sono destinate a non finire, a buttare
germogli chiss dove. A gettarsi, spiazzandoci, nel futuro.
Vincenzo Chironi mette piede per la prima volta sull'Isola di Sardegna  una zattera in mezzo
al Mediterraneo  nel 1943, l'anno della fame e della malaria. Con s ha solo un vecchio documento
che certifica la sua data di nascita e il suo nome, ma per scoprire chi  lui veramente dovr
intraprendere un viaggio ancora pi faticoso di quello affrontato col piroscafo che l'ha condotto fin l.
A Nuoro trova ad attenderlo il nonno, Michele Angelo  maestro del ferro, che gli far da padre e da
complice in parti uguali , e soprattutto sua zia Marianna, che vede nell'inaspettato arrivo del nipote
l'opportunit per riscattare un'esistenza puntellata dalla malasorte.
Anni dopo, quando ormai a Nuoro la presenza di Vincenzo Chironi sembra scontata, naturale
come il mare e le rocce, la forza del sangue torna a far sentire il suo richiamo. Perch quando Vincenzo
conosce Cecilia, che ha gli occhi di un colore che non si pu spiegare, innamorarsi di lei gli sembra
l'unica cosa possibile. Anche se  promessa sposa di Nicola, con cui lui  mezzo parente... Se  vero
che la disobbedienza chiama il castigo, forse  anche vero che quell'amore  l'ultimo anello di una
catena destinata a non aver fine.
Dopo l'epopea di Stirpe, Marcello Fois  con una lingua capace di abbracciare l'alto e il basso,
e di potenziare lo scorrere del tempo  dipinge un mondo in cui i paesaggi sono vivi come i personaggi
che li abitano. Una Sardegna nitida e soprattutto mai oleografica. E lo stupore continuo della natura 
che osserva impassibile gli amori degli uomini e le loro sconfitte, i dolori dietro ai quali si affannano
cos come le gioie fugaci  diventa lo sguardo che permette a quelle storie di appartenere a ciascuno di
noi.
Nemmeno quelli che sembrano cambiamenti improvvisi, improvvisi lo sono veramente.
D'improvviso c' solo il momento in cui ne prendiamo coscienza.
.
L'Autore.
.
Marcelle Pois nasce a Nuoro nel 1960. Nel 1986 si laurea in italianistica presso l'Universit di Bologna. Nel 1989 scrive il suo primo romanzo, Ferro Recente che, grazie a Luigi Bernardi della Granata Press, viene pubblicato nel 1992 in una collana di giovani autori italiani, nella quale figurano anche i primi libri di Carlo Lucarelli e Giuseppe Ferrandino. 
Sempre nel 1992 pubblica Picta, con cui vince (ex aequo con Mara De Paulis) il Premio Italo Calvino[1]; nel 1997, per Nulla (con cui inizia la collaborazione con la casa editrice Il Maestrale), riceve il Premio Dess. 
.
Nel 1998, ancora per Il Maestrale, esce Sempre caro, primo romanzo di una trilogia (proseguita con Sangue dal cielo e L'altro mondo), ambientata nella Nuoro di fine Ottocento e che ha come protagonista un avvocato, Bustianu, personaggio per il quale Fois si  ispirato a un avvocato e poeta nuorese realmente esistito: Sebastiano Satta. Con Sempre caro nel 1998 vince il Premio Scerbanenco[2]. Con Dura madre vince nel 2002 il Premio Fedeli e nel 2007 riceve il Premio Lama e trama alla carriera. 
.
Oltre che alla narrativa, Fois si dedica anche alla sceneggiatura, sia televisiva (Distretto di polizia, L'ultima frontiera) che cinematografica (Ilaria Alpi. Il pi crudele dei giorni), e al teatro per cui ha scritto L'ascesa degli angeli ribelli, Di profilo, Cerimonia con Marinella Manicardi, Filippo Morelli, Mirella Mastronardi (segnalata al Premio UBU come giovane attrice non protagonista), Stazione (un atto unico per la commemorazione delle vittime della strage alla stazione di Bologna), Terra di nessuno e Cinque favole sui bambini (trasmesso a puntate da Radio 3 Rai). Dal suo racconto Disegno di sangue, pubblicato nel 2005 nell'antologia Crimini,  stato tratto un episodio dell'omonima fiction televisiva, trasmesso nel 2007 da Rai 2. 
.
Ha scritto anche un libretto operistico tratto dal romanzo di Valerio Evangelisti, Tanit. 
.
Nel 2007, con il romanzo Memoria del vuoto, edito da Einaudi nel 2006, ha vinto il Premio Super Grinzane Cavour per la narrativa italiana, il premio Volponi e il Premio Alassio Centolibri - Un Autore per l'Europa. Con Giulio Angioni e Giorgio Todde  fra i fondatori del festival letterario L'isola delle storie di Gavoi[3].  un esponente della "nuova letteratura sarda". Nel 2012  tra i finalisti del Premio Campiello con il libro Nel tempo di mezzo, risultato poi vincitore del Premio Procida-Isola di Arturo-Elsa Morante. Nel 2016 vince il premio Asti d'Appello con il libro Luce perfetta, mentre nel 2017 vince la prima edizione del Premio Crovi col romanzo Del dirsi Addio. 
...
.
...
a mia sorella, perch non la vince lui.
...
.
...
Parte prima.
.
12-17 ottobre 1943.
...
.
...
Ogni uomo  in potere dei suoi fantasmi.
W. BLAKE , Gerusalemme (tavola 37).
...
.
...
L'alba delle cose.
.
Non riusc a pronunciare per intero il suo nome. All'impiegato che glielo chiedeva riusc a dire
solo: Vincenzo. L'altro sollev la testa per guardarlo fisso, facendo un movimento improvviso che
produsse un effluvio sulfureo. Vincenzo sostenne il suo sguardo: era quello di un uomo di et incerta,
nella categoria di coloro che ce l'avevano fatta, chiss come, a scampare la chiamata alle armi e ora si
trovava l, all'Ufficio smistamento e controllo documenti della Capitaneria di porto.
 E poi?  gli chiese l'addetto.
Vincenzo sorrise appena, quindi tir fuori dalla tasca un foglio ingiallito che, in quei tempi
d'incertezza, si era dimostrato affidabile come la Bibbia o il Vangelo.
L'uomo ricevette il foglio con diffidenza, quasi si trattasse di qualcosa di sporco. In effetti non
era nient'altro che carta cotta dal tempo e dall'essere stata a lungo custodita in tasca. Con la cautela che
si deve a un'antica pergamena, l'uomo lo distese posando i quattro lembi sul tavolo e spianandoli come
se fossero le porzioni di un panno caldo di stiratura.
Si mise a leggere.
Ora che si apriva un'alba pallidissima dal mare Vincenzo pot osservarlo con attenzione. Era
pi giovane di quanto fosse sembrato a prima vista, aveva una testa grossa, grigia, fresca di rasatura.
Sul cuoio capelluto bianco fosforescente, fra gli aculei dei capelli falciati da poco, si potevano
intravedere i segni rossi lasciati dai pidocchi. Per questo, si disse Vincenzo, tutto intorno a lui si
avvertiva l'odore acre del petrolio e dello zolfo. Istintivamente si gratt la testa. Ritorn a chiedersi
come mai quell'uomo che, ora ne era certo, non superava i trent'anni, avesse scampato la trincea.
Perch lui, di se stesso, lo sapeva che era stato esonerato in quanto orfano di guerra, la Prima.
Intanto l'addetto allo smistamento fin di leggere, ripieg in quattro il foglio e afferrandolo con
la punta delle dita, come avrebbe fatto un paleografo, lo restitu al suo legittimo proprietario.
 Chironi Vincenzo,  disse tra s l'uomo mentre trascriveva. Vincenzo lo guard capendo che
era proprio di lui che stava parlando.  Lo considero valido solo in quanto documento notarile bollato,
e col disastro degli uffici bombardati adesso  un lusso. Ma in altri tempi sarebbe stato solo carta
straccia,  specific l'addetto con un accento pesante e una sintassi perfetta.  Ha un riferimento in
Sardegna?  chiese subito dopo.
Vincenzo non cap la domanda.  Un riferimento?  ripet. Quell'eco, quella parola ripetuta,
dimostr che tra lui e l'uomo dello smistamento c'era un mondo intero. Avevano pronunciato
esattamente la stessa parola eppure il suono risultava talmente diverso da far sembrare differentissima
quell'identit formale. Detta dall'impiegato sembrava grossa e pesante, ripetuta da Vincenzo pareva
sottile e leggera.
 Ma lei  sardo?  chiese infatti l'addetto allo smistamento.
Quella domanda e il sole sorsero insieme. Per la prima volta Vincenzo not che dentro al
capannone verso cui l'avevano indirizzato appena sceso dal piroscafo c'erano almeno un centinaio di
persone. O meglio: prese coscienza di qualcosa che aveva percepito nel buio dell'attracco, ma che ora
vedeva con chiarezza.
Quello che stupiva era il silenzio. Donne, uomini, bambini, tacevano tutti di un mutismo che
sapeva di stordita lode a chiunque li avesse salvati dai flutti.
Il mare non era stato buono, avevano traballato per ore e a un certo punto era parso persino che
fosse necessario un approdo d'emergenza... Ma, intorno alle tre di notte, l'orda delle onde si era
ritirata, spaventata  dicevano  dalla Corsica rocciosa. Cos sottocosta la pesantissima imbarcazione
aveva potuto avanzare senza intralci. Eppure si era temuto il peggio, cosicch, nonostante la calma,
ammassati, avevano proseguito su quel muto chi vive che non favoriva il riposo.
Ecco: quel mutismo gli era rimasto attaccato addosso come se dovesse durare tutto il tempo che
occorreva alla terra ferma per smettere di oscillare.
Con la luce entrarono nel capannone odori che non appartenevano pi all'umanit. Era un
profumo che Vincenzo non avrebbe mai potuto scordare. Questo lo sapeva.
 Allora?  intim l'uomo dello smistamento.
Vincenzo ci mise ancora un attimo a riprendere il capo del discorso:  Mio padre lo era...
Sardo,  rispose.  Chironi Luigi Ippolito...  recit. Poi, temendo di non essere stato abbastanza
chiaro, scand indicandosi con l'indice proprio al centro dello sterno:  Chironi Vincenzo del fu Luigi
Ippolito.
L'uomo fece segno di s, aveva capito bene. Ma quello che non poteva sapere  e non era il caso
di spiegargli  era il fatto che quel nome, Vincenzo, e quel cognome, Chironi, per la prima volta erano
stati pronunciati insieme dalla bocca del suo proprietario. Certo l'uomo dello smistamento non sarebbe
cascato dalla sedia a saperlo, non aveva l'aria di qualcuno che potesse sorprendersi di qualcosa. Erano
tempi terribili. Oltremare, dicevano, ancora peggio di quanto si potesse percepire su quella zattera in
mezzo al Mediterraneo che era la Sardegna...
La fine del mondo dicevano, qualcosa che non era nemmeno pensabile, come una specie di
abisso del tempo e dello spazio. Categorie che la mente umana non era in grado di selezionare. Tutto al
rovescio dicevano: inferno in terra, fuoco dal mare e dal cielo... Case distrutte. L gli uomini
ritornavano al principio di se stessi nascosti nelle caverne, come i trogloditi dei libri illustrati, a
mangiare gatti e sognare topi arrosto... Esageravano, come sanno fare quelli che sono troppo lontani da
rischiare qualcosa, dicevano che le citt erano roghi, polvere e macerie... Dicevano che per tutto quel
1943 non sarebbe caduta una goccia d'acqua. Il cielo sarebbe restato di un unico, ostinatissimo, colore:
come di cencio sfibrato dalla soda caustica, sciropposo, con filamenti bavosi di nembi che andavano ad
accumularsi in quel tratto di mondo che il sarcasmo della Storia chiamava Pacifico. Dicevano che i
frutteti avrebbero lanciato maledizioni contro quel cielo imperturbabile e che la crosta della terra
avrebbe imprigionato i semi, chiudendoli in un sepolcro inespugnabile di argilla pietrificata. Sicch nel
corpo stesso del terreno la vita sarebbe abortita e feti pallidissimi di grano, frumento, segale e mais
sarebbero andati a morire arrancando verso la luce, in un movimento che la natura stessa aveva stabilito
fattibile e ora, per mano dell'uomo, risultava impossibile.
Credevano di esagerare, ma non esageravano affatto.
Da l, da quella roccia in mezzo al mare, la guerra era stata come ascoltare dei vicini che
litigano, che rompono i piatti, come origliare mentre un padre di famiglia allunga le mani sul figlio
maggiore che non lo ascolta, come appiattire l'orecchio alla parete mentre una moglie insulta un marito
infedele, o beone, o spendaccione. Cos era stata questa guerra, che nemmeno chiamavano guerra.
Conflitto lo chiamavano perch la Guerra, sa Gherra, era stata l'altra, la '15-18. Quella s...
Fuori dal piroscafo quella piccola folla di scampati aveva visto un giovane uomo pi alto della
media, secco della secchezza sobria di quei giorni senza cibo, ma nervoso. Tutto suo padre, gli avevano
detto una volta, che indossava la divisa come un figurino e faceva tremare le ragazze. Le ragazze come
sua madre, pronte a innamorarsi dei sottoufficiali, e dei loro sguardi e dei ciuffi nascosti, che venivano
fuori, come conigli dal cilindro di un mago, ogniqualvolta si sfilavano il berretto con la visiera rigida.
A conoscere bene tutta la sua storia, quei profughi avrebbero potuto notare l'accenno di verde che
permetteva ai suoi occhi scuri di mutare colore alla luce diretta. Era il verde dei Sut da Cordenons,
dispersi, scomparsi, scampati in Slovenia o finiti dalla padella alla brace, chiss... Per il resto Vincenzo
venne su Chironi in tutto e per tutto, forse troppo alto, pi alto di suo padre Luigi Ippolito.
All'interno dell'Ufficio smistamento della Capitaneria di porto, la luce si era insinuata in forma
di flebile presa di coscienza. Tutto intorno a lui si era palesato nell'indecente verit di gente sfinita,
sporca, affamata, silenziosa. Innaturalmente silenziosa. Vincenzo sapeva bene, per averlo provato sulla
sua carne, che alcune di quelle persone mute accoglievano con fastidio la brillantezza incombente di un
altro giorno che giungeva, perch, dopo aver temuto di morire dentro al piroscafo squassato dalla
turbolenza della marea tormentata, a un certo punto di morire proprio quella notte e di non vedere
l'alba prossima ventura ci avevano contato. Invece erano l, ammassati nella Capitaneria di porto a
declinare le proprie genealogie, ammesso che esistesse un filo tra quello che erano stati e quello che
stavano per essere.
Per questo alla domanda nome e cognome Vincenzo era riuscito a rispondere solo
Vincenzo.
Nessuna sorpresa dunque, tuttavia  appena pronunciato quel nome e quel cognome  l'uomo
dello smistamento non pot fare a meno di notare che dentro allo sguardo di Vincenzo c'era quella
precisa coscienza inconsistente che hanno i testimoni inconsapevoli, che permette di pensare solo a un
mondo rovesciato. Come poteva essere diversamente?
Compiuti i dieci anni, il rettore dell'orfanotrofio di Trieste lo fa chiamare e gli annuncia
nell'ordine: che esiste un documento, una lettera, e un piccolo lascito in denaro. Il documento  un atto
notarile di riconoscimento di paternit stilato nell'anno della sua nascita, 1916, in data 6 maggio, presso
lo Studio Notarile Plesnicar di Gorizia. La lettera  appena un biglietto datato 1920, in cui prima di
morire sua madre, che si firma Sut Erminia, lo prega  non appena lasciato l'orfanotrofio nel quale lei
stessa l'ha ricoverato per salvarlo dagli stenti  di recarsi a Noro, in Sardegna, dove suo padre, eroe,
ha parenti e beni. Per quanto riguarda il denaro, si tratta di 275 lire che valgono quello che valgono.
 S , s...  fece l'addetto allo smistamento.  Ma se conta di raggiungere Noro deve aspettare
il postale fino a domattina... Oppure incamminarsi a piedi in direzione Orosei...  Fu allora che
l'impiegato, facendo leva sulle braccia, si sollev oltre il bancone come per controllare che le scarpe di
Vincenzo potessero supportare l'ipotesi di una lunga camminata. E fu allora che Vincenzo pot vedere
che il suo interlocutore non aveva le gambe.  E magari recuperare il postale lungo la strada... Lo vede
e lo ferma, intesi? Orosei, capito? Glielo scrivo,  concluse l'addetto. E senza aspettare risposta stil su
un foglio la parola Orosei con stile ornato, e glielo porse.
Vincenzo afferr il foglio e accenn di s, s per tutto: che aveva capito; che grazie al fatto che
l'avesse scritto quel nome non se lo sarebbe potuto dimenticare; che le suole chiodate dei suoi scarponi
sembravano abbastanza efficienti da poter calpestare ancora tanta terra.
Comunque Vincenzo fu fuori dall'area custodita del porto, col beneplacito dell'impiegato senza
gambe, giusto in tempo per salutare la luce che si stava formando direttamente dal mare.
Questa terra che ora calpestava prometteva di riconciliarlo con se stesso, di chiudere quel
cerchio che era rimasto drammaticamente aperto nel corso della sua vita. Eppure sentiva l'angoscia
sottile dell'alba che si guarda intorno prima di esporsi totalmente al giudizio degli umani.
Era l'alba peggiore che si potesse desiderare in quei tempi maledetti di carnaio verminoso che
ribolliva contro il cielo.
Eppure si trattava di aspettarla quell'alba, e segnare un'altra tacca nella parete della prigione
della Storia...
Lo spazio intorno alla Capitaneria di porto non pareva area di guerra, niente a che fare col
diroccato molo secondario di Livorno da cui il vecchio piroscafo che l'aveva portato in Sardegna aveva
preso il largo. Oltre gli sbarramenti di filo spinato non cresceva pi nulla.
Come un lembo di cuoio capelluto aggredito dall'alopecia si apriva un'area vasta e spianata,
una terra di nessuno da attraversare per poter scorgere le prime case, modestissime, del paese,
Terranova o Olbia che fosse: in tempi di regimi i nomi hanno un senso indiscutibile per chi li impone e
relativo per chi li patisce. Solo il piccolo agglomerato intorno alla chiesa aveva subito un assaggio del
conflitto sotto forma di qualche casa abbattuta da incursioni aeree di passaggio verso Cagliari. Porto
secondario, ma pur sempre porto di Olbia o Terranova che fosse, veniva visitato di tanto in tanto da
qualche de Havilland Mosquito, o da un Messerschmitt Bf 110, o da entrambi che saettavano in aria
come rapaci. La chiesa stessa dalla cupola a scaglie variopinte appariva puntellata su un lato. Ma niente
a che fare con quanto, nel rigurgito della ragione, accadeva tutt'intorno, in altre isole, nell'altra sponda
del mare.
A Vincenzo Chironi bastarono al massimo un centinaio di passi per superare la terra di nessuno,
altrettanti per attraversare le stradine deserte dell'abitato ed entrare in un accenno di campagna
spugnosa.
Si trattava di uno spazio semibrullo ricoperto di un muschio arido che scrocchiava sotto i piedi
come pane secco. Qualche roccia rompeva l'assetto... L, fra la collina e il mare, il passaggio della luce
era ancora incerto, perch un sole stordito, barcollante, si stava scrollando di dosso il giorno vecchio,
che era ieri, il terzo di navigazione dopo venti di cammino da Gorizia a Livorno rischiando a ogni
chilometro di passare per disertore. Non ricordava nemmeno pi quante volte aveva dovuto mostrare il
congedo che aveva con s in quanto figlio unico di madre vedova e orfano di guerra con padre decorato
sulla Bainsizza. Quel congedo era la sua breve storia documentaria, insieme al foglio del notaio e alla
lettera della madre. Ma ora, in piedi su una roccia, scrutando il punto esatto da cui nasceva il giorno, si
disse che quella era l'alba di tutto. Con un balzo a piedi pari come faceva da bambino si riport al
suolo. Sorridendo si rimise in cammino. Aument il passo: doveva solo badare a tenere il mare alla sua
sinistra. Che lo vedesse o solo lo sentisse l'unica cosa importante era che stesse da quel lato: Verso
sud mare a sinistra, verso nord mare a destra, su questo versante s'intende, perch sull'altro 
esattamente l'opposto, capito? aveva intimato il forbito addetto allo smistamento e poi gli aveva
scritto Orosei su un foglietto perch ovunque si perdesse  lui era certo che questi continentali
dicono che capiscono e poi non capiscono  potesse mostrare qual era la sua direzione. A Orosei, aveva
detto, partivano i postali per la Barbagia, e quindi per Noro, che poi era dove doveva arrivare lui.
Vincenzo il toponimo Noro l'aveva letto per la prima volta su una cartina asburgica, del tutto
affidabile ma troppo antica perch fosse indicato nel grassetto in cui erano segnalati i nomi di
agglomerati di un qualche rilievo. Appariva giusto come localit, terreno di trib non identificate e di
briganti sanguinari. Eppure era da l che suo padre era partito nel maggio del '15. Se i conti erano
giusti, Vincenzo  considerato che  nato settimino  fu concepito ad agosto di quello stesso anno.
Dove? Chiss. Quello tra il sassarino nuorese e la contadina goriziana non  certo uno di quegli amori
rubricabili nell'albo dei colpi di fulmine, o degli amori eterni. Era un amore di guerra. Dentro alla
cartina asburgica, quei nomi: Chironi Luigi Ippolito da Noro e Sut Erminia da Cordenons non
sarebbero stati in grassetto. Comunque un qualche legame dovette sussistere se  vero che, lievemente
ferito, approfittando di un congedo breve, Luigi Ippolito Chironi corse allo Studio Notarile Plesnicar di
Gorizia per riconoscere il figlio appena nato. Atto unilaterale si direbbe, considerato che non esiste
alcun riferimento della presenza contestuale in loco della Sut che pure  citata come madre naturale. Da
chi avesse saputo che era diventato padre non si sa.  certo che qualcosa, dentro di lui, lo spinse a
compiere quell'azione che dovette significargli riparare a un torto. Di fatto, successivamente al
compimento del decimo anno del ragazzo, nel 1927, fu il notaio Plesnicar in persona a presentarsi
all'orfanotrofio Collegium Marianum di Trieste per consegnare l'atto di riconoscimento.
Qualche ora dopo Vincenzo fu mandato a chiamare dal rettore dell'orfanotrofio, padre
Vesnaver, che lo invit a sedersi, perch aveva qualcosa di davvero importante da comunicargli. Fu l
che vide per la prima volta una cartina della Sardegna e fu proprio in quell'occasione che il rettore gli
mostr Noro, il posto, indicandolo con precisione. Poi, leggendogli negli occhi una reazione
angosciata piuttosto che entusiasta solo per l'idea di incamminarsi verso quel mondo estremo, quel
nulla appena accennato, gli disse che non era costretto a decidere subito.
Ci vollero quindici anni per decidere. E ora quel nulla lo stava calpestando.
Dopo un'ora di cammino, col mare che dormiva alla sua sinistra e con in mano il foglietto sul
quale c'era segnata in bellissima scrittura la direzione verso cui doveva dirigersi, Vincenzo si trov in
un ampio spazio collinare e rugginoso come una schiena di vacca. Nel totale brunito, vinaccia, della
terra arata dagli ordigni che stancamente erano piovuti dai cacciabombardieri, sopravviveva qualche
accenno di verde rassegnato, polveroso.
Seguendo una strada bianca raggiunse una specie di piccola oasi formata da quercioli
giovanissimi. Si ferm ad ascoltare l'aria ferma del primo mattino che portava con s mare e terra,
sabbia e roccia, che sono poi la stessa cosa in forma diversa. In quel silenzio brulicante percep il suono
lieve di una fonte. Si guard intorno per capire da dove precisamente arrivasse quel suono. S'inoltr tra
gli arbusti che lo superavano in altezza al massimo di una spanna, sent il profumo contomoso, umido,
della terra in ombra, e vide il rigagnolo che scaturiva da una roccia... C'era odore di ferro
incandescente come se quella bava d'acqua, scorrendo sulla pietra viva, avesse innescato una qualche
forma di calore; come se, nella frizione dei secoli, finalmente il granito si fosse improvvisamente
deciso a cedere: fortezza che si sconfigge con l'ostinazione. Prov a raccogliere un po' d'acqua nel
cavo delle mani, cosa non facile. Trov una foglia larga e solida, la lav dalla polvere finch non
ritorn lucida e cerosa, aspett finch non si accumul abbastanza acqua lungo la valletta che si era
formata a partire dal nervo centrale, e bevve. Poi scav alla base della roccia e us ancora foglie per
impedire che il terreno assorbisse l'esiguo rigagnolo, quindi si sedette. Frug nella borsa di cuoio che si
portava appresso, ne estrasse una camicia malamente ripiegata, un astuccio rettangolare e un sacchetto
ottenuto da una cerata impermeabile.
Per prima cosa si tolse la giacca sformata, poi il maglione che aveva dovuto indossare durante
la traversata, quindi si sfil, dalla testa, la camicia che aveva addosso, se la port al naso per annusarla,
infine fece lo stesso con quella che aveva estratto dalla borsa. Controllando quanta acqua si raccoglieva
alla base della roccia estrasse dal sacchetto impermeabile qualcosa che sembrava un pezzo d'ambra.
Non portava la maglietta di lana, per questo l'aria del mattino lo fece rabbrividire trasformando la sua
pelle nuda nella buccia scabra di un agrume e rendendogli i capezzoli due noccioli di ciliegia. La
scheggia d'ambra a contatto con l'acqua prese a profumare di canfora, lardo e cenere; quando cominci
a fare schiuma se la pass sotto alle ascelle, poi sul collo e all'interno dell'incavo delle orecchie. Quel
rituale, per quanto limitato, lo mise in pace col suo corpo. Mentre si passava addosso il sapone quasi a
secco gli parve di sfuggire dagli umani, di congedarsi dal fetore dei loro corpi come un Adamo, a cui,
condonata la condanna della cattivit terrestre, fosse stata concessa l'opportunit di ritornare,
completamente nudo, puro di ogni purezza, nell'Eden.
Quando, a fatica, si fu risciacquato, prese a saggiarsi la faccia sentendo sotto le dita la
consistenza ispida delle guance. Da molto tempo ormai si era abituato a rasarsi senza uno specchio,
semplicemente toccandosi. Si era dovuto addestrare a una contezza di s, della propria fisionomia, tutta
tattile. In questo modo aveva imparato che i suoi zigomi erano alti e le mascelle forti; aveva imparato
che il rasoio doveva per forza di cose lavorare di fino nella fossetta profonda del mento; aveva
imparato a trattare i vortici che i peli facevano sul collo appena sotto l'angolo delle mandibole.
Continu a toccarsi il viso con la mano sinistra, mentre col palmo dell'altra lavorava il sapone umido
perch riprendesse a fare schiuma. Con movimenti rotatori spicci s'insapon le guance; il vecchio
rasoio, estratto dal suo astuccio, aveva bisogno d'essere affilato, tuttavia usato con dolcezza poteva
ancora svolgere il suo compito. La cosa importante era non rasarsi contropelo. L'importante era tendere
la pelle, ma non troppo. Tutto ci che sapeva, riflett, non l'aveva certo imparato da un padre. Una
constatazione palmare per un orfano che suo padre non l'aveva nemmeno mai visto. Super il vortice
del collo passando e ripassando con gesti sempre pi veloci, come se dovesse scuotere la lama. Aveva
capito fin da bambino che la coscienza di s  una brutta bestia, che non vale la pena fare troppe
considerazioni intorno a quanto , o pare, ineluttabile. Negli anni di orfanotrofio si era conquistato la
fama di bambino saggio, poi di ragazzo saggio, persino studioso, tanto che, grazie ai buoni auspici di
padre Vesnaver, gli fu proposto di proseguire gli studi presso il locale seminario. Tutti si attendevano
da lui che sentisse il richiamo, si attendevano di vederlo in abito talare. Quella sembrava la giusta
conclusione...
Nonostante molte imprecisioni che al tatto risultarono evidenti, alla fine pot dichiararsi
soddisfatto della rasatura.
Aveva steso all'aria le camicie, indoss quella che puzzava meno. Erano quei tempi in cui il
mondo si era lasciato trascinare, senza reagire, nella cloaca della guerra. Lui aveva sempre pensato che
il tempo di pace fosse come un fiume che scorrendo alla luce del sole irrora i terreni che attraversa. Ma
ora no: quell'acqua putrida si perdeva nel buio carsico del delirio e infettava i campi, li faceva aridi.
Si trov smagrito. Dopo essersi sistemato per bene la camicia annod quello che restava della
sua cintura di cuoio e si guard attorno. Fin di vestirsi, recuper le sue poche cose, sent a sinistra il
respiro del mare, si mise in cammino.
Stava attraversando un terreno duro e crostoso, come un impasto di argilla cotta, che procedeva
leggermente in salita, poco pi in l un rigoglio di asfodeli sfioriti minacciava l'orizzonte. Ora la luce si
era fatta diffusa e calava sugli uomini come una nube di polvere. Ottobre inoltrato e si sudava.
Raccontavano che in quel particolare anno maledetto tutti i venti, caldi e freddi, scirocchi o
tramontani, avevano cessato di soffiare. Tutto sembrava voler contribuire all'obbligo di fare silenzio.
L'unico suono che accompagnava Vincenzo era il breve risucchio che la terra arsa faceva sotto al suo
passo. La vegetazione era ridotta a un tappeto di muschi di un marrone quasi rosso, come il fegato di
una bestia enorme posato su quello spazio in attesa del consulto di un aruspice titanico. Se alberi
c'erano stati in quel tratto di cammino  lungo quella strada che non era nient'altro che un segno, un
dislivello nel tutt'uno del seccume  ora non ce n'erano pi. Restava qualche tronco divelto, qualche
cespo di radici che, ostinate, si aggrappavano all'alveo, ora farinoso, da cui un tempo avevano
succhiato la vita.
Arrivato in cima a quel dosso Vincenzo pot constatare un giorno fatto che pure dava una
sensazione d'incompiutezza, come una goffaggine d'intenti risolta in una luminosit vaga, indecisa.
Dentro a quella vaghezza cap che quanto poteva sembrare un prolungamento infinito, propaggine di
terreno che arrivava fino all'altra sponda, negazione evidente dell'isola, non era nient'altro che mare a
perdita d'occhio, scialbo esattamente come il cielo che lo sovrastava, dello stesso color senape della
terra che lo incalzava. A parte il boschetto che si era lasciato alle spalle, quello dove aveva potuto
lavarsi, sul lato del sentiero non si vedeva vegetazione se non mirti non pi alti della sua spalla, cardi,
apiacee... E nemmeno una casa. Forse, a guardar meglio, si potevano scorgere, proprio sul punto esatto
dove terra e mare si toccavano, le dentature perfette di spiagge intonse, bianchissime. Forse oltre a quel
turbinare vaporoso di tinte su tinte c'era qualcosa che poteva definirsi vivente, reattivo, perch, al
momento, tutto pareva catatonico.
Decise di seguire il sentiero che ora procedeva in discesa verso una zona rocciosa e
maleodorante. Dentro a quello spazio fittile ebbe la sensazione, anzi la certezza, che morire in
quell'istante, proprio l, sarebbe stata la giusta fine per chi, come lui, non era stato concepito per nessun
altro motivo che fare dispetto alla solitudine, alla disperazione.
L'assenza d'aria diventava addirittura visibile in quello spazio in cui i graniti riverberavano il
calore dell'estate appena morta. Come grosse spugne quelle rocce s'erano abbeverate di sabbia e
salsedine e ora ne esalavano il fiato putrido. Tenne d'occhio il sentiero che si addentrava pi in basso,
lungo una gola non pi larga dei lombi di un cavallo. Erano tre, quattrocento metri, eppure quel budello
dentro al quale era stato risucchiato gli sembr infinito. La temperatura era incredibilmente umida,
come se quelle pareti di roccia non fossero nient'altro che due bocche che si sfioravano scambiandosi
alito e saliva. Senza nemmeno rendersene conto acceler il passo fino quasi a correre. Sfoci in uno
spazio inaspettato: una piccola piana ricca di aceri con le chiome che gi tendevano a virare verso
l'arancio. Il sentiero pareva completamente sparito sotto a una coltre fittissima di erba, disseccata,
gialla brillante. Quegli alberi, dopo l'alito fetido del tunnel di roccia, lo rincuorarono. Lo rincuor il
cielo infinito che aveva smesso di essere solo una striscia sopra la sua testa. Allarg le braccia e si
sedette a terra. L'erba fece un crepitio di rafia sotto al suo corpo. Da l non c'era modo di percepire il
mare, ma era relativamente sicuro di aver mantenuto la rotta. Erano come passati secoli da quando
l'impiegato della Capitaneria di porto gli aveva indicato il tragitto verso Noro. Guard il cielo per
stabilire che ora fosse, ma da quel cielo non poteva arrivare alcun aiuto, nessun aiuto poteva arrivare da
quella luce che quasi non tracciava ombre.
In quel vuoto improvviso sent un suono di campana, come se chilometri pi a valle un sagrista
solerte stesse richiamando alla funzione i parrocchiani. Scatt in piedi: se c'era una chiesetta, o
qualunque costruzione umana, da l non poteva scorgere nulla... Tuttavia lo scampanellio continu, ora
non sembrava pi qualcosa che provenisse da lontano: ora sembrava il segnale di una bestia che avesse
perso il gregge. Voltandosi per seguire l'origine di quel suono vide scaturire dal budello fetido delle
rocce, da cui egli stesso era uscito poco prima, un caprone e dietro di lui un uomo.
La bestia aveva avvertito la presenza di Vincenzo persino prima di vederlo, e si ferm con gli
zoccoli a pochi metri da lui. L'uomo era un vecchio piccolo e secchissimo, completamente cieco che
restava in contatto con la sua guida stringendo un ciuffo di lanugine al lato della coda. Un minuscolo
Polifemo in cerca di Nessuno.
La cecit non gli imped di scrutare lo spazio in cui la bestia gli aveva suggerito si trovasse un
estraneo. Il vecchio punt esattamente il viso di Vincenzo e disse qualcosa. Lui non rispose, o meglio
scosse la testa come a dire che non aveva capito una parola. Il capro scosse la testa a sua volta. Il
vecchio fece cenno a Vincenzo di avvicinarsi. Egli obbed. Ora che erano a meno di un metro l'uno
dall'altro pot constatare che il cieco gli arrivava s e no al petto.
Era vestito di una camiciola lurida senza bottoni e di due braghe ampie dello stesso tessuto, che
gli facevano sembrare le gambe ancora pi smilze. Al posto dei calzoni portava un gonnellino scuro di
una stoffa spinosa compatta, composito  nella correggia che gli correva sotto all'inguine  come la
briglia di un cavallo. Era completamente scalzo. Era Tiresia in persona, cos pens Vincenzo. Ma
portava la chioma arruffata di Assalonne, malamente composta sulla nuca, quella stessa chioma che,
impigliandosi tra i rami, l'avrebbe imprigionato a un albero nella foresta di Efraim mentre combatteva
contro il padre Davide. E aveva la barba lunga, saettante, che portava Mos quando Dio gli dett i dieci
comandamenti.
Che il vecchio cieco parlasse col sorriso sdentato sembrava un buon segno, tuttavia, qualunque
cosa dicesse, Vincenzo non poteva capirla. Il capro assisteva a questo scambio tra umani con la
superiorit di chi sulla parola non ci ha mai fatto conto pi di tanto. Il vecchio allung la mano per
cercare il viso di Vincenzo, con un sorriso constat quanto in alto fosse. Per qualche minuto ancora
tentarono di capirsi: il vecchio chiedeva se aveva fame e Vincenzo chiedeva se avesse qualcosa da
mangiare. La stessa cosa. La stessa cosa. Si parlavano come dovettero parlarsi gli operai, gli schiavi, gli
architetti, durante la costruzione della torre di Babele. Il vecchio risolse la diatriba frugando nella sacca
che portava in spalle e tirandone fuori un pezzo di formaggio e della salsiccia. Si sedettero, Vincenzo
mangi e il vecchio lo ascolt mangiare. Il capro si mise a pascolare poco distante.
Con lo stomaco pieno Vincenzo si sent incoraggiato ad azzardare un approccio pi diretto.
Estrasse dalla tasca il foglietto che l'impiegato della Capitaneria di porto gli aveva scritto e lesse a voce
alta badando di scandire ogni lettera:  O... R... O... S... E... I...  pronunci come se avesse a che
fare con un sordo e non con un cieco. Il vecchio accenn di s apparentemente senza motivo.
Accennava ancora quando gli allung qualcosa da bere che aveva in una fiasca ottenuta da una zucca
seccata. Era un vino acido e liquoroso. Poi si mise in piedi, fece un verso gutturale al buio che abitava e
il capro corse verso di lui. Quando lo sent alla distanza esatta allung la mano e si aggrapp al vello
appena sopra la coda, quindi si mise in cammino. Senza nemmeno aspettare un cenno Vincenzo li
segu.
Stavano attraversando una piccola forra quando per la prima volta in quella mattina Vincenzo
avvert la presenza di esseri viventi sopra di lui. Piccole poiane saettavano sui picchi delle colline
rocciose, talmente vicine alle spiagge da eliminare qualunque certezza a proposito del fatto che mare e
montagna fossero inconciliabili. Per lui, friulano, quell'inconciliabilit era un postulato a cui adesso, da
sardo, doveva rinunciare. Lo vedeva con i suoi occhi come a breve distanza crescevano ginepri e abeti.
In una concentrazione che costringeva la natura a esprimersi sinteticamente, ma nella perfezione delle
genetiche che pure aveva stabilito per tutti. Il punto dunque non era che volassero gabbiani lungo la
costa e poiane sulle creste, ma che lo facessero cos vicini. Meno spazio a disposizione per mettere in
moto gli stessi immutabili meccanismi, si disse Vincenzo.
Quell'ipotesi si dimostr accettabile proprio in nome di questo evidente ridimensionamento:
piccoli alberi, piccole forre, montagne basse, uomini piccoli. Le terre quanto pi sono antiche tanto pi
si concentrano, sono grumi calcificati nella Pangea; le nuove, ampie, terre invece, sono epidermidi
sottili e delicate di neonati esposti a ogni trasformazione. Sono spazi dove il meccanismo, che ha tutto
ancora da imparare, si fa cavilloso, non accetta l'insondabile, crede ogni avvenimento quantificabile e
perfetto nella sua prevedibilit.  l'anzianit che smette di credere a questa perfezione, dimostrando in
se stessa che non c' niente di perfetto in un corpo che si consuma. Come in una terra che i venti e i
secoli dei secoli hanno ridotto ai minimi termini. In fondo, a ben guardare, quell'illusione di
invulnerabilit  il sentimento pi fugace che un uomo possa vivere: dura finch durano l'efficienza dei
sensi, la risposta della carne, la velocit delle sinapsi. Poi, dopo, deve giungere la concentrazione a
saturare con l'esperienza, con la coscienza di s, quanto la macchina, usurata, comincia a togliere.
Quella terra per Vincenzo era in tutto e per tutto simile al vecchio cieco che gli camminava davanti
guidato da un capro, bestia mansueta che sacrificava la sua funzione primaria  la riproduzione  per
una pi alta. Era un salto di qualit che in quel breve spazio, pi antico dell'antichit stessa, alla bestia
ignorante era concesso di fare: e cio trasformarsi da essere inferiore a mera funzione; da nulla a senso
della vista per l'uomo che non lo possedeva. Tutto questo era possibile, perch in quel luogo, e questo
Vincenzo lo cap immediatamente, avvenivano in un battito di ciglia processi millenari.
Cos concluse che non era poi straordinario che il gabbiano e la poiana volassero a pochissima
distanza l'uno dall'altra, con la contezza di chi sa misurare alla perfezione il proprio volo in quella
miniatura di cielo.
La porzione rocciosa di quel territorio si risolse in un paio di chilometri sinuosi. Il piano
ingannevolmente compatto era invece irto di piccoli burroni riempiti di rovi che il capro e il vecchio
scansavano con la stessa perizia dei pipistrelli quando evitano un ostacolo nel buio totale. Vincenzo li
seguiva pestando con gli scarponi esattamente lo stesso punto pestato dallo zoccolo del capro e poi dal
piede nudo del cieco. Cos proseguirono senza parlarsi per due ore buone: zoccolo, piede nudo,
scarpone. La vita tutt'intorno si stava facendo frenetica sotto forma di enormi corvi e di minuscoli
roditori, di bisce striscianti e piccoli cinghiali. C'era sproporzione evidente tra il movimento che si
percepiva con le orecchie e quello che si poteva vedere con gli occhi. Erano crepitii nel ventre dei cisti
untuosi, o brevi strappi sulle chiome degli olivastri e dei carrubi, o, ancora, sibili tra le asparagine
schiumose. Qualche carcassa di bestia dilaniata diceva che in quello spazio segreto avvenivano i
quotidiani esercizi di sopravvivenza. L'impuro vitale si esprimeva contro il silenzio tombale della
purezza. L'assenza aveva ripulito ogni cosa, ridotto al silenzio gli uomini e la terra, cosicch sembrava
auspicabile ritornare al chiasso febbricitante della promiscuit. L dove la vita si stava compiendo l'aria
si era fatta di colpo respirabile. Come se alla fine del percorso roccioso si fossero improvvisamente
spalancati i cancelli della Terra.
Il mare comparve ostinato sulla sinistra, e Vincenzo sospir quasi fosse entrato solo in
quell'istante nella casa del Padre. Da quell'altezza l'acqua cominciava a prendere un colore consono,
virava al verde e azzurro. Da l certo era evidente che l'andirivieni antichissimo di quelle onde aveva
sfarinato i graniti fino a produrre esili spiagge di una polvere sottilissima e sgargiante. Non c'era pi
niente di ostile in quell'esatto mare, sembrava finalmente ammansito e talmente a portata di mano che
Vincenzo allung il braccio per accarezzarlo. Ma il vecchio fece segno di no, che non era da quella
parte che doveva andare. Facendogli voltare le spalle alla costa sottostante, infatti, lo condusse in un
tratturo ombreggiato di rovi altissimi e del tutto privi di frutti anche tardivi. Quel tratturo sconfinava in
un sentiero pi largo che aveva l'aspetto di un percorso abitualmente battuto da carri e bestie da soma.
Si mossero lungo quella strada ancora per poco, quindi si trovarono di fronte a un bivio.
Il capro si blocc proprio al vertice della biforcazione, il vecchio fece lo stesso con lo scarto di
un millesimo di secondo, giusto il tempo di finire il passo che aveva gi iniziato. Con grande sorpresa
di Vincenzo il cieco segnal la strada che andava verso destra in direzione delle colline, piuttosto che
quella che conduceva verso sinistra in direzione del mare. La cosa lo lasci perplesso: aveva capito
quel vecchio che lui doveva arrivare fino a Orosei? L'altro dal canto suo sembrava assolutamente
irremovibile:  In cue nono...  diceva scuotendo la testa e puntandogli il dito secco verso il petto.
Quel gesto, non certo le sue incomprensibili parole, convinse Vincenzo a imboccare la strada di destra,
pi ripida, pi tortuosa. Cos s'incammin in quella direzione sentendo lo sguardo del capro e l'udito
del vecchio che non lo abbandonavano, ma che controllavano che quello sprovveduto istranzu facesse
come gli era stato detto. Voltandosi di tanto in tanto li vide assolutamente fermi dove li aveva lasciati
finch fu assorbito da una macchia di cisti e mirti.
La strada portava dritta verso una gariga d'euforbie che il calore e la siccit avevano
trasformato in costole d'uccello e cannule vetrose. Si mosse in quell'ossario frantumandolo a ogni
passo.
Il paesaggio si faceva via via pi aperto, larghi campi concavi erano come reti tese sopra
l'abisso: attraversarli significava lasciarsi andare tra le sterpaglie verso un dislivello che al centro
poteva raggiungere i due metri, e poi risalire verso il bordo opposto presidiato da qualche sughera
vestita da un fogliame fitto e immobile di ferrosmalto. Non riusciva a liberarsi dall'inquietudine di
essersi lasciato il mare alle spalle anzich di fianco. Ma un soffio sottilissimo d'aria, l'aroma dell'erba
calpestata, e qualche scampanio lontanissimo, l'avevano persuaso che l dove stava andando la vita
stesse lentamente risvegliandosi dal sonno comatoso che tentava di abbandonare. Senza mai perdere di
vista il sentiero ripieg alla sua sinistra, dove il percorso cominci a coincidere col perimetro di un
podere delimitato da un muretto a secco. Oltre quello sbarramento, non pi alto di un metro, si
estendeva un oliveto modesto, con piante non troppo curate, ma cariche di frutti. Avanz ancora per
qualche metro tenendo d'occhio il muro come chi segue la sponda di un fiume. Quella visione d'acqua
gli rivel che aveva sete. Si ferm. Improvvisamente sent la gola arsa e la propria solitudine, senza che
le due cose avessero un legame reciproco. Tuttavia fu cos che accadde: la salsiccia acida e il
formaggio salato gli avevano lasciato la bocca asciutta, e quella sensazione di disagio tremendo gli
stava raccontando della sua incredibile solitudine sulla Terra. Tanto che solo il ricordo del distacco da
qualunque estraneo  l'impiegato storpio, il vecchio cieco, persino la massa informe di profughi
inebetiti con cui aveva attraversato il mare  gli provocava uno strappo doloroso.
Ogni rumore sembrava interrotto. Un'attesa greve aveva pietrificato gli ulivi. Vincenzo si
lament con se stesso come quando da bambino credeva ancora che il mondo intero potesse essere
parte in causa rispetto al fatto che era cresciuto da solo. Quel sentimento non avrebbe dovuto sentirlo
perch, per quanto si sforzasse di ricordare, non aveva alcuna memoria della sua primissima infanzia.
Aveva immaginato, con l'esperienza successiva delle cose, che sua madre, incinta, fosse stata cacciata
di casa. Erano faccende che, negli anni di orfanotrofio, aveva visto continuamente. Sono sviste,
sussurrava padre Vesnaver. Sviste, si capisce. Comunque il risultato non cambiava, non poteva
cambiare: lui, Vincenzo Chironi, della propria storia aveva solo il nome. E anche quello era arrivato
con un certo ritardo. Lui della solitudine sapeva proprio tutto. Di come si presenta sotto forma di
qualcuno che alla stazione, o al corso, o al mercato, ti saluta da lontano e di come tu, pur non
riconoscendolo, automaticamente rispondi. E di come, ancora, quanto pi si avvicina tanto pi ti
accorgi che non si tratta di quella persona che credevi fosse. Cos, proprio cos.
Si rese conto che era restato in piedi, fermo in mezzo al tratturo come chi stesse cercando di
ricordare qualcosa che gli era sfuggito dalla mente; fece appena in tempo a scuotersi che uno sparo
poco distante lo costrinse a sobbalzare. Istintivamente si butt a terra accucciandosi contro il muretto a
secco. Un altro sparo riecheggi, un'esplosione teatrale che aveva la baldanza di un'arma antica. Al
terzo sparo Vincenzo decise di segnalarsi:  Ehi! Ehi!  cominci a gridare.  C' qualcuno qui!
Gli spari cessarono. Uno sfrigolio di fieni pestati anticip la figura che arriv di corsa, con la
doppietta in mano e lo sguardo terrorizzato, dall'altra parte del muro.
Vincenzo mise le mani avanti per dire che non era successo niente.   tutto a posto... Sto
bene...  rafforz.
L'uomo era poco pi vecchio di lui. Quasi non riusciva a parlare per lo spavento.  Giuro che in
vita mia...  cominci.
A Vincenzo scapp da ridere, conosceva bene quel tipo di goffaggine, ma anche i risvolti
problematici della stessa.  Niente padre,  disse.
L'altro lo squadr, con la coscienza di non avere addosso alcunch che potesse definirlo in
quanto prete. Nonostante lo fosse.  Ci conosciamo?  chiese temendo nel ritorno di qualche
parrocchiano di cui aveva perso contezza.
Vincenzo scosse la testa.
L'uomo attese qualche istante ancora.  Prete Virdis,  disse.  Lei non  di queste parti, 
afferm instaurando quel lei che il Ventennio aveva inveterato anche in quel territorio, soprattutto
quando ci si rivolgeva ai continentali.
 S e no,  rispose Vincenzo, con un accenno d'euforia.
Il prete non smise di squadrarlo, indossando la maschera che gli era stata mille volte utile per
far confessare la sua malefatta a qualche monello del paese.
 Vincenzo... Chironi.
Prete Virdis adesso era veramente disorientato:  Chironi?  chiese. Vincenzo accenn di s. 
Chironi dei quali?  insistette.
 Chironi di Nuro,  rispose Vincenzo con voce chiarissima. Ed ebbe la sensazione che una
volta tanto quella persona che gli faceva cenni da lontano corrispondesse a qualcuno che conosceva
benissimo.  Ma non sono nato qui,  complet.
Il prete fece la faccia di chi aveva capito anche se non aveva capito. E Vincenzo, a sua volta,
sorrise come chi si accontenta di pensare che il suo interlocutore abbia capito, anche se  certo che non
ha capito nulla.
 Noro non  vicina,  inform il prete.  Ha parenti l?
 S... credo di s...  Improvvisamente i concetti si stavano mettendo a posto.  Se avesse da
bere, le sarei grato...  sbott all'improvviso. La borraccia al collo del prete era la prima cosa che
aveva notato.
L'uomo si sfil la borraccia e gliela porse senza neanche aspettare che finisse la richiesta.
Vincenzo tent di contenersi sorseggiando con calma, ma pi beveva pi si rendeva conto di quanto
fosse assetato, pi accelerava il ritmo. Prete Virdis lo osserv con l'aria paternalistica che lo faceva
definitivamente prete.   acqua bollita... La malaria... Ha fatto bene a prendere questa strada per
Noro, l'altra in costa certo  pi veloce, ma pericolosa, l'epidemia non si contiene, il chinino arriva
razionato...  stata un'estate lunga.
 Buona...  comment Vincenzo restituendogli la borraccia praticamente vuota.  Grazie.
Prete Virdis non fece conto del ringraziamento.  Credo di aver preso una lepre...  disse
indicando un punto impreciso all'interno dell'oliveto.  Non ha fame?
In una ventina di minuti arrivarono alla chiesa dedicata a Sant'Antimo. Non era pi grande di
una cappella. Eppure la solitaria finitezza miniata dell'abside tondeggiante, il piccolo rosone
rozzamente merlettato, il portalino con presunzione di portale, la campana solitaria incastonata dentro
alla vela nell'apice del tetto, le dava un aspetto stranamente imponente. Poco pi in l si estendeva una
teoria di casette basse, alcune delle quali abbandonate da tempo, che formavano un cortiletto concluso.
Prete Virdis fece cenno a Vincenzo di seguirlo all'interno di quella che sembrava la casa pi intatta del
gruppo.
 Sono tempi cos...  afferm forzando il portoncino che non voleva saperne di aprirsi.
Quando finalmente cedette prosegu.  Le indicazioni della Curia sono di non interrompere le proprie
funzioni, ma sconsigliano di risiedere nelle plaghe malariche... La mia parrocchia non  questa, come
pu capire...  complet indicando un punto qualunque verso il mare.  E laggi  un disastro, i
malarici non si contano e persino i nuovi nati stanno venendo al mondo gi malati. In un mese ho
sepolto sei parrocchiani e quattro neonati... Ecco come vanno le cose... Gli uomini sono a morire
chiss dove, i vecchi si consumano per gli stenti o di febbre e i bambini nascono con la faccia da
scheletro.  questo. Ci vuole tempra per resistere da queste parti. Ma a Noro no. L c' aria buona, e
un dispensario medico per chi pu permetterselo . Vincenzo ascolt senza replicare.  Mi deve
perdonare, parlo troppo eh? Ma sono mesi che non parlo con qualcuno... Della vita intendo, non della
morte...  sorrise appena. Vincenzo rispose al sorriso.  C' dell'acqua,  inform il prete.  Fuori,
proprio qui nel retro, c' un abbeveratoio, non consiglio di berla, ma per lavarsi va bene... Io intanto
mi metto a cucinare... Va bene...  ripet all'improvviso come se temesse che la sua invadenza potesse
mettere in fuga l'ospite. Vincenzo l'incoraggi con un gesto riconoscente e usc.
Mangiarono in silenzio la lepre in umido con finocchietti selvatici. Prete Virdis masticava con
lentezza assaporando il cibo pezzo per pezzo; sul bordo del piatto aveva accumulato piccole porzioni di
muscolo e cartilagine. Quella carne umida aveva la consistenza di un frutto di mare, ed era calda,
constat Vincenzo: quasi non riusciva a masticarla da tanto che si era abituato a mangiare cibi
conservati e freddi. Il rischio era di farla scivolare direttamente gi per l'esofago.
 L'assapori piano,  disse prete Virdis, come se stesse parlando a un suo chierichetto.  Lo sa
che la prima digestione avviene nella bocca?
Vincenzo accenn. E pens che quella doveva essere una frase cara ai preti esattamente come la
formula dell'eucarestia: Prendete e mangiatene tutti, ma masticate piano, assaporate bene... Accenn
dunque, ma contemporaneamente rallent il moto delle mascelle come un bambino colto in fallo.
Il prete lo squadr: seminudo come un san Giovanni esponeva la sua magrezza che tuttavia
aveva qualcosa di massiccio, come un'asciuttezza cesellata muscolo per muscolo. Lo straniero
mangiava chino sul piatto col ciuffo scuro che gli faceva da sipario.  Dev'esserci qualcosa della sua
taglia,  disse prete Virdis a un certo punto.
Vincenzo alz la testa dal piatto, mastic ancora un po', deglut facendo sussultare il pomo
d'Adamo pronunciatissimo.  C' vento,  prosegu il prete.  La roba non ci mette molto ad
asciugarsi.
Poco prima di sedersi a tavola infatti aveva fatto il primo bucato vero da due anni a quella parte
e ora due camicie, tre paia di calzini, due pantaloni, due maglie, erano stesi come fantasmi sui cespugli
del cortile retrostante la canonica. E aveva potuto lavare anche se stesso con una quantit d'acqua
sufficiente a farlo sentire pulito. E ora quel cibo caldo.
Non troppo distante dal tavolo, nell'angolo in ombra della stanza, su un sacco ripiegato,
sonnecchiava un grosso cane che non aveva dato segnale di volersi occupare di tutto ci che succedeva
intorno a lui. Prete Virdis lo indic con un movimento del capo:  Murazzanu . Scand come una
rivelazione.  Ha quasi vent'anni, ci crederebbe?  Vincenzo scav con lo sguardo nell'angolo buio
dove la bestia respirava pesante.  Non sa quante volte mi ha salvato la vita... Io sono cacciatore, l'ha
visto...  Aspett un assenso dell'ospite prima di proseguire.  Una volta eravamo nel mezzo di una
battuta di caccia al cinghiale, be': non mi attacca una bestia dalle spalle?  Il prete qui fece una lunga
pausa enfatica, a Vincenzo venne in mente che doveva per forza di cose interrompere qualunque
attivit prima che l'altro riprendesse.  Faccio appena in tempo a girarmi quando vedo un bestione di
centocinquanta chili almeno che mi carica. Mai visto un cinghiale che carica?  Vincenzo fece cenno di
no.  Insomma, mi vedo perso e mi rivolgo al Santissimo e dico: Va bene, se hai deciso cos che cos
sia, quando, staccandosi dalla muta che si era dispersa nella macchia, ecco che arriva Murazzanu. Era
una bestia bellissima allora, come sono belli i cani giovani della razza fonnese, di Fonni l dalle sue
parti... Insomma si lancia sul cinghiale che aveva una stazza doppia della sua e si attacca alla sua
collottola... Proprio qui...  e si afferr la nuca con la mano.  Quello, che deve scuotersi per levarsi di
dosso il cane,  costretto a frenare la corsa. Io riesco a mettermi al riparo, ma non c' dubbio che possa
prendere la mira: cane e cinghiale sono avvolti da una nuvola di polvere. Intanto accorre il resto della
muta e il gioco  fatto. Per quando stiamo caricando sul carro il sirboni, che da noi vuol dire
cinghiale... Da voi come si dice?
Vincenzo non era preparato a una domanda diretta, cos per un attimo cerc nella testa la parola
richiesta:  Sanglr.
 Ah, strano,  comment il prete.
 A me pare strano il vostro di cinghiale,  ribatt Vincenzo.
A prete Virdis gli scapp da ridere.  Comunque,  riprese,  stiamo caricando il cinghiale sul
carro quando mi accorgo che Murazzanu  a terra. Oh, sventrato!  Prete Virdis attese una reazione ma
da parte di Vincenzo, che cominciava a sentire addosso un certo freddo, non arriv niente. Cos
prosegu pensando che quella storia la stava raccontando pi per sentire la sua stessa voce che per altro.
 Insomma,  l a terra con tutti gli intestini di fuori. E che cosa direbbe l'istinto umano in questi
terribili frangenti?  sembrava una domanda ma non era una domanda, infatti Vincenzo cap al volo
che non doveva rispondere niente.  L'istinto direbbe di uccidere quel povero magnifico cane per
evitargli sofferenze atroci... E invece no. Ho fatto il cappellano in Libia, lo so come vanno queste cose.
Io il cane moribondo lo carico sullo stesso pianale del cinghiale morto, con tutti gli altri compagni di
caccia che mi danno del matto e dicono: E fallo smettere di soffrire a quel povero cane!; e io:
Lasciatemi fare! Che se arriva vivo in paese io salvo lui come lui ha salvato me! Che razza di
riconoscenza, stanno pensando tutti, me ne rendo conto. Eppure  pi forte di me, devo seguire una
voce che mi dice di salvarlo... E infatti al paese ci arriva vivo, con le budella che ancora fumano e il
respiro grosso. Conosco qualcuno che sa fare le cose:  il medico del paese, Dottor Muroni, che sa
trattare uomini e bestie. L'abbiamo seppellito cinque, sei anni fa, pace all'anima sua,  disse facendosi
il segno della croce.  Comunque, gli porto il cane e lui senza chiedere niente prende le viscere e gliele
rimette nel cavo sotto al costato, poi prende i lembi lacerati del ventre e li tira forte uno verso l'altro, e
quando riesce a farli combaciare mi dice di tenere forte. Murazzanu sta ciucciando l'aria come se
avesse in bocca una cannuccia, povera creatura. Non ce la fa, penso, questa non la regge... Intanto
Dottor Muroni, come un sarto, ha infilato in un grosso ago a uncino un filo chirurgico: La bestia 
sfinita,  mi dice per rassicurarmi,  ormai non sente nemmeno pi dolore, facciamo pure questa cosa,
ma poi bisogna vedere se passa la notte. Faccio segno di s, e lui comincia a cucire. La pelle tesa del
ventre scrocchia a ogni puntura d'ago e sibila quando in quel buco scivola la correggia, il cane pare
privo di sensi, respira pianissimo, di tanto in tanto uggiola, ma come se gli mancasse la voce. Dopo una
ventina di minuti i lembi strappati sono ricuciti grossolanamente e le viscere sono ritornate al calore del
corpo. Be', sono passati sedici anni da quel giorno...
La conclusione  che prete Virdis ha troppo parlato e poco mangiato, ma la cosa non pareva
interessarlo pi di tanto. Infatti dopo aver spostato su una vecchia ciotola sbeccata gli scarti del suo
piatto si alz per portarli al cane. Si chin verso di lui e gli accarezz il muso con delicatezza,
porgendogli i pezzi teneri, grassi e succulenti che aveva selezionato. Murazzanu saggi quel cibo con la
punta della lingua, poi, lentamente, cominci a masticare.  Povero amico mio,  sussurr il prete.  
completamente sordo e ha le cataratte agli occhi, ma se fosse un essere umano sarebbe ultracentenario,
 disse ritornando a tavola. Vincenzo si leccava le dita per assaporare i resti d'unto e se stesso. Era
sazio come da tempo non gli accadeva, sentiva un calore che promanava dall'interno.  Il punto non 
tanto la fame reale,  stava continuando il prete procedendo in un discorso tutto suo, come un fiume
sotterraneo che, dopo essere scorso per chilometri dentro alla pancia profonda della terra, sbocca
improvvisamente in superficie.  Il punto  la fame...  Cerc una parola giusta nell'area appena
circostante il suo viso.  Immateriale. La fame immateriale... Ecco,  concluse soddisfattissimo come
se il concetto gli fosse arrivato in bocca fragrante, appena cotto.  La gente non pensa a Dio, pensa solo
al bisogno di Dio, perch Dio andrebbe accolto in una stanza apposita:  un ospite per cui si tiene libero
uno spazio, un letto, una sedia, un tavolo, una lampada. Sa quello che si insegna, no?  Vincenzo non
ritenne opportuno intervenire, si stava lasciando andare a un languore sottile come una carezza alla
nuca.  A proposito delle vergini sagge, intendo... Ecco...  A Vincenzo si chiudevano gli occhi. Prete
Virdis lo guard come se lo vedesse allora per la prima volta.  Sei stanco,  disse tranquillo e
definitivo. Da un corridoio di calma digestiva il giovane fece cenno di s.
Quando si sveglia  buio pesto. Ha addosso una camicia non sua, larga, ma con le maniche
troppo corte e le spalle troppo strette. Non ricorda di essersi coricato, ricorda solo la sensazione di aver
posato la testa su un cuscino. Dopo qualche minuto che si  abituato all'oscurit ecco che pu guardarsi
attorno:  in una stanza semplice, c' il letto in cui  disteso, una sedia colma dei suoi abiti frusti ma
puliti e asciutti, un treppiedi con un catino e una brocca. C' un crocefisso che fa sembrare la nuda
parete di fronte al letto ancora pi nuda. E silenzio. O meglio, tutt'intorno, quando anche l'udito
comincia a passare dal sonno alla veglia, Vincenzo sente con precisione la calma frenetica della
campagna, il frinire, lo sfregare, il respirare, lo svolazzare della vita parallela di piante e bestie, di terra
e aria, di mare e roccia. Lontanissimi, riverberi appena accennati, si sentono scoppi come vuoti d'aria.
Ma in mezzo a quel nulla sembrano talmente distanti che quasi viene il dubbio che da qualche parte la
terra sia un campo di battaglia. Oh, si stenta a crederlo. Dalla cima del paradiso semplice di un cibo
caldo e di un letto pulito si dubita realmente di questo mondo rovesciato. Eppure  cos che va.
Vincenzo ha fatto un sogno e in quel sogno era se stesso ma anche qualcun altro, tanto che
poteva vedersi e giudicarsi. Ha fatto quel tipo di sogno di cui resta solo la nota dominante, come una
canzone di cui si ricorda un accenno di melodia e nient'altro. Gli pare di poter dire con certezza che
quanto ha sognato fosse legato all'infanzia, ma non la sua, o forse s, ma vista da un lui ormai adulto,
proprio come succede a quei temerari che entrano nella macchina del tempo rischiando di incontrare se
stessi ancora in fasce. Un sogno di albi illustrati, di esplorazioni siderali. Di libri letti a lume di candela,
con rare immagini in bianco e nero tra un capitolo e l'altro. Immagini che danno corpo a eroi altrimenti
incorporei, con nomi difficili da pronunciare e avventure del tutto improbabili, ma bellissime proprio
per quello. Vincenzo sogna che la lettura l'ha salvato. E sogna che nella sua breve vita ha per lo meno
avuto l'opportunit di frugare in una biblioteca, piccola magari, che era quel che era, ma piena di storie,
come quella di padre Vesnaver a Trieste. E qui, quel sogno apparentemente irrelato rivelava la sua
insospettabile relazione, solida come la dimostrazione del teorema di Pitagora: perch  stato un altro
padre  prete Virdis  a nutrirlo, a offrirgli quello stesso letto sul quale ha potuto consumare il primo
sonno vero dopo mesi di semiveglia. Il primo sogno dopo mesi di buio. Cos  apparsa la piccola
biblioteca triestina, tutta racchiusa in due grandi credenze con sportelli a vetro poste proprio alle spalle
della scrivania del rettore dell'orfanotrofio. Questo avviene: che le cose si mescolano in un tutto che
sembra slegato e poi, a sorpresa, si legano. Vincenzo, nell'oscurit di quella stanzetta che non conosce,
prova a sforzare la vista per afferrare particolari, come quando da bambino si sforzava di guardare oltre
padre Vesnaver per leggere le costole brillanti dei libri racchiusi dentro agli sportelli tirati a lucido dalle
suore addette alle pulizie, alla vigilanza e alle cucine dell'istituto. Cosicch L'isola del tesoro, Dalla
Terra alla Luna, Il Conte di Montecristo, che erano quelli direttamente raggiungibili dal suo sguardo,
erano pi che libri, pi che storie: indizi di un mondo altro, pronto da esplorare. Quando ne ebbe il
permesso furono i primi che volle leggere.
 Nemmeno il temporale l'ha svegliato,  sussurr prete Virdis palesandosi dall'angolo pi
oscuro della stanzetta.
Vincenzo ebbe un sobbalzo. Ora che stava per svegliarsi completamente poteva dirsi con
ragionevole sicurezza che il prete era rimasto per ore a guardarlo dormire.  Quanto tempo ho dormito?
 chiese, rendendosi conto all'improvviso di tutto: che qualcuno l'aveva rivestito con abiti non suoi e
l'aveva portato in un letto.
 Saranno due giorni,  disse semplicemente il prete.  Ho anche temuto il peggio. In pi ha
cominciato a tuonare e grandinare...
 Due giorni,  ripet Vincenzo. Si mise a sedere sul letto portando le gambe fuori dalle
coperte.  Ma io devo andare!
 Ma dove vuole andare, si va incontro alla notte...
Vincenzo si guard attorno ancora una volta.  Due giorni. Due giorni...
Prete Virdis fece segno di s con la testa.  Murazzanu  morto stanotte,  disse pi a se stesso
che all'altro.  Povera creatura,  comment accomodandosi accanto a Vincenzo.  Qui  tutto morto,
tutto, e questa pioggia non aiuta: l'autunno non arriva, la temperatura non si abbassa, le acque non sono
che un ronzio d'insetti... Ho temuto il peggio anche per lei vedendo che non si svegliava, ma poi ho
sentito il respiro regolare e mi sono detto che evidentemente aveva bisogno di dormire . Vincenzo si
sentiva intorpidito, nemmeno la morsa gelida del pavimento sotto ai piedi scalzi lo aiut a riprendere
piena coscienza.  Ha grandinato che sembrava volesse buttare gi tutto, sono corso fuori a prendere la
sua roba stesa,  asciutta adesso. Qualche tempo fa potevo contare su Filomena, che magari poteva
darle una stirata, ma, povera donna, anche lei se n' andata che sono due mesi...
 Ho sognato . Afferm Vincenzo. E in quel nulla rarefatto di calma dopo il temporale, la sua
voce risuon imprecisa come qualcosa ancora da farsi.
Prete Virdis si alz, aspett che proseguisse, ma si rese conto che il giovane non aveva
nient'altro da aggiungere.  Non sono tempi per sognare questi,  riflett a voce alta per ottemperare a
un qualche, sconosciuto, dovere di interloquire in un discorso non fatto.  Fame?  chiese dopo qualche
secondo di silenzio.
Cos seppellirono il cane. Era una mattina piatta, scura e scabra come un piano d'ardesia.
Un'afa innaturale afferrava i bronchi nonostante l'alba fosse spuntata da poco. Vincenzo scavava una
buca nella terra durissima dello spazio antistante all'abbeveratoio. Un lavoro pi faticoso di quanto
pensasse, con la punta della vanga che scintillava a contatto con i sassi agglomerati nell'argilla cotta.
 Ecco,  constat prete Virdis.  Ieri ha grandinato, l'umidit non lascia requie, eppure la terra
 dura come il bronzo, non beve una goccia d'acqua... Ecco . Lo disse come se volesse intendere che
in quell'orrore che era diventato il mondo anche la terra diceva la sua, si ripiegava su se stessa,
rifiutava la speranza.
Vincenzo, dando un altro colpo di vanga, pens che quelle terribili conclusioni, quella
bestemmiante assenza di speranza, specialmente nella bocca di un vicario di Cristo, non fosse
nient'altro che dolore amarissimo per la perdita di una creatura molto amata.
La bestia, chiusa in un sacco di iuta, fu posata con dolcezza sul fondo della buca. A contatto con
la nuda terra, pi scura di quanto fosse in superficie, il sacco aspettava d'essere ricoperto con la docilit
ineluttabile del cadavere che non  pi corpo e anima, ma solo carne, strumento abbandonato dalle dita
o dal fiato. Prete Virdis trattenne pi di qualche lacrima. Si alz un vento lieve ma vorticoso come un
bordone ostinato. Vincenzo sollev gli occhi al cielo che si abbassava come se volesse raggiungere gli
umani, velarli di un sudario untuoso. Non aveva dato l'ultima sistemata al cumulo sulla buca che
cominci a gocciolare. Rientrarono in casa appena in tempo per non essere totalmente investiti dal
getto d'acqua.
L fuori il vento si era fatto consistente e il caldo asfissiante. Come nella bottega del cerusico
tutto profumava di ferro e oli essenziali. Di pelo bagnato e carogna. Di escrementi e piante officinali.
Qualunque cosa contenesse quello spazio martoriato, qualunque cadavere di cervo o muflone fosse
rimasto incastrato sul fondo roccioso delle forre, qualunque essere vivente fosse stato colto dalla fine
mentre cercava erbe selvatiche o mentre sfuggiva dal suo nemico giurato, qualunque umoroso amplesso
si stesse consumando nel segreto della campagna, ora esalava vaporoso dal suolo. Dove fosse finita
l'umanit era un mistero, marciva nell'attesa che altre superiori necessit cessassero, che nel frastuono
circostante ci fosse un millimetro appena di spazio per tendere una mano a quella scheggia di mondo
che pur non morendo di guerra, moriva di guerra tuttavia.
 Questa non  benedizione,  sentenzi prete Virdis, vedendo che fuori dai vetri la pioggia
batteva senza sosta.  Ho detto messa a Budoni ieri...  s'interruppe rapito dalla resistenza fiera che le
foglie di un melo cotogno opponevano al getto. Vincenzo non disse nulla.  Non  benedizione, 
riprese prete Virdis.   la festa delle larve. Ieri quattro morti a Budoni... E a Orosei, in tutta la
Barona dicono che  ancora peggio. Bisogner capire da quale parte  pi opportuno passare, no? 
Aspett, poi vedendo che Vincenzo non coglieva:  Noro, non  a Noro che deve arrivare?  Come
improvvisamente risvegliato Vincenzo fece segno che s, che era proprio l che doveva andare.  Bene,
 riprese prete Virdis.  Allora sar il caso di fare le cose come vanno fatte... Devo avere una cartina
da qualche parte... Un atlante,  disse allontanandosi verso la sua camera.
Vincenzo lo segu con lo sguardo, sentendosi improvvisamente trasportato indietro a sedici anni
prima, a Trieste, nell'ufficio del rettore.
Sedete, sedete...  gli aveva detto padre Vesnaver, rettore del Collegium Marianum.  Ci sono
un po' di cose che dobbiamo discutere... Vincenzo si era seduto e aveva abbassato la testa in attesa
che l'altro proseguisse. Riguarda il vostro passato e anche il vostro futuro. Ho qui due documenti che
il notaio Plesnicar mi ha condotto di mano venendo direttamente da Gorizia.  l che siete nato. Il
prete si era fermato a osservarlo. Non trovate interessante l'argomento?  di voi che si sta parlando. In
quanto tutore autorizzato dal compito che rivesto in questo Pio Istituto, ho ritenuto mio dovere
consultare il contenuto dei suddetti documenti prima di mandarvi a chiamare e infine mi sono risolto a
mettervene a conoscenza. Andate per l'undicesimo anno... E cos dicendo pos sul tavolo un foglio
dalle piegature intonse.
Secondo il riassunto del rettore, quel foglio affermava senza ombra di dubbio che il suo caso
andava rivisto giuridicamente in quanto, dalle viscere di un ufficio notarile periferico, era spuntato un
padre. Si trattava cio di mutare status, di passare da figlio di NN a figlio di...
Io non voglio cambiare, aveva sussurrato Vincenzo senza alzare la testa.
Padre Vesnaver aveva scosso la sua di testa. Tu son un caiser...  aveva detto, ma senza
metterci tutta la seriet che avrebbe voluto.  Testone! Un padre, capito? Ti chiami Chironi, Chironi
Vincenzo, capito?
Vincenzo aveva accennato di s, ma poi aveva ripreso a contare le striature della mattonella fra i
suoi piedi. Finch era stato seduto aveva fatto in modo di non toccare con la suola le linee del perimetro
regolare di quell'unica mattonella e ora, con tenacia, cercava di tenere a mente un numero
indeterminato di pennellate che la decoravano. Aveva accennato di s dunque, ma voleva dire di no.
Dopo aver atteso una reazione che non fosse la fissit pi assoluta, padre Vesnaver si era alzato
di scatto voltandosi verso una delle due credenze con sportelli a vetro che costituivano la sua libreria, e
apertone una aveva estratto un volume largo, ma sottile. Atlante, aveva scandito mentre posava il
volume sulla sua scrivania.
La scrittura era come una cicatrice dorata sul piano di cuoio. Vincenzo aveva finalmente alzato
la testa. Atlante il gigante che tiene il mondo sulle spalle, quello che fa la fatica per tutti noi di
sorreggere questa terra che calpestiamo. Ma ora tutta la terra cognita era selezionata, fra le pagine
spesse, in riproduzioni meravigliose. L'Italia tutta immersa nell'acqua di mare sottile come un pugnale,
e apparentemente vicina, l'Isola Sardegna che oggi ne fa parte. L'indice di padre Vesnaver che
indicava quell'isola sembrava quello di Dio che avesse deciso di affondarla... L vide il nome segnato
appena di quel posto che non era nient'altro che un villaggio... Nuro,  aveva scandito il prete. 
Qui. E aveva indicato uno spazio nel nulla in quel nulla... Quel nome si leggeva appena.
Il cuore di Vincenzo quasi aveva smesso di battere. No, aveva azzardato tentando di non
piangere.
Padre Vesnaver aveva sorriso per quanto gli fosse concesso dalla particolare, immobile,
conformazione del suo volto. Non dovete decidere adesso. Potete andare.
Questo ritorno lo mise in ansia. Ma l'atlante di prete Virdis aveva un'aria del tutto diversa da
quello di padre Vesnaver: quanto era compatto questo tanto era sottile quell'altro. Prete Virdis lo
consult con una maestria insospettabile. Indic strade alternative a quella che gli era stata segnalata
all'arrivo a Olbia o Terranova che fosse. Vincenzo finse di seguirlo, non riusciva a levarsi di dosso il
disagio per quella sensazione di rifiuto che segretamente gli stava risalendo dal profondo. Si sent
ritornare quel bambino che fissava la mattonella.  Che succede?  chiese prete Virdis. Vincenzo fece
cenno che non succedeva niente, proprio niente.  Ci sono nove chilometri di sentieri di campagna, poi
si sbuca nella provinciale in direzione Lula, che a dirla tutta non  molto meglio, ma  pi larga. L
transitano i carri e qualche camion se si ha fortuna. Di passare per Orosei non se ne parla. Non 
nemmeno detto che realmente la linea dei postali sia ancora funzionante, la situazione  brutta da quelle
parti... Da Noro mandano chinino e piretro, ma non basta. Quindi il mio consiglio  di percorrere la
cresta e non la valle,  spieg indicando la cresta col dito e coprendo la valle col palmo.  Strada brutta
e lunga il doppio, ma sicura.
Nel pomeriggio si era palesata una striscia d'azzurro. Si era aperta attraverso una fessura nel
piano calloso delle nubi scure, che si erano schiuse lentamente, scivolando oltre il mare come gli
sportelli di una botola. Prete Virdis in groppa al suo asino aveva raggiunto qualche parrocchia non
troppo a valle e ora ritornava in cima, verso casa.
Il cielo sopra la sua testa era stellato e luminoso. Impietosamente bello, di una bellezza
semplice e totale, come il sorriso di una sposa, l'orgoglio del ragazzo che scopre di essere uomo, lo
sguardo di chi si ama. Era bellezza degli umani e non delle cose, come poco prima, sotto la pioggia
fangosa, degli umani era stata ogni bruttezza. Di notti come queste ce ne sono poche, pens il prete. E
decise che di fronte a quella perfezione era arrivato il momento di riconciliarsi con chiunque avesse
stabilito la morte del suo cane adorato. Scese dall'asino mansueto, s'inginocchi sul terreno umido, si
segn, preg. Chiese a Dio di tenere in conto il deposito infinito di cui era intestatario grazie al credito
d'amore inestinguibile accumulato nella banca dei giusti. Gli chiese di ricordare ogni singola volta che
Murazzanu aveva guardato il suo padrone come prete Virdis, prete per vocazione non per obbligo,
aveva guardato Lui. Gli chiese di poter perdonare, di addolcire l'amarezza, di ricucire lo strappo, di
sostituire il battito del suo cuore col lucore pulsante di quel cielo. Fatto ci risal sulla groppa dell'asino
e con dolcezza gli batt la natica perch si rimettesse in cammino.
Prete Virdis arriv tardi a casa. Oltre la finestrella della cucina brillava la luce pallida di una
candela accesa. Come la vergine saggia. Entrando avvert l'odore di lardo fritto. Sulla tavola, coperta
da un piatto capovolto, quella che sembrava una frittata soda di patate e formaggio. Si sedette e
mangi. Era ancora tiepida. Mentre mangiava si accorse che stava mettendo da parte sul bordo del
piatto qualche boccone tenero per Murazzanu.
Si stabil dunque per la partenza la mattina dopo, che ormai, in quella porzione di giornata, di
pioggia scrosciante e di schiarite, di esequie e di ritorni, le ore migliori erano fuggite.
Vincenzo si mise in piedi che non era ancora giorno, la sua roba era pronta dalla sera prima. Si
vest e rifece il letto tentando di non fare rumore. In cucina scald un poco d'acqua. Si fece la barba
con cura, guardando la sua faccia dentro allo specchio in cima al treppiedi. Ora che poteva vedersi gli
sembr di essere assolutamente estraneo a se stesso. Pi magro di quanto avesse intuito toccandosi
quando doveva fare quell'operazione alla cieca. Il viso che lo guardava dallo specchio era avvolto nella
penombra, cupo, pensieroso, saggio di una saggezza impensabile.
Aveva sognato di nuovo, ma non era importante ricordare cosa.
Il rasoio sulla pelle fece un suono di telina strappata. Sotto al bluastro della ricrescita c'era
un'epidermide bianchissima, con una qualit fanciullesca che strideva con lo sguardo teso. Ora quei
due visi, fuori e dentro dallo specchio, parevano quelli di un padre e un figlio che si guardassero. Se
l'avesse conosciuto avrebbe potuto constatare fino a che punto il cipiglio serioso di Luigi Ippolito
Chironi eroe del Carso e, per atto notarile, suo padre naturale, gli si fosse attaccato addosso. E avrebbe
potuto constatare che quella paternit si era risolta con un calco perfetto d'espressione e forma: fronte,
bocca e naso esatti; di segno e disegno: sopracciglia e attaccatura del ciuffo esatti; di colore e tono:
pallore compatto d'avorio, capelli neri fino al blu. Ma per il colore degli occhi no, quel verde luminoso,
come anche le orecchie leggermente staccate e i polsi sottilissimi, erano di Erminia Sut da Cordenons,
contadina, e sua madre naturale.
E gli venne in mente quello che aveva sognato. O forse fu proprio la figura oltre lo specchio a
raccontarglielo.
 lui stesso bambino in braccio alla mamma che attendono in cima a una torre, quando vengono
raggiunti da un uomo che  lui in tutto e per tutto, ma sporco, col capo avvolto da un elmetto
lucidissimo che gli ombreggia lo sguardo. Eppure lui bambino riconosce se stesso adulto dalla
mascella, dalla linea del collo cinto dalla fascia d'ordinanza su cui spiccano i galloni brillanti. Ha
sognato che si parlano, sua madre e se stesso adulto, e l'uno dice all'altra che preferirebbe morire
piuttosto che vedere la rovina della sua famiglia, e lei risponde che non morir perch ha un figlio
adesso. E nel sogno la madre chiede al soldato  di cui si avvertono ormai solo i denti bianchissimi  se
voglia prendere in braccio suo figlio. E quello risponde di s. Cos la donna allunga le braccia per
porgere il bambino, ma ecco che, durante quest'operazione, il piccolo scoppia in lacrime, terrorizzato
dal padre senza volto. L'uomo, comprendendo la paura del figlio, fa segno alla madre di aspettare e si
sfila dal capo l'elmetto per scoprire il volto...
Che era lo stesso che ora lo scrutava, pensieroso, dallo specchio.
Rientr in cucina con un telo intorno al collo, prete Virdis lo aspettava seduto nello stesso
angolo in cui solo due giorni prima sonnecchiava il suo cane. Quando Vincenzo fin di asciugarsi il
prete constat che una rasatura finalmente accurata gli aveva tolto cinque o sei anni. Non aveva capito
che fosse cos giovane, disse. E aggiunse, passando da un discorso all'altro, che era molto buono
quanto gli aveva lasciato da mangiare la notte prima. E Vincenzo fece di spalle dicendo che erano solo
patate e formaggio, s, insomma, che si era permesso di guardare in giro e aveva trovato qualche patata
e un vecchio pezzo di formaggio... Era solo frico, un povero piatto che si fa dalle sue parti... Prete
Virdis accenn di s, che era buono, proprio buono.
Cos, in breve, hanno consumato qualunque argomento. Resta da assicurarsi che Vincenzo
abbia capito bene le indicazioni date la sera prima, sotto la pioggia scrosciante, a proposito del tragitto
da fare per arrivare a Noro senza entrare in contatto con le plaghe malariche. E resta a Vincenzo di
rispondere che s, ha capito ogni cosa e ha capito che quel tragitto sar pi lungo, ma pi sicuro. Prete
Virdis sbrigativo ribadisce che  meglio mettersi in cammino per tempo, che le ore del mattino sono
preziose. Infatti Vincenzo  gi pronto col volto verso l'uscio e la borsa gonfia di abiti finalmente puliti
e qualche provvista per il viaggio.
 Lo imparerai,  disse improvvisamente prete Virdis.
Vincenzo, che stava per aprire la porta, si ferm.  Che cosa?  chiese senza voltarsi.
 Se vorrai diventare parte di questa terra, imparerai cosa significa strazio...  la maledizione e
la benedizione delle isole: sempre andare e sempre tornare... con strazio.
A Vincenzo parve di capire perfettamente.  Sono tempi terribili,  disse aprendo la porta.
 S!  approv il prete.  Varrebbe la pena di restarsene qui a far finta che l'umanit non esista,
a illudersi che tutto quanto accade l fuori non sia nient'altro che un tentativo malriuscito, un errore
rettificabile.
 Ora  meglio che vada.
Vincenzo usc senza richiudere la porta, per permettere allo sguardo di prete Virdis di restargli
attaccato alle spalle fino a quando la sua figura lunga non sarebbe sparita oltre il muretto a secco, dove
cominciava l'oliveto.
L'odore del mattino fu talmente improvviso che lo spavent. Fu preso da un panico profondo,
ma senza evidenza. Una triste turbolenza tranquilla gli avvolse il petto come un sudario bagnato. Per un
attimo perse coraggio. Cos, quando si rese conto di essere fuori dalla portata dello sguardo di prete
Virdis, Vincenzo si ferm. Il cielo sopra di lui era pi rugoso e scuro della crosta di una torbiera. Un
cielo impossibile, puzzolente fino alla nausea come la pelle di un pachiderma. Sollev lo sguardo per
fissare quell'ammasso sospeso sulla sua testa e si chiese come facesse a reggersi senza un pilastro che
lo distanziasse dal suolo. C'era qualcosa di talmente elementare in quel farsi e mescolarsi di elementi
gassosi, terrosi, acquosi, che faceva pensare alla notte dei tempi. Sembra il primo cielo della Terra,
pens Vincenzo. Perch era sicurissimo che ci fosse stato un tempo in cui un umano si era dovuto
rendere conto di avere un cielo su di s, un istante certo, ma non sono tutte istanti le cose che cambiano
il mondo?... Ecco pensava a quell'istante, che sicuramente doveva esserci stato, in cui chi abitava la
Terra pass dal non avere la minima esperienza di quanto lo circondasse a quando, troppo allibito per
sorprendersi, alz lo sguardo e scrut il cielo. No che non lo chiam cielo, non lo chiam affatto, ma si
disse che comunque era l, era sempre stato l, e sempre vi sarebbe rimasto. Sempre. Vincenzo rivisse
quell'istante, quasi nascesse in quello stesso momento. Perch quel turgore infelice di nubi fangose, pi
livide che scure, non erano nient'altro che l'espressione tangibile del suo procedere incerto. Ma di
certissimo c'era che una cosa simile non l'aveva vista mai. Un cielo cos, mai.
Il supplizio dell'acqua
Michele Angelo Chironi si alz prestissimo. Era il giorno del suo settantaduesimo compleanno
e il cielo era scuro. Aveva aperto gli occhi un'ora prima di alzarsi perch gli scrosci sul tetto l'avevano
svegliato. Fuori, nel cortile, l'acqua si divertiva a suonare secchi metallici e barattoli di latta, ch la
pioggia qualche volta ha il vezzo di esprimersi in discipline umane, o forse sono stati gli uomini a
battezzare come umane discipline che appartenevano ad altre categorie.
Era fabbro Michele Angelo, lo era stato prima di capire che ostinarsi nel privilegio della
confidenza con la materia gli aveva portato pi infelicit che felicit. O gliele aveva portate in parti
uguali, ma felicit e infelicit, anche quando non differiscono in nulla  se posate sui piatti della
bilancia  mantengono la loro bella differenza quando si attaccano alla carne. Cos, davvero, era
bestemmiare la buona sorte dire che in quei settantadue anni a casa di Michele Angelo Chironi, fabbro
in Noro, Barbagia, non fosse mai entrata la felicit, ma era altrettanto impossibile dire fino a che
punto la morte di quasi tutti i suoi figli, di suo genero, della sua nipotina e la scomparsa sette anni
prima di sua moglie, potessero bilanciare congruamente la sua straordinaria fortuna professionale. Per
questo a un certo punto, restato solo con una figlia superstite, aveva deciso che i conti fra lui e la sorte
si sarebbero chiusi soltanto con la serrata dell'officina da cui la sua felicit e la sua infelicit erano
scaturite. Da cinque anni in quello spazio di fucine e incudini non era ammessa anima viva. Davanti
all'entrata sbarrata, che dava sul lato destro del cortile, erano state disposte quattro piante di limone in
vaso.
Eppure quello era stato un luogo di vita magnifica e operosa come pu capitare solo nella
retorica stessa di operosit. Era stato uno spazio di voci e di sguardi, di metallo incandescente che
veniva sottoposto al supplizio dell'acqua per temprarlo, come Michele Angelo pensava di avere fatto
con i suoi figli. Non deve essere stato un buon lavoro, si disse per darsi il buongiorno in quell'alba
scura di pioggia a fiotti.
Stabil che si era trattenuto oltre il lecito a ruminare cattivi pensieri a letto perci si alz. Aveva
preso l'abitudine di dormire nel posto che era stato di sua moglie Mercede prima che lei decidesse di
scomparire. E questo perch sapeva cogliere l'odore segreto della sua donna, lo stesso di cui, in
quarantasette anni di notti insieme, i materassi si erano impregnati. Da quella posizione poteva
ricordare il triste catalogo della sua stirpe disseccata. In quel lato del letto Mercede aveva avuto le
prime e le ultime doglie. Su quel lato l'avevano distesa le prefiche del quartiere per piangerla come
morta quando sembr che la sua sopravvivenza fosse in alternativa con la nascita di Marianna, l'ultima
figlia.
In quel lato del letto era andato a dormire quando cap che Mercede non sarebbe tornata pi e
un sonno tremendo lo colse. Pi che sonno parve uno svenimento, come una parte di s che avesse
deciso di abbandonarlo lasciandolo a terra floscio come un sacco vuoto. Questo esattamente aveva
sentito: l'abbandono della sua carne, la ferocia con cui i muscoli si staccavano dalle ossa, lo sfinimento
di una battaglia silenziosa combattuta fra s e s. Fra s e s immediatamente perduta. E allora si era
trascinato verso la camera da letto come un moribondo che raccoglie le ultime forze per illudere tutti i
cari che lo circondano che, a differenza di quanto si crede, non sta per morire. Ma era riuscito ad
arrivare a stento fino al suo letto, l'unico letto coniugale che lui e Mercede avessero voluto anche
quando potevano permettersene uno migliore, uno da signori. L si era lasciato andare, planando con il
viso sul guanciale fresco del suo amore. E aveva riconosciuto il profumo dolce acre dei capelli ancora
nerissimi di sua moglie, sfiniti dalla spazzola... Aveva riconosciuto la fragranza della curva che la nuca
faceva all'origine del collo, dove scappavano i ciuffi giovani ogni volta che Mercede tendeva le
ciocche sul cranio per arrotolarvi la treccia. Aveva riconosciuto l'orma del corpo esile di lei sotto il suo
corpo, che non era nient'altro che un involucro senza peso.
Dissero che dorm ininterrottamente per tre giorni. E dorm nella notte atroce come il morso di
una tagliola, senza un segno, senza un'indicazione, senza speranza. Vecchio centenario a
sessantacinque anni, vedovo senza una moglie da piangere, perch che Mercede fosse morta non si
poteva dire.
Nel momento esatto in cui Vincenzo, data l'ultima palata di terra alla sepoltura del cane di prete
Virdis, si era messo a correre verso casa per evitare lo scroscio incombente, a Noro Michele Angelo,
davanti al caminetto spento, pensava a quanto serenamente crudele fosse stata la sua vita. Aveva sentito
con chiarezza con quanta ostinazione quel vivere o sopravvivere si era attaccato alla sua carne.
Il vostro problema  che state troppo bene, gli aveva detto un giorno Dottor Romagna
parlandogli dalla strada verso il portale come al solito socchiuso del cortile.
Al che lui aveva risposto con una scrollata di spalle. Che bene e bene su Dutt: ho dolori
dappertutto.
Dottor Romagna aveva sorriso con la faccia di uno che deve per professione credere e non
credere. Lui sapeva che i pazienti pericolosi appartenevano a due famiglie nemiche come i Montecchi e
i Capuleti: da una parte quelli sempre malati e dall'altra quelli che non si ammalavano mai. Il che la
diceva lunga sul luogo comune che la mente non avesse voce in capitolo quando si trattava di
acciacchi.
Michele Angelo aveva tutta l'aria di uno che la malattia sapeva tenerla a bada, come aveva
saputo tenere a bada ogni cosa nella sua vita. Anche il dolore. Anche dover assistere alla decimazione
perfetta di tutta la sua famiglia.
A questo esattamente pensava Michele Angelo seduto davanti al caminetto spento, mentre fuori
gettava e gettava e Marianna, a braccia conserte, taceva dietro di lui. Poi si era diretta verso la porta
finestra che guardava verso il cortile, aveva scostato la tendina dell'anta e si era segnata, che quel cielo
livido faceva paura sul serio. Non si dicevano niente. Potevano stare in silenzio per giorni interi padre e
figlia in quella casa di fantasmi. In quella cucina dove Luigi Ippolito aveva annunciato che sarebbe
partito per la Guerra, sa Gherra, la Prima, quella vera, non questa.
Battendo una manata su quel tavolo Michele Angelo aveva dichiarato conclusa la carriera
scolastica di quel perditempo di Gavino, l'altro figlio. E ancora l erano stati disposti vassoi di dolci e
tazzine fumanti di caff per il matrimonio di Marianna. Oh, per qualche ora persino le bare bianche dei
gemelli Pietro e Paolo, raccolti a pezzi in una tuppa, erano state appoggiate su quel tavolo prima del
funerale...
Tutti morti, pensava Michele Angelo. E lo pensava ogni giorno.
Proprio mentre Michele Angelo pensava queste cose a Vincenzo venne in mente che avrebbe
potuto restare da prete Virdis, che quanto andava cercando a Noro non era detto che ci fosse. Poi era
trascorsa un'altra notte feroce, con gli aerei che passavano rasoterra e rendevano ancora pi paurosa
l'ira dei cieli. E Michele Angelo aveva aperto gli occhi, maledicendo la coscienza vigilantissima che
aveva trovato a vegliarlo accanto al letto. Poi si era voltato verso il lato del letto in cui aveva sempre
dormito lui e, con sollievo, non si era trovato. Lui non c'era pi, il suo corpo era disteso sul calco di
Mercede, e questo era tutto. Era tutto davvero. Perch in quell'improvviso non trovarsi c'era la
soluzione che aveva cercato negli ultimi sette anni: sparire significava sottrarsi al dolore.
Michele Angelo si rese conto della sua scomparsa proprio quando Vincenzo finiva di preparare
le sue cose badando a non svegliare prete Virdis, che era sveglio tuttavia.
 Il supplizio dell'acqua,  sussurr Michele Angelo al silenzio che l'accoglieva. Quella
condizione di stabilit che andava conquistata a patto di terribili cambiamenti. Lui lo sapeva, l'aveva
visto bene il magma incandescente che, una volta immerso nel secchio, s'irrigidiva sbuffando e
fischiando.
Questo era stato in fondo: era venuto al mondo come materia informe che l'amore aveva
forgiato, quando il suo sguardo aveva incrociato quello di Mercede. Per anni il maglio aveva battuto sul
suo corpo costringendolo a cedere. E lui non aveva ceduto, fino a quando Mercede non aveva deciso di
andare via. Ma anche una volta andata via non si poteva dire che lui avesse ceduto. A dispetto di ogni
realt, di ogni constatazione, si opponeva allo specchio d'acqua che avrebbe potuto decretare un assetto
definitivo. Cos che Mercede fosse morta non si poteva, non si doveva, dire. Era uscita e poi non aveva
ritrovato la strada di casa, ecco cosa era lecito dire. E occorreva sorvolare sul fatto che fosse uscita
scalza e in camicia da notte e con i capelli sciolti; poi sorvolare sul fatto che qualche pezzo di tela
strappata fosse stato trovato prima del trmene a Gorroppu; poi sul fatto che erano passati sei inverni e
sette estati, che l'inverno appena trascorso era stato tremendo, con gelo senza requie, neve abbondante
e piogge torrenziali; poi ancora che, se mai sarebbe stato superabile il freddo, non c'era nessuna
speranza di sopravvivere ai cinghiali; e poi ancora e ancora, che Mercede, prima di sparire, non era mai
uscita di casa e non aveva esperienza del mondo se non quella che si era fatta sulla sua carne; e infine
che dopo la morte di Luigi Ippolito non era pi stata la stessa, ma aveva retto perch Marianna, la figlia
femmina, aveva trovato un fidanzato importante, un podest, e doveva sposarsi, e aveva retto ancora
finch non seppe che Dina la nipote era morta anche lei!
Ecco, la qualit di quelle tragedie era commisurabile solo in rapporto al fatto che la fortuna era
stata generosa con i Chironi, ma aveva fatto pagare cara quella generosit. Con altri la fortuna non lo
era stata altrettanto, tuttavia le tragedie si erano susseguite lo stesso. Senza una qualche ostinata docilit
tutto quel mondo pare ingiudicabile, insopportabile. A Michele Angelo venne in mente il sogno del
faraone che ha visto sette vacche grasse e sette vacche magre, e l'interpretazione di Giuseppe che
sentenzia: Sette anni di abbondanza e sette anni di carestia. E ci rimetterebbe a posto le cose: tenersi
pronti per la carestia durante l'abbondanza. Ma quella  una saggezza talmente elementare che si
frantuma al primo scossone della realt. Che succede quando abbondanza e carestia dormono sullo
stesso letto, quando c' il cibo ma non ci sono pi le bocche da sfamare?
Succede che si perda la testa, e succede che l'amore non basti. Succede che se i fatti non si
pronunciano vuol dire che non sono capitati. Lo stesso fiato che ravviva la fiamma permette alla vita di
compiersi: il nome proprio Mercede e la parola Morte non possono mai essere pronunciate assieme a
casa del fabbro; nessun respiro umano  autorizzato a comporre la frase Mercede  morta; nessuna
mente  autorizzata a constatare che Mercede non pu essere sopravvissuta.  tutto.
Anche questa giornata inizia con Marianna che invita il padre a uscire e lui risponde che no.
Non vuole vedere quello che c' fuori dal cortile. Non vuole affrontare un paese che non conosce pi,
tanto che gi qualcuno comincia a chiamarlo citt.
La tragedia dei profughi si  risolta in una qualche forma di prosperit per quella plaga
altrimenti dimenticata. I bombardamenti delle cittadine di porto hanno condotto verso l'interno dei
pelliti, verso le fauci dei trogloditi barbaricini, azzimati campidanesi e speculativi galluresi in tutto
civilizzati. Gli uni vagamente equini, con la mascella castellana; gli altri chiari e toscaneggianti.
Raffinati come possono, comunque evoluti dalle qualit delle piccole capitali: viceregia al Sud, dove ci
sono palazzi e lungomare; vescovile al Capo di Sopra, dove impera il barocchetto. Qui, nella cattivit
barbaricina, bisogna avere pazienza: il posto  quello che , la gente  quella che , le case sono quello
che sono, ma almeno rimangono in piedi. E, bisogna dirlo, c' una campagna magnifica. Anche l'aria 
buona, buono il formaggio, ma non sanno fare il vino che  pesante, inacidisce in un nonnulla, basta
scuoterlo appena: nel trasporto s'intorbida di residui e per berlo bisogna farlo riposare. Cos per tutto il
resto, agli urbani del Sud o del Nord questi pastori dell'interno, del centro, sembrano in tutto cose
rozze, rozzamente lavorate che per vanno trattate con estrema delicatezza, perch in un attimo si
rabbuiano e basta niente: un errore involontario, una parola di troppo, uno sguardo sbagliato, un tono
incontrollato, che si passa dalla gioia al dolore, dal riso al pianto.
La maggior parte dei profughi occupano case in affitto, vecchi stabili disabitati gi dai tempi
della recente, grande, edificazione mussoliniana. Case basse col tetto incannucciato, pensate per uomini
e bestie insieme, con cameroni amplissimi e niente servizi, se non la campagna poco distante. Quelli
pi ricchi hanno comprato e ristrutturato, alcuni hanno persino trasferito a Noro le loro attivit
commerciali.
Intorno impazza lo spettacolo dell'orrore abissale, ma in quella specie di Svizzera rustica si
ragiona di lottizzazioni, si concepisce un'espansione verso il territorio collinare di Istirtta e si
programma la costruzione di una nuova, importante, chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie.
In questo posto di intelligenti, di fascisti dal volto umano, di comunisti malinconici, lo spettro
che agita il mondo  un'ombra appena. Nella recrudescenza che caratterizza l'agonia di ogni sistema,
qui si pensa a un dopo imminente. Si capisce anche che, quando tutto sar finito, non ci saranno
vendette incrociate, o che saranno saltuarie, perch i massimi sistemi non sono talmente importanti da
generare recriminazioni, qui le faide si impostano per un nonnulla. Appunto.
Da nove mesi la Soluzione Finale  in atto eppure il vecchio avvocato locale che nella
contingenza si chiama podest non sa nemmeno come siano fatti veramente gli ebrei. Per lui la Storia
significa semplicemente cambiare colore di camicia ed essere additato, solo qualche anno dopo, quando
passegger al Corso con la sua signora al braccio, senza malevolenza, anzi con una punta di affetto:
fascistone.
Quello che si capisce  che  iniziata la fase calante. Solo dieci anni prima era tutto un turgore
di manganelli, un teatro di gonadi e testosterone... Era tutto un circolare di balenti istituzionalizzati.
Poi  bastata qualche guerra di troppo, qualche equipaggiamento mancante, e tutto quel gonfiore di
petti si  miseramente afflosciato. In quanto all'autarchia ai nuoresi non si poteva certo spacciare per
una pensata particolare. Da quelle parti non si era fatta nient'altro che autarchia dalla notte dei tempi.
Si mangiava il proprio pane, il proprio formaggio, i propri legumi. E si beveva il proprio, terribile,
vino. Appunto.
Sicch Michele Angelo aveva il terrore che il paese di Noro si fosse trasformato in un'Itaca
irriconoscibile. Perch sapeva che quello spazio non aveva potuto ancora farsi vanto della voce di un
cantore che mediasse tra lui e la Storia. E intuiva che in assenza di quella mediazione non c'era verso di
rendere immortali i corpi e i luoghi. Per quanto ne sapeva lui, per quanto poteva ricordare, Ulisse trov
intatta la sua isola dopo vent'anni di assenza. L'astuto Laerziade sulla riva in cui pos il piede non vide
cambiamenti, non una casa che egli non avesse salutato partendo per le mura di Troia due decenni
prima, non una coltivazione che prima non esistesse, non un capo in pi nel gregge di capre che
pasturavano spingendosi fino alla battigia.
Le voci di fuori, quelle che s'infilano nel cortile socchiuso di Michele Angelo Chironi, gli
cantano una canzone diversa: di vigne scomparse, come quella al Ponte di Ferro o all'ingresso del
paese nella collina subito sopra Seuna. Di strade nuove; di un nuovo mercato proprio dove c'era il
frutteto del convento; di gente nuova, anche continentale, che ha aperto esercizi pubblici; di vinai che
hanno chiuso le bettole e di altri che le hanno aperte; di case che si cominciano a costruire su terreni
dove non si portavano nemmeno le capre a pascolare...
Tutto il contrario della poesia.
Per una qualche ragione che al fabbro sfuggiva, tutto, intorno a lui, sembrava voler rifiutare
l'eternit.
Ogni volta che Marianna insisteva perch uscisse, lo invitava a rendersi conto di qualcosa che
lui ostinatamente rifiutava: segherarsi, constatare con quanta ferocia i tempi nuovi si stessero divorando
quelli vecchi. Se ci fosse stata ancora Mercede al suo fianco quel cortile sarebbe rimasto aperto, perch
quella donna era la sola ragione per cui aveva sopportato, fin dentro la carne, ogni cambiamento. Ecco,
senza capirla veramente lui, Michele Angelo Chironi, questa cosa l'aveva capita: fuori di l, fuori dal
cerchio del melo cotogno, dallo sgocciolio della fontanella, dall'angolo in ombra dove ingrassano le
ortensie, avrebbe potuto trovare ogni cosa, buona o cattiva che fosse, ma non Mercede.
La porzione di cielo che sovrastava quell'orto concluso mutava a seconda delle stagioni, a
seconda dei fogliami e delle fioriture, a seconda della luce. C'era una variet infinita persino in
quell'area ristretta, totalmente isolata dall'esterno. Era l che i rododendri e le dracene surculose
producevano quel particolare profumo ombroso traspirando l'aria della sera. L che si accumulava il
languore triste emanato dalle pareti, smaltate di fuliggine spessa, dei camini; era l che ile non pi
grandi di un'unghia prosperavano nell'incubatrice creata dalla perdita d'acqua del tubo per
l'irrigazione; l, accucciati sugli sgabellini di ferula, si spennavano i capponi e si sbucciavano le fave;
da l precisamente si poteva osservare il gran carro, o l'aratro che fosse, perch la rimessa in cui, finito
il suo lavoro, veniva riposto era proprio in quella porzione di cielo nel centro esatto del cortile. E
ancora era da quell'area immutabile che i pomeriggi di marzo spalmavano sonnolenza in casa
attraverso il silenzio laborioso della cucina perfettamente riordinata; e fin dentro all'officina quando
ancora c'era qualcuno a renderla viva, quando ancora ante di cancelli non finiti, pezzi di balconi, alari
per camini, ringhiere occupavano quell'area che ora era occupata da quattro limoni in vaso, segno che
nemmeno l'immutabile  davvero immutabile.
Era possibile coricarsi con un cielo settembrino tutto stelle, inebriati dal profumo appassionato
delle notti perfette, e risvegliarsi in un novembre di nubi improvvise, ma con quello stesso,
malinconico, profumo ancora attaccato alle narici. Non bisognava mai fidarsi del cielo, ma solo del
proprio naso. Questo significava adattarsi a convivere col firmamento, cercando di trovare dentro se
stessi un sistema per sopravvivere. A Michele Angelo pareva di non aver mai saputo nient'altro che
questo: sbarrare le porte dell'officina, tener socchiuso il portale del suo cortile, non era stato in nulla
perdere la speranza. Era stato concentrarsi, raccogliere le proprie esigue energie per dare un senso a una
vita che rischiava di non averne. E poi perch solo in quella concentrazione, in quel raccoglimento,
poteva dirsi al sicuro.
Il supplizio dell'acqua era stato un dolore acido, terrificante, istantaneo. Poco sotto la superficie
dell'acqua gelida, per un attimo, aveva perso il respiro, ma ora temprato, sovrastato da un cielo che
mutava immutabile, non temeva pi nulla.
 Perch non uscite a fare due passi?  gli disse Marianna da dietro alle spalle.
Non si aspettava che il padre rispondesse.
Infatti Michele Angelo non rispose.
Il ritorno di Ulisse in patria
Per tutta la mattinata cammin. Quanto pi si saliva, tanto pi il clima si faceva rigido. Non si
trattava certo di scalare montagne, ma nemmeno di colline si trattava: in alcuni punti i tratturi erano
semplici spaccature fra le rocce. Anche la vegetazione si era fatta pi spessa, non secca e crepitante, ma
turgida e liscia, foglie senza un suono che scivolavano sul corpo resistenti e non si frantumavano a ogni
tocco. Il passo di Vincenzo si faceva pi svelto via via che si scaldava. Per due ore non incroci anima
viva. Se si escludevano piccole famiglie di pernici dal collare rosso che, baccaglianti e sospettose, al
solo rumore dei suoi passi acceleravano per raggiungere un riparo. Vincenzo pens a quanto fossero
strani quegli uccelli che avanzavano con l'urgenza di chi avesse tanto da fare, ma che, in fondo, non
avevano nient'altro da fare che sopravvivere. E un poco si figur che anche lui visto dall'alto dovesse
fare l'effetto di qualcuno che ha un'urgenza inesplicabile scritta nel passo veloce, nello sguardo
concentrato, nella diffidenza, nell'attenzione ai particolari.
Una serie di rumori secchi davanti a s lo distolse da questi pensieri ampi. Esattamente come
una pernice qualunque, acceler il passo per ritirarsi fuori dal sentiero e controllare cosa stesse
succedendo.
Seminascosta da un'ansa del tratturo una donna stava abbattendo una pianta. I colpi secchi che
aveva sentito erano quelli di una lama che scalfiva la carne asciutta di un arbusto altissimo e carico di
fiori gialli.
Vincenzo decise di farsi vedere. Come se camminasse in una stanza dove tutti dormivano
avanz guardingo. La donna parve non averlo nemmeno notato.
Quando sent che l'estraneo era arrivato a pochi passi da lei, finalmente si volt. Ora che poteva
guardarla in faccia Vincenzo si accorse che era meno giovane di quanto pensasse.
 Buongiorno,  disse.
 Buongiorno,  rispose la donna, spiazzata da quella cadenza che faceva dell'estraneo un
estraneo al quadrato.  Lei non  di qui,  constat cercando senza volerlo di rifugiarsi in un italiano
pi neutro possibile.
Vincenzo fece cenno che no, pensando a quante volte in pochissimo tempo quella stessa
domanda, che domanda non era ma un'affermazione, gli era stata rivolta.
La donna ripul la lama dello strano coltellaccio con cui aveva aggredito l'arbusto facendosela
scivolare prima su un fianco poi sull'altro. Era vestita come Vincenzo poteva immaginare si vestissero
le donne in quella terra, ma aveva in testa un fazzoletto che le teneva i capelli non molto diversamente
da come lo portavano le contadine della sua, di terra. C'era un'inspiegabile domestica continuit
nell'aspetto di quella donna che la faceva apparire straniera, ma familiare agli occhi di Vincenzo.
 Devo andare a Nuro,  disse a un certo punto vedendo che la donna aveva ripreso il suo
lavoro.
 Enula,  disse lei senza apparente costrutto. Vincenzo tacque.  Enula,  ripet lei chiarendo
che si riferiva all'enorme pianta contro la quale si accaniva.  Non c' niente da fare, questa roba
rovina il miele. C'ha fiori belli. Le api ci vanno e trascurano le piante buone... E il miele di questa
pianta non  buono, non tiene e fermenta... non fa,  concluse la donna dando il colpo di grazia. La
pianta s'inchin a lei come a una divinit incontrastabile. La donna stette a fissarla come ad aspettare
che esalasse l'ultimo respiro, poi l'afferr con una forza notevole e la scaravent al centro del tratturo.
Vincenzo si scans per non essere colpito dalle fronde. La donna non sent il bisogno di scusarsi
perch quell'estraneo non si trovava dove era giusto trovarsi, ma si era messo proprio tra lei e l'area
che aveva individuato per accumulare gli sterpi.  Vado giusto di qui?  domand lui congedandosi.
La donna si assest il fazzoletto sulla testa, poi agitando la mano armata gli indic di
proseguire.
Vincenzo se la lasci alle spalle che aveva affrontato un'altra pianta fiorita.
Cammin per una ventina di minuti lungo una strada sterrata leggermente in discesa che andava
pian piano allargandosi. Cespugli odorosissimi ne limitavano i bordi e, in qualche caso, occupavano
parte della carreggiata. Un sole non accecante si era posizionato in uno zenit ipotetico e l'ombra che
produceva si era ridotta a una macchia di bitume sul terreno. Vincenzo calcol che doveva essere circa
l'una. O forse fu il suo stomaco a dirglielo. Si guard intorno per cercare un posto dove sedersi e
mangiare qualcosa della piccola provvista che prete Virdis gli aveva messo a disposizione. Fu allora
che sent il rombo di un motore alle sue spalle. Si volt di scatto: dalla curva, qualche centinaio di metri
indietro, apparve il muso di un piccolo camion. Il veicolo raggiunse il giovane proprio mentre si
scansava verso il lato della carreggiata. Solo quando l'ebbe affiancato Vincenzo si accorse che alla
guida c'era la donna di poco prima. Il camion and in frenata con un ronzio concentrato.  Io arrivo
fino a Lula,  disse la donna senza smettere di guardare davanti a s, serissima, altrettanto concentrata.
Poteva sembrare un invito a salire anche se Vincenzo non ne era del tutto sicuro. Tuttavia la donna lo
aspett il tempo che gli occorse per passare dal lato del passeggero e aprirne la portiera. Appena entrato
nell'abitacolo il passeggero non pot fare a meno di notare che l'autista teneva l'ampia gonna raccolta
tra le cosce perch non l'intralciasse coi pedali. Vincenzo non fece quasi in tempo a richiudere la
portiera che la donna part.  Non tiene il minimo,  disse come se dovesse scusarsi ma non ne avesse
voglia. Esistono questioni ineluttabili, cose per le quali non ha senso stare l a scusarsi pi di tanto e
una di queste era quel maledetto minimo che non teneva e che la costringeva a ridurre le soste col
motore acceso, senza considerare i consumi del carburante eccetera. Insomma, era gi tanto che, una
volta avviato il mezzo, avesse concesso all'estraneo di salirvi. Tutto questo discorso non fatto rimase
come terzo incomodo dentro alla cabina del camion a farsi sballottare insieme ai passeggeri. Vincenzo
cap per istinto che quella non era una donna con la quale si potesse intavolare una discussione a meno
che non lo decidesse lei. Cos in silenzio si guard intorno.
Dall'alto della cabina del camion quella terra sembrava pi morbida di quanto apparisse dalla
strada. Pi che appassita la vegetazione faceva l'effetto di essere solida, mai docile in nulla. Morbida
all'aspetto superficiale ma di fatto, nel profondo, ferrosa, immobile. Ci si aspettava che tintinnasse a
ogni soffio di vento. A tratti si aprivano sul ciglio della strada, a malapena spianata, piccoli orridi
schiumosi di sorbi. Tutto stava improvvisamente mutando in un tono di peltro, grigio calcareo. Il sole
gi pallido venne schermato dalle creste di un monte brillante, irsuto a valle e glabro in cima.
Percorsi ancora sei-settecento metri in salita si ritrovarono in uno spiazzo, una terrazza naturale
che si apriva verso il paesaggio circostante. La donna sterz senza troppa delicatezza e blocc
l'automezzo. Assolutamente muta scese e si sgranch le ossa alzando le braccia e i pugni verso il cielo,
come una sacerdotessa sulla cima di un monte sacro che volesse maledire chiss quale oscura divinit.
Vincenzo aspett qualche minuto prima di decidersi a scendere anche lui. Da quella posizione il suolo
sembrava voler passare dallo stato solido a quello liquido: le rigide pareti carsiche dentro cui era stato
scavato il tratto montuoso che avevano appena attraversato, la zona collinosa densa di corbezzolo e
cisto della porzione pedemontana, una piana ondulante di fruttetti radi e un paese. Infine il mare.
Stettero in silenzio. La donna sembrava sempre sul punto di dire qualcosa ma ogni volta pareva
cambiare opinione. Quando finalmente apr bocca chiese:  Fretta c'ha?
Vincenzo la guard stupito.  No,  disse.  Fretta no.
La donna approv con entusiasmo.  Io qui mi fermo sempre, tanto poi  tutto in discesa e
possiamo viaggiare in folle . Vincenzo tent un sorriso, la donna comprese subito che non aveva
capito.  Lei sa guidare?  chiese con la solita schiettezza distante.
 No,  disse Vincenzo.
 E allora  inutile perdere tempo a spiegare che cosa vuol dire in folle,  concluse lei
ritornando a guardare il paesaggio sotto di s.
 Be',  tent Vincenzo,  in genere le spiegazioni si danno a chi non conosce...
 Anche questo  vero,  convenne la donna indicando l'autocarro.  Ma lei ne sa qualcosa di
motori? Se io le dico che questo  un modello del 1924, un Fiat 505, e che eroga una potenza di trenta
cavalli, a lei gli cambia qualcosa?
Questa volta fu Vincenzo a convenire, ma non fino in fondo:  Sono uno che impara volentieri,
 disse.
La donna nemmeno lo ascolt. Si diresse verso il pianale del camion dove teneva delle cassette
di legno dentro le quali erano allineate file di barattoli. Ne estrasse uno.  Miele buono,  annunci. 
Ci si deve anche nutrire, no?
Mangiarono condividendo quanto avevano: lui pane vecchio e formaggio, lei miele e acqua. La
donna per mangiare pi comodamente si era legata il fazzoletto dietro alla nuca, schiarendo il viso.
Aveva al massimo una trentina d'anni. Le sue mani erano sporche di grasso, come quelle di un
meccanico o di qualcuno che armeggiasse dentro ai motori. Era rimasta sola, disse a un certo punto,
sola in una casa vuota in mezzo alla campagna, una vigna incolta, venti arnie e un autocarro. Suo
marito era partito nell'estate del '41 per destinazione ignota da qualche parte in Russia. Che la Russia,
lei si era documentata, era un posto davvero indicibile. L'ultima lettera era del novembre del '42 dal
fronte del Don. Che  un fiume immenso a dispetto del nome brevissimo. Lo sapeva?
Vincenzo ascoltava senza parlare perch non era sicuro che fosse esattamente lui quello a cui la
donna si stava rivolgendo.
Cos s'era dovuta ingegnare in tutto, fare meglio quello che sapeva fare e imparare tutto quello
che non sapeva. Guidare l'autocarro, per esempio, per portare il miele da vendere, o da scambiare fino
a Lula; e s'era dovuta industriare in cose da maschi, perch se gli uomini mancano sono le donne che
devono mandare avanti la baracca. Tanto figli non ne erano arrivati e semmai fossero arrivati Antonino,
suo marito, era partito troppo presto per occuparsene. Da una tasca della gonna tir fuori un astuccio di
cuoio, ci frug dentro e ne estrasse una piccola fotografia; per la prima volta si rivolse direttamente a
Vincenzo:  Ecco,  disse, porgendogli il ritratto con complicit, come se lui fosse un suo amico
adolescente. Pareva che in assenza di meglio avesse deciso di accontentarsi di quell'interlocutore che il
destino le aveva fatto incrociare.
Vincenzo prese delicatamente la fotografia dopo essersi pulito la mano sfregandola sulla giacca.
Quello che vide non era tanto di pi che un ragazzino con una testa di capelli lucidissimi di brillantina.
Guard il ragazzo stampato: aveva quella svagatezza che l'incoscienza mette nello sguardo delle
persone buone. C'era da immaginarsi che mondo avesse avuto davanti a s quel giovane nel momento
stesso in cui l'immagine veniva impressionata sulla pellicola. C'era la sua donna forse, quella che si
apprestava a sposare, c'era forse la madre che gli aveva comprato camicie linde col collo all'americana
aperto a coprire quello della giacca. C'era l'ambiente esoterico dello studio cittadino di un fotografo
spiccio.
Quel viso, colto di sorpresa, ragionava di un futuro semplice, niente di pi, non c'era
complessit nella posa, n tanto meno espressione. Era quello che era Antonino: trasparente.
Elementare come il disegno dell'imbuto, o dell'ape, nell'abecedario.
La faccia qualunque di quell'uomo, di quell'Antonino qualunque, aveva la qualit perfetta
dell'ignoto disperso in chiss che burrone, sepolto sotto a chiss quanta neve; caduto mentre marcia
con le scarpe leggere e i piedi paralizzati, tumefatti, dai geloni. In Russia dove c'era solo inverno,
dov'erano capitate cose atroci, il posto da cui i soldati non tornavano. L, dicevano, la guerra la faceva
il tempo, il gelo perenne, il vento tremendo che batteva incessante... E le donne voracissime, che
irretivano i nostri maschi nei bivacchi, o li raccoglievano moribondi fra i cumuli di neve ai bordi della
pista pigiata dai plotoni e battaglioni, e li imprigionavano per l'eternit in piccoli paradisi tiepidi.
Erano davvero tempi terribili, i luoghi erano solo nomi di luoghi. L'umanit era carne da
macello.
Solo pochi giorni prima, per buona parte della traversata verso la Sardegna, Vincenzo aveva
potuto ascoltare l'orrido resoconto del martirio di Stalingrado. Nessuno su quel piroscafo sapeva
nemmeno dove, quella citt santa, si trovasse esattamente. Se avessero avuto una cartina davanti agli
occhi non uno dei presenti avrebbe potuto indicare qual era il punto esatto... Si sapeva solo che era in
Russia, e questo bastava.
E il fatto stesso che si trattasse di Russia precisava la sostanza dei fatti: ci sono talmente tante
cose in questo mondo, luoghi impensabili, fatti inenarrabili... Stalingrado dunque si sapeva che era in
Russia e che certo aveva a che fare con Baffone... Quella davvero era la macelleria dell'universo.
Raccontavano di figli, intirizziti nel gelo perenne dell'inverno dell'umanit, che si mangiavano i padri
morti. E anche di ragazze che partorivano bambini generati nell'orrore, mezzi uomini e mezzi bestie. E
anche di soldati che badavano a tenere l'ultima, preziosissima, pallottola per se stessi, per quando fosse
diventato impossibile resistere ancora. Tutta gente, comunque, che aveva tolto il sonno a Baffetto. In
quel pezzo di mondo flagellato da venti che, dicevano, erano in grado di spazzare via qualunque
elemento si frapponesse tra loro e quel posto sconosciuto dove volevano arrivare, si dimostrava che un
rifiuto era possibile, contro ogni disperata rassegnazione. Ah, quei racconti! Col mare che dava spallate
alla carena della nave sembravano sussurri di povere anime sballottate. E decantavano il centro di ogni
centro, quel punto dove si doveva arrivare, l'origine purulenta di quei giorni feroci, in cui il diavolo in
persona, con elmetto e stivali lucidissimi, si era trovato di fronte la schiera completa degli angeli,
stracciati e scalzi: povere anime imprigionate dal gelo, dalle truppe amiche e nemiche, che mangiavano
e bevevano escrementi. Come in un'anticamera dell'incubo o dentro all'incubo tutto intero, senza
sconti. Chi racconta sa meno di quanto racconti, dietro ai fatti, dietro all'agonia immensa di quel
popolo di cui si parlava, si nascondeva qualcosa che non era nemmeno raccontabile.
Dentro a questa trama infinita in cui una cosa richiama assolutamente un'altra, Vincenzo,
avvolto da una bava di sonno, sentiva cose non dette, storie che avevano a che fare con la sua povera
vita: di quando cominciarono a sparire i bambini ebrei dell'orfanotrofio per esempio; di quando soldati
senza divisa venivano nascosti nelle cantine... Di quando si prese a saggiare la consistenza e la
resistenza della carne fuori da qualunque ragionevolezza, come se l'anima fosse improvvisamente
fuggita chiss dove. Verso la Sardegna, nel dormiveglia dell'oscillazione del piroscafo che lentamente
si placava, Vincenzo diceva a se stesso che per ogni racconto grande di quella vacanza dell'umanit se
ne potevano fare migliaia di piccolissimi, e che il raccontare in quei frangenti pu diventare una
maledizione. Che lui ne avrebbe avuto da dire a proposito della carneficina che si svolgeva dove le
terre cambiano nome e cambiano lingua. L da dove veniva lui, per esempio, nella culla in legno
pregiato di quello che era stato Impero e ora era Caos, con la lingua appesa all'incertezza del
significato... Come si racconta questo, eh? Come si racconta la sua storia minuscola di verme su questa
terra? Padre soldato, eroe... Madre morta giovane... E, forse, un posto chiss dove in cui trovare dei
parenti sconosciuti. Ora a ventisette anni, dopo dodici di orfanotrofio, sette di seminario e i restanti...
D'improvviso Vincenzo si rese conto che la donna agitava la mano perch le restituisse la foto.
Lo fece immediatamente, come se fosse stato preso in fallo. Ora lei pareva pentita di essersi lasciata
andare, e riprese a masticare in silenzio. Consumare confidenze con estranei non era cosa da farsi.
 Allora deve arrivare fino a Noro,  afferm con noncuranza, quando il silenzio dovette
sembrarle troppo pesante. Vincenzo ingoi poi disse di s.  Una volta arrivati a Lula il pi  fatto. Da
qui ci saranno una quarantina di chilometri, forse qualcosa di pi. Io a Noro ci vado poco.
Pass un pastore anziano che guidava un gregge esiguo di pecore smilze e grigiastre. Fece un
cenno di saluto che parve bastare solo per la donna. Lei infatti gli rispose con un movimento della testa.
 Non ci vado mai, no... E a fare cosa?  riprese quando il pastore si fu allontanato. Poi si alz di scatto
levandosi le briciole di dosso a manate ampie sulla gonna.  Da dove viene lei?  chiese
all'improvviso.
 Friuli,  rispose Vincenzo con una punta d'ansia.
La donna lo guard incerta:   in alt'Italia?
 Al Nord,  conferm Vincenzo.
 Ma deve andare a Noro,  riassunse lei, come se di colpo si fosse resa conto che
dell'estraneo con cui aveva appena diviso il cibo non sapeva assolutamente niente.
 A Nuro,  conferm di nuovo Vincenzo.  Ho dei parenti l... Chironi...
 Chironi,  ripet quasi tra s la donna.  Chironi dei quali?
Vincenzo scosse la testa impotente.  Il padre di mio padre  fabbro ferraio.
La donna s'illumin.  Ah, Chironi di quelli! Michele Angelo Chironi, il maestro del ferro! Io
l'ho conosciuto...  lui che ha fatto dei lavori per mio marito . Ora le comparve in faccia persino un
accenno di sorriso.  Glielo chieda se se ne ricorda, glielo dica: Antonino Podda e la moglie Giovanna
che sono io. Quelli di Janna Murai, gli dica cos, se lo ricorda?  Fece quest'ultima affermazione come
se sentisse impellente la necessit di collocarsi nella storia che stava raccontando.
 Glielo dir,  ment Vincenzo.
Si stava preparando un pomeriggio greve. Durante il percorso in discesa Vincenzo cap senza
ombra di dubbio che cosa significasse viaggiare in folle. Un po' perch l'automezzo dava
l'impressione di prendere velocit senza controllo, un po' perch Giovanna Podda spiegava in senso
psichiatrico la faccenda. Mentre l'esterno scivolava sulla carrozzeria dell'autocarro la donna spiegava
che andare in folle era come procedere senza una regola:  Come quando un cavallo ti prende la
mano, capito? Come quando uno diventa completamente pazzo... Ma qui non c' pericolo,  aggiunse
vedendo che Vincenzo cominciava a diventare piuttosto teso.  In folle vuol dire che non metti nessuna
marcia, liberi le ruote e lasci fare alla pendenza. Si risparmia carburante... Poi per fermarsi o si prende
una salita o si accende il motore. Capito?
Dal parabrezza arrivavano rocce, cespugli, arbusti, alberi che la velocit crescente stava
rendendo solo filamenti. Vincenzo si spinse indietro sul sedile piantandosi con i piedi contro il fondo
dell'abitacolo. La donna lo guard divertita.  Non  che soffre il viaggio?  chiese vedendo che il suo
passeggero impallidiva. Vincenzo non lo sapeva se soffriva il viaggio o meno, nella sua vita non aveva
avuto molte occasioni di spostarsi su un automezzo. Se fosse stato richiamato forse: nell'esercito
s'imparano anche cose che con la guerra non c'entrano, si entra in guerra e se esci vivo c' caso che hai
appreso un mestiere... Ma a lui, a Vincenzo Chironi, non l'avevano arruolato per via del padre eroe
decorato.
Sballottato, nonostante avesse cercato di ancorarsi al sedile afferrando il cruscotto davanti a s,
Vincenzo tent di nascondere il panico che gli stava crescendo, finch il terreno diventato ghiaioso non
fece vibrare l'autocarro al limite del controllo. La donna non sembrava preoccuparsi pi di tanto: erano
arrivati, diceva con la voce che si frantumava a tempo con i sobbalzi dell'automezzo.
Con una sterzata improvvisa infatti imbocc uno stradello in salita. L'autocarro rallent
all'improvviso finch si acquiet col muso in una piazzola naturale e il retro perpendicolare alla
carreggiata. Vincenzo scese senza aspettare. La donna lo segu per chiedergli se andasse tutto bene.
Dopo pochi passi si apr ai loro occhi una vallata immensa, come una conca di verde policromo ai piedi
del monte d'acciaio che si erano lasciati alle spalle. Era un ottobre primaverile, la campagna si
estendeva come se del dolore del mondo l non fosse arrivata notizia. L'unico segno umano che si
potesse percepire era un santuario bianchissimo.
 San Francesco di Lula,  inform immediatamente la donna.   l che dobbiamo andare...
Qualcuno che la porta a Noro l lo troviamo.
Trovarono un uomo di mezza et che stava caricando stoviglie e bicchieri sul sedile posteriore
di un'automobile in sosta proprio tra la chiesa e le casette dei pellegrini che l'affiancavano. Donne
giovani e anziane l'aiutavano nel suo lavoro. C'era l'atmosfera soddisfatta e malinconica di quando una
festa  finita e si mettono via le cose.
Giovanna Podda si avvicin al gruppetto e subito scattarono i saluti. Indic l'autocarro dove
aveva il miele da portare a Lula e poi indic Vincenzo; le donne all'unisono si voltarono a guardarlo,
gli tennero gli occhi addosso come si trattasse di cosa rara, e in effetti i maschi giovani e attivi non 
che si sprecassero da quelle parti.
Giovanna Podda parl fitto con l'uomo in una lingua tagliente, e lui accenn di s scrollando le
spalle.
Quando la donna si stacc dal gruppo per raggiungerlo, Vincenzo cap che la profezia di prete
Virdis a proposito dello Strazio si era immediatamente materializzata. La donna spieg che si era
appena conclusa la sagra in onore del santo, e che quelle donne erano la famiglia del priore che
pulivano per la ripresa di maggio. Disse che l'uomo caricava le cose da riportare a Noro e poi sarebbe
tornato per riprendere le anziane, mentre le giovani sarebbero tornate col carro. Vincenzo non l'ascolt
nemmeno, preso com'era a ricacciare in gola un sentimento catarroso. Era proprio come aveva detto
prete Virdis. Era cos: ora l'avrebbero affidato a uno sconosciuto piccolo e corpulento e anche quel
giorno sarebbe passato, anche quell'incontro si sarebbe consumato. E ancora avrebbe dovuto imparare
ad accontentarsi di un presente senza futuro, come tutto intorno, come la vita stessa che, guardata da l,
pareva persino vivibile. Una vita di donne, bambini e anziani, certo. Quando Giovanna Podda allung
la mano per un saluto, le labbra di Vincenzo sfiorarono il pianto: era chiaro che un altro distacco stava
avvenendo, un piccolo pezzo di vita stava franando, come se l'urgenza di sopravvivere costringesse a
formulare sempre nuove ipotesi.
Ed era, poteva darsi, il fatto stesso di trovarsi in quella terra a determinare la malinconia con cui
istantaneamente quanto si andava costruendo doveva essere immediatamente abbandonato. Questo
forse aveva voluto dire prete Virdis in preda al dolore per aver perso l'unico essere vivente che avesse
mai davvero amato: Sei venuto nella terra dove tutto  antico, prendersi e lasciarsi  solo il frutto dei
millenni, questo aveva voluto dire. Il dolore  preciso, la felicit  svagata. Perch uno  guerriero
armato, l'altra  fanciulla.
Comunque salut Giovanna Podda, moglie sterile di Antonino, e sal in macchina.
L'uomo al volante, con un italiano scolastico, mise in chiaro che la strada non era tanta ma era
brutta, perch se era vero che da l si scendeva fino a valle, per arrivare a Noro bisognava salire, e
quando si cominciava a salire erano sei-sette chilometri di tornanti. Poi smise di parlare.
Dall'automobile il paesaggio ritorn incombente, anche se le falde collinose che stavano
attraversando risultarono incredibilmente spoglie.
 Bella campagna,  disse Vincenzo mentre s'iniziava la salita. E in effetti da quel punto i
quercioli si erano fatti pi fitti, quasi a generare un bosco.
 Dice che lei non  di qui,  afferm l'altro forse per dovere di conversazione. Vincenzo chiuse
gli occhi.  Bella ma troppo silenziosa,  aggiunse l'uomo all'improvviso. Vincenzo si volt a
guardarlo.  Questa era zona di pecore, qui si sentivano i campanacci, e ora nulla... Con questa guerra
non c' pi nulla. Mancano i pastori e non ci sono gli uomini per il lavoro.
A Vincenzo venne da ribattere, ma non lo fece soprattutto per non rischiare un nuovo distacco.
Restarono in silenzio per un po' di tempo ancora, poi l'uomo, senza togliere gli occhi dai
tornantini che gli scorrevano davanti fece una domanda:  Ma da dove viene lei precisamente?
Vincenzo si prese qualche istante per rispondere. Oltre il parabrezza cominciava a conformarsi
un territorio ombroso, una campagna alta. Aspett che l'auto superasse un tratto oscurato dagli alberi,
che debordavano sulla carreggiata.  Friuli,  disse.
L'uomo fece un accenno col capo come se avesse capito:  E dove rimane esattamente? 
chiese invece.
Sulla bocca di Vincenzo si disegn un abbozzo di sorriso.  Molto lontano,  si limit a
chiarire.
Questa risposta dovette apparire piuttosto soddisfacente all'autista, che prese a scuotere la testa
con convinzione. Dal suo punto di vista molto lontano doveva essere una categoria precisissima.
Cos, mentre l'auto avanzava in salita e affrontava curve a gomito in mezzo ai lecci, quella terra
molto lontana apparve improvvisamente vicina. A Vincenzo venne da sospirare, l'uomo lo guard, poi:
 Mi devo fermare?  domand.
Vincenzo fece segno di s. L'auto avanz ancora per qualche metro, quanto occorreva per
raggiungere un piccolo spiazzo proprio sulla gobba di una curva.
Scesero, Vincenzo si scus ma l'altro scosse le spalle per dire che non c'era da scusarsi. Chiar
che non mancava molto per arrivare a Noro, ma che quell'ultimo tratto per chi soffriva il mal d'auto
era effettivamente impegnativo. Vincenzo allarg le braccia per dire che non era di quello che si
trattava, ma non riusciva certo a spiegare quale fosse il motivo reale della sua repentina inquietudine.
Eppure era stato come subire un colpo diretto allo stomaco, e lui non era stato abbastanza pronto per
pararlo.  Il Friuli...  riprese senza una connessione apparente.  Dovreste conoscerlo, quanta gente ci
avete mandato? Dovreste sapere dov'!
L'uomo colse solo il tono tra l'astioso e il disperato con cui Vincenzo aveva ribadito
quest'ultimo concetto.  Ci hanno mandato,  rispose secco.  Nessuno di noi c' andato perch voleva.
Se avessimo potuto scegliere...
 ...?Non volevo offendere,  lo interruppe Vincenzo.
L'uomo in verit non pareva affatto offeso, ma sorpreso s. In un istante fu in grado di
domandarsi se non fosse stato proprio quel molto lontano a determinare l'improvviso irrigidimento
del suo passeggero e fu anche in grado di rispondersi di s. Per questo allent l'ostilit che naturalmente
avrebbe espresso in altre circostanze, frug dentro la macchina e ne estrasse un fiasco di vino rosso.
Bevvero al collo, due, tre sorsi. Quel vino era pesante, densissimo, ma faceva l'effetto richiesto.
 Guiso Giovannimaria,  disse l'autista porgendogli la bottiglia per la terza volta.
 Chironi... Vincenzo,  disse Vincenzo accettandola.
L'uomo fece segno di s, che corrispondeva, che era plausibile e allung la mano.  Puoi
chiamarmi Mimmu,  concesse passando direttamente al tu.
Avanzava un pomeriggio grigiastro, ma terso, come se tutto fosse assolutamente sotto controllo,
solo il cielo che, a quell'altezza, tendeva a scolorire.
Dove fosse di preciso il posto che stavano per raggiungere era un mistero. Mimmu sembr
leggergli il pensiero:  Non si vede fino all'ultimo momento,  spieg tornando al volante ma senza
riaccendere il motore.  Questo posto ti aspetta dietro un angolo come un ladro, si va avanti per
chilometri senza sapere dove si finisce, poi, improvvisamente, dopo l'ultima curva eccolo l. Non
manca molto, comunque. Giovanna Podda mi ha detto di lasciarti prima di Sa 'e Manca, che poi  il
cimitero. Da l alla casa del fabbro si arriva in un niente: basta andare sempre dritti fino alla chiesa del
Rosario... Sempre dritti, questo  importante, poi il posto lo vedi subito:  un muro alto con un portale
di legno. Possiamo andare?
Vincenzo butt gi un ultimo sorso e sussurr un s.
I tornanti finirono dopo una zona meravigliosa chiamata Valverde e mai nome, per quanto
apparentemente banale, gli sembr pi calzante.
La prima che afferma di averlo riconosciuto  Palmira Serra, che i figli del maestro del ferro li
aveva visti crescere tutti quanti. Eppure una cosa del genere faceva scaramentare. Lei esce dal cimitero
e cosa vede per strada? Luigi Ippolito Chironi! Che Dio la fulmini se non  successo cos. Lungo lungo
e bello, con l'aria persa come se non si ricordasse nemmeno dov' casa sua. A quelle a cui racconta
questa storia Palmira pare una pazza: come faceva Luigi Ippolito Chironi, morto in guerra, la Prima,
nel '17, a ritornare con i suoi piedi e per di pi giovane come quand'era partito? Aj che non 
possibile, m che ti sei sbagliata. E quella a insistere che no, che non se l' fallita, che per essere sorda 
un po' sorda, ma a vederci ci vede benissimo nonostante l'et.
E comunque: tutti che la prendono in giro ed ecco che l'oggetto dello scherno gli passa accanto,
sperduto, con lo sguardo impreciso. Lui. Che torna come Lazzaro dal mondo dei morti e ha quel pallore
stesso dipinto in faccia. Ragazzino, conservato nella tomba, risparmiato dai vermi, in nulla corrotto se
non un lividore leggero sotto agli occhi.
Anche gli scettici si portano la mano alla bocca per trattenerci dentro una bestemmia. Lui,
dicono annuendo. Lui.
E lui, Vincenzo, sorpassa quel capannello di gente stupita senza avvertire alcuno stupore perch
sta tentando di tenere a mente le indicazioni di Mimmu che gli ha assicurato di averlo lasciato proprio
in bocca al quartiere dove si trova la casa del fabbro, cos come Giovanna Podda gli ha chiesto di fare.
Quell'ingresso del paese, direttamente dalla campagna, sembra suggerire che si sia rispettato un
luogo franco tra la natura e l'uomo. La strada che ha attraversato finora  una cesura dentro agli orti, e a
qualche vigna. Pi in l, alla sua destra, si eleva la muraglia del cimitero nuovo, isolato su un colle. Ma
quando la vegetazione scema in piccoli giardini e qualche steccato per bestiame, ecco che dal nulla,
dalla terra stessa, come cocciniglie che infettano un ramo, spuntano i ciottoli tondi della strada. Ai lati
di quella strada, le prime case, o le ultime: bianche, addossate l'una all'altra; coi tetti su misura, senza
sporto, ricoperti di strati di muschio che seguono l'ondulazione regolare delle tegole; con porte e
finestre minuscole. Ovunque odore di letame e fuliggine. Ora si tratta di percorrere fino alla fine un
tratto in salita e poi tirare diritto verso quel punto dove le case si fanno fitte. Pi in l infatti si vede
qualche abitazione pi elevata, e muri compatti da cui debordano le cime degli alberi. Quanto a
intonaci non si tratta che di calce viva gettata sulla pietra viva.
Incurante degli sguardi lui, Vincenzo,  andato ancora avanti senza mai voltare finch non si 
trovato in faccia a uno slargo. E in faccia allo slargo, quando s'intravede il retro della chiesa che
dev'essere quella che l'autista ha chiamato chiesa del Rosario, c' un vicolo che  senza uscita, perch
in verit non  un vicolo, ma la rientranza di un muro di cinta che protegge un cortile amplissimo. In
cima a quella rientranza c' il portale della corte e, oltre la corte, la casa che sta cercando.
Michele Angelo ha tenuto socchiuso il portale del cortile come al solito. Anche l fuori
quell'autunno sembra estate.  agitato da una rabbia sottile, come un filo di seta tenacissimo che gli
stringe il collo.
Prima di rientrare in casa butta un occhio verso gli alberi di limone che ostruiscono l'ingresso
dell'officina e scuote la testa. Lo fa sempre, per togliersi di dosso il rimpianto. E per evitare di
confessarsi una felicit che non  riuscito ad apprezzare, che certo  roba da poco, ma  tutto quanto
possa permettersi.
 Poi ve lo dimenticate aperto il portale, e tocca a me andarlo a chiudere,  sussurra Marianna
vedendolo rientrare.
 Non me lo dimentico,  risponde Michele Angelo. E basta.
 Di aprirlo non ve ne dimenticate. Ma di chiuderlo, se non ci penso io...  completa lei
facendosi scivolare lo scialle dal collo alla nuca per uscire.
La conversazione si spegne in questo modo. Marianna sa bene che da sette anni, tutti i
pomeriggi, il padre ha preso l'abitudine di andare a socchiudere il portale del cortile, e sa bene che
dentro di lui quel gesto deve significare lasciar rientrare quanto  uscito. Gavino, magari addirittura
Luigi Ippolito. O Mercede. Direttamente dal mondo dei morti.
Perci, piuttosto che incaponirsi in una discussione totalmente assurda, tace, aspetta che il padre
si sia ritirato per andare a dormire e va a chiudere il portale.
Il tempo passa cos dentro alla cucina Chironi, in una pallida imitazione della vita, di quel che 
stato. Si sentono dei sopravvissuti, padre e figlia, dentro a un purgatorio immobile di gesti sempre
uguali.
Si parla di defunti, questo s. Si parla di coloro che a turno lasciano questa terra per un posto
che dev'essere assolutamente migliore. Qualche volta si parla di quanto avviene fuori di l, oltre il
cortile, anche oltre il mare, dove sta tuonando un'altra guerra. Sono notizie talmente sussurrate che
sembrano scimmie della Storia, imitazioni anch'esse, boccacce fatte al destino.
Vincenzo  rimasto un tempo infinito davanti al portale. Ora che ha raggiunto la meta non sa
che fare.  preda di pensieri contrastanti: e se chi abita quella casa si rifiutasse di riconoscerlo? Se lo
prendessero per un malfattore, per un mentitore? Avrebbero ragione, riflette allontanandosi. Per ho i
documenti, si dice subito dopo tornando sui suoi passi. Per fortuna quell'ingresso  fuori dalla portata
degli sguardi, perch chi lo vedesse andare avanti e indietro potrebbe pensare che sia pazzo. E pazzo si
sente, sfinito e pazzo, come un pellegrino che abbia intrapreso un viaggio nella speranza di un miracolo
per rendersi conto, davanti alla grotta benedetta, che i miracoli non sono di questo mondo, ma
semplicemente di chi se ne convince.
La luce fievolissima di quella sera contrasta col temporale che ha in corpo. Vincenzo guarda in
alto dove si allineano nubi a filamenti, corde impalpabili che si dissolvono in un attimo, ed  scosso da
un nervosismo astioso, ma ce l'ha con se stesso e con le sue remore. Cos, mentre le corde tese in cielo
si spezzano, avanza deciso verso il portale e alza la mano per battere un colpo.
In quel momento avverte dei passi all'interno del cortile. Fa appena in tempo ad appiattirsi
contro il muro di cinta che sente il portale chiudersi di schianto, a doppia mandata, quasi che qualcuno
della casa avesse percepito la sua presenza e avesse capito che stava per bussare.
Poi pi nulla.
Resta totalmente immobile contro la parete, a riappropriarsi del respiro, fino al definitivo
dissolvimento dell'ultimo filo di nube; quindi si stacca quasi a considerare le sue capacit di stare in
piedi senza appoggiare la schiena.
E procede verso la campagna, Vincenzo, per ritornare esattamente da dove  venuto, solo che
questa volta cerca l'assenza strisciando lungo le pareti dei vicoli.
Non  difficile raggiungere un punto alberato abbastanza distante da far sembrare preziosa
persino la modesta illuminazione pubblica di quell'agglomerato appena visitato dalla modernit.
Tuttavia la notte  ancora antichissima e gli si para davanti oscena, piena di stelle, impudica. L la
verginit assoluta dello spazio si percepisce fino al punto di aspettarsi fruscii di bestie preistoriche e
frutti di piante estinte. Ora capisce di essere talmente stanco da non riuscire nemmeno a provare
delusione per il suo fallimento. Ha fame, ma non pi di quanta si sia abituato a sentire negli ultimi anni.
Cerca un posto in cui passare quella notte, scura come pu essere scuro l'abisso dell'incoscienza. E
pulsante di un firmamento che pare piuttosto una vibrazione, un tremolio febbrile, instabile, come se
tutte quelle stelle, e astri sospesi, vivessero nella precariet e minacciassero di precipitargli addosso.
Si distende sulla sua giacca spianata: il terreno  morbido e muschioso, asciutto e freddo...
Si sveglia di colpo e ci impiega un istante a capire dove si trova, con fatica si mette in piedi.
Come il primo uomo quando comprese che poteva reggersi su due gambe e speriment l'equilibrio,
anche Vincenzo barcolla appena. Si sente inspiegabilmente agitato perch  come se si fosse risvegliato
in una camera, su un letto che non riconosce. Si guarda intorno: la notte  svanita, le stelle sono andate
a schiantarsi da qualche altra parte. Rimette la giacca dopo averla ben battuta e, nel fare questo, si
calma. D'improvviso torna sereno. Senza costrutto, esattamente come aveva temuto il peggio, ora si
convince che non ha niente da temere.
Cos, per l'ennesima volta, ritorna sui suoi passi per raggiungere la casa di suo padre, e si
accorge che l'anta del portale  socchiusa. Tentando di non fare rumore la spinge ed entra nel cortile.
L dentro vede un tempo fermo. Il silenzio  una certezza ineluttabile, come se persino la linfa
all'interno delle piante che affollano quello spazio avesse deciso di scorrere silenziosissimamente, e gli
insetti di volare senza vibrazioni, di ronzare senza suono. Quel silenzio  un dono, pensa d'istinto
Vincenzo. Gli sembra rassicurante che la sua casa, la sede della sua stirpe, sia nel silenzio. Quattro
piante di limone in enormi vasi di terracotta ostruiscono l'ingresso di un edificio che occupa tutto il lato
destro del cortile, e, per il resto, ogni spazio disponibile sembra stipato da altre piante, lucidissime,
rigogliose, immobili. Muovendosi in questa vegetazione si giunge all'altezza di una porta finestra che
conduce a quella che sembra una grande cucina.
Vincenzo bussa.
Quando sente bussare Michele Angelo ha un sussulto, si volta appena per dire alla figlia, senza
parlare, di non starsene l impalata, ma di andare a vedere chi c'.
Ma Marianna non  in casa, lei  uscita presto per fare commissioni. Non passa molto che si
sente ancora bussare, questa volta con pi decisione.
Michele Angelo afferra il fucile che tiene appeso di fianco al caminetto;  un fucile che non
spara non si sa da quanti anni e che non  stato pi pulito, ma tant'. Quando  pronto si avvia verso la
porta con l'arma puntata.
Oltre i vetri vede un uomo fatto, con indosso una giacca sdrucita, pantaloni troppo larghi,
gibbosi all'altezza delle ginocchia, una camicia che era stata bianca.
Ma niente  pi bianco in questi tempi metzani, pensa Michele Angelo.
 Era aperto,  dice l'uomo indicando il portale del cortile.
A Michele Angelo ci vuole solo un istante per capire. Cos abbassa il fucile e apre la porta.
Quando Marianna rientra vede suo padre che  seduto a tavola con qualcuno che d le spalle
all'ingresso. Immediatamente incrocia lo sguardo del vecchio che ha come difficolt a spiegarle il
miracolo che si  palesato poco prima, davanti a lui, in carne e ossa. Ma l'incertezza dura un istante,
perch a lei basta fare un mezzo giro intorno al tavolo e guardare lo sconosciuto in faccia per capire
direttamente quella meraviglia che Michele Angelo non ha saputo spiegarle.
Cos a Marianna viene in mente quell'aria da Suor Angelica che dice: Com' penoso, udire i
morti dolorare e piangere! Perch seduto al suo tavolo, nella sua cucina, adesso si  reincarnato suo
fratello Luigi Ippolito morto in guerra e sepolto nel sacrario del cimitero. Fa fatica a non gridare, si
chiude la bocca perch quello che ha da dire non  dicibile.
Sono preda e cacciatore, lo sconosciuto e il vecchio. Selvaggina e cane. Ma ora la preda guarda
il cacciatore come se lo conoscesse bene. Sono seduti l'uno di fronte all'altro, persi l'uno nello sguardo
dell'altro, solo il tavolo a separarli. Immobili, il segugio e il muflone, il cervo e la bocca del fucile...
Eppure, nonostante l'arma spianata, la preda non  fuggita ma  andata incontro al cacciatore e,
come nelle favole, ha parlato prima che fosse lui a farlo.
E si racconta figlio settimino di un ufficiale sardo e di una contadina friulana che si
incontrarono e si amarono. Vissuto in orfanotrofio per povert e anche per orfanit.
Ha una voce pastosa, piena di suoni stranieri. Ma, pur emettendo quell'aria diversa, le sue
labbra si muovono nel modo domestico che la genetica gli ha indicato.
Marianna guarda quelle labbra, incantata dalla perfezione con cui replicano chi le ha generate.
Michele Angelo si commuove a sentire di se stesso in tutto e per tutto. Gli verrebbe da pensare,
se non fosse superbia, che la storia riprende esattamente come era cominciata. Anche lui era stato
orfano e anche lui era stato strappato dall'orfanotrofio per essere donato alla vita.
L'uomo ne avrebbe da raccontare, ma per ora si limita a dire che dopo giorni di cammino si 
potuto imbarcare sulla nave che da Livorno sbarca a Terranova o Olbia che sia. Si descrive al vecchio
come un uomo pi giovane dei suoi anni, un giovane lungo, allampanato, con la pelle chiara, lo
sguardo concentrato. Si descrive svettante tra la povera gente che lo circonda e cos descrive quanto gli
sta attorno: famiglie con pochi bagagli che guadagnano la banchina, soldati senza mostrine e senza
scarpe, bambini radunati da suore o crocerossine. Lo sa bene che chi sbarca in Sardegna quel giorno ha
un inferno terribile da lasciarsi alle spalle. L'ultimo orrendo rigurgito della guerra in atto ricrea
l'Apocalisse in terra.
Cos quest'uomo solo, fuggito da un luogo devastato, racconta della promessa fatta, in cuore, a
sua madre: se lei fosse morta avrebbe dovuto cercare la famiglia di suo padre. Lei, dal canto suo,
promise a lui, in cuore, che dove andava non avrebbe patito fame e freddo...
Perci, dice, appena sceso dalla nave si reca sicuro alla Capitaneria di porto per chiedere notizie
su come si possa raggiungere Nuro, che  il posto dove ancora vive chi  rimasto della famiglia di suo
padre.
Al vecchio mostra i documenti come aveva fatto con l'addetto della Capitaneria di porto:
Chironi Vincenzo, di Chironi Luigi Ippolito e Sut Erminia, Cordenons 15 febbraio 1916, paternit
legalmente riconosciuta con atto notarile stilato il 6 maggio 1916 presso lo Studio Notarile Plesnicar di
Gorizia.
Michele Angelo sorride, mentre si asciuga gli occhi.  Vincenzo, Vincenzo Chironi... Chironi,
 ripete.
Parte seconda
1946-1956
La mente  il suo proprio luogo, e dentro di s
pu fare dell'inferno il cielo, e del cielo un inferno.
J. MILTON , Paradiso perduto.
Il mondo visibile
Tutto il primo anno trascorse a mostrare in giro quel Chironi ritrovato. Marianna aveva ripreso a
uscire rinnovando camicette e gonne che non indossava dai tempi in cui, in quanto commendatoressa,
contava ancora qualcosa. Prima cio che suo marito, il commendator Biagio Serra-Pintus, venisse
ucciso in un tentativo di rapimento. Lei era una di quelle che veniva rubricata in quanto fascistona, ma
come si fosse trattato di un peccato venialissimo. Finita la guerra poi era d'obbligo dimenticare, per chi
poteva permetterselo. In ogni caso di quello che dicesse la gente sul suo conto a lei non importava, ora
l'imperativo era mostrare questo figlio, questo nipote, questo fratello che li avrebbe ripagati di
qualunque privazione subita.
Da quando la febbre del ritorno del Chironi straniero si era sparsa prima in casa poi nell'intero
quartiere, la pace sembrava finalmente finita, tanto che Marianna cominci persino a fingere di
lamentarsene. A Michele Angelo parvero benedetti quei giorni in cui c'era qualcosa di cui lamentarsi.
Qui la felicit assunse i contorni misurati di coloro che, di fronte a una vincita colossale, non
vogliono umiliare gli avversari.
Perch il ritorno a casa di un nipote insperato, sconosciuto, persino ignorato per tanto tempo,
significava che tutto, tutto poteva ricominciare. Gi si mormorava che di l a poco il fabbro avrebbe
riaperto l'officina e che l'impresa dei Chironi sarebbe passata al giovane continentale, che, dicevano,
aveva studiato. In quanto alla somiglianza col padre morto in guerra si diceva che fosse una prova
indiscutibile, qualcosa che non si poteva negare, e come tale, un premio alla modestia con cui i
sopravvissuti di quella famiglia avevano accettato gli strali della sorte.
Vincenzo non tard ad abituarsi all'adorazione silenziosissima con cui era costantemente
osservato dalla zia. E all'incredulit che costringeva suo nonno a toccarlo, sfiorarlo, tutte le volte che
gli passava accanto.
Tra padre e figlia nascevano discussioni a proposito del fatto che lei, la zia, trattasse come un
bambino quel nipote che era un uomo fatto, e che lui, il nonno, facesse ancora fatica a rendersi conto
che c'era. Qualche volta, con segreto senso di colpa, rimestava nel calderone del passato e si diceva che
quell'opportunit, e cio la vita che rinasceva in quella casa, non era nient'altro che uno scherzo del
destino, e che sarebbe stata portatrice di ulteriori sofferenze piuttosto che di gioie.
Dal punto di vista di Michele Angelo, il purgatorio dentro il quale aveva vissuto con la figlia
fino a quel momento era stata una benedizione di nulla di fatto. Una stasi, una sonnolenza, un torpore
da cui, forse, non era stato positivo risvegliarsi.
Che guardasse con diffidenza il corso degli avvenimenti era comprensibile. Sarebbe stato
comprensibile per chiunque tranne che per Marianna la quale, al contrario, considerava l'arrivo di
Vincenzo una rinascita e un premio. Acqua per la radice disseccata e zucchero per mondare i tempi
amarissimi.
Due anni scarsi erano passati a guardarsi e misurarsi come avrebbero fatto preda e predatore;
certo non c'era dubbio che fosse amore, ma, alle volte, si manifestava come diffidenza. Vincenzo non
capiva fino a che punto quel luogo, dove era arrivato per destino, fosse anche il suo luogo. Poi si diceva
che un luogo vero e proprio lui non l'aveva avuto mai, a meno che non si considerasse casa l'istituto
dove aveva trascorso gran parte della sua vita.
E Michele Angelo questo sentimento in particolare lo capiva, lo leggeva e sapeva interpretarlo.
Lui stesso, all'et di nove anni, era stato portato via dall'orfanotrofio. Lui stesso aveva guardato intorno
a s nella casa di Giuseppe Mundula  l'uomo che lo aveva allevato e instradato verso il mestiere di
fabbro  con gli stessi occhi con cui, ora, Vincenzo guardava casa sua. Ma Marianna come avrebbe
potuto capire tutto questo? Lei procedeva come procedono le donne di questa terra, senza
tentennamenti di fronte all'amore. E che Marianna fosse innamorata del nipote non c'era alcun dubbio.
Qualche volta si spaventava lei stessa del grado di furioso attaccamento con cui considerava
quell'uomo fatto, quel ragazzo, quel bambino. Di volta in volta poteva vedere quante sfumature lo
legassero al padre, suo fratello. Per questo gliene parlava ogni volta che poteva. E a tavola le capita di
ricordare quel giorno in cui lei e mamma, la nonna che Vincenzo non ha conosciuto e che oggi
sarebbe troppo contenta del suo arrivo, insomma quel giorno in cui accompagnarono al postale suo
padre Luigi Ippolito che allora era anche pi giovane di lui e se ne andava al fronte. Con la divisa
perfetta e il viso assorto di chi va a fare qualcosa di meraviglioso e terribile insieme. S insomma,
quella volta, quando lei non aveva ancora quindici anni. E si ricorda tutto, tutto proprio: la luce del
mattino, l'odore di carburante, lo sguardo del fratello che era insieme deciso e incerto... Non so se
capisce... E Vincenzo fa segno che s, che  comprensibile. In fondo si trattava di qualche mese,
neppure un anno, prima che lui fosse concepito... Cos a Marianna si rompe la voce perch arriva al
punto in cui devono salutarsi e Luigi Ippolito, meraviglioso in divisa, le dice di badare ai vecchi, e
glielo dice con quella dolcezza ferma che aveva lui, quella specie di attenzione distratta, quello sguardo
concentrato e perso. Perch suo padre aveva studiato e quanto sapeva lo faceva esistere l e altrove
contemporaneamente, non come gli ignoranti che si trovano in un posto per volta. No, lui  l, ma 
come se fosse gi partito. E poi parla con una voce strana, che  la sua, ma allo stesso tempo  quella di
un altro. Capisce? Vincenzo fa cenno di s, con un sorriso. Marianna si entusiasma: ora, lo sguardo che
ha ora,  esattamente lo stesso di suo padre: l e altrove. Proprio adesso, con quella luce, se si guardasse
allo specchio vedrebbe Luigi Ippolito. Oh, come pu non considerarsi una benedizione
quest'opportunit che la vita le sta offrendo? Vincenzo obbediente si alza e va alla porta finestra dove
pu specchiarsi nel riflesso dei vetri, ma non vede nulla di diverso da quello che si aspetta. Ha messo
su qualche chilo rispetto al suo arrivo, ma niente di che,  come una pianta succulenta che abbia
ottenuto finalmente il giusto grado di annaffiatura.
Oltre i vetri la piccola foresta nel cortile  diventata pi fitta, perch  primavera inoltrata, e
tutto fiorisce sboccia cresce a vista d'occhio. Da l quella natura pare prepotente, restia a qualunque
moderazione: i gelsomini si contorcono e diffondono un profumo violentissimo, le ortensie, che
Marianna tiene in ombra, debordano dallo spazio loro assegnato, una piccola prateria di aspidistre, con
enormi fiori che altro non sono se non fiori di fiori; e cos le invadenti siepi di passiflora che fanno
frutti ovali e fiori carnosi e che contengono in s gli strumenti del martirio di Cristo. Lo sapeva questo?
Vincenzo fa cenno di no. E Marianna corre in cortile, attraversa i sentieri che solo lei conosce per
raggiungere quei fiori e strapparne uno e portarlo al cospetto del suo principe. Lo vede? Ecco il
martello e i chiodi con cui il Salvatore  stato inchiodato alla croce, vede? E questi peli azzurri, raggi
celesti, intensi, sono il Paradiso dove i giusti saranno accolti. E tutto questo in un fiore, ci pensa? Ci
pensa a quanto perfetta sia la natura nel suo concentrare e sviluppare? Nel segnalare se stessa in ogni
cosa, nel suo immenso, costante variare partendo da pochissime cose? S, s, certo che s. Lo sa bene
Vincenzo che viene da un posto altrettanto sobrio e altrettanto magniloquente. Certo, ha capito da
subito che concentrazione  la parola chiave di quel posto che ora lo accoglie. Concentrazione nel
senso che quanto avviene in piccolo produce immensit, improvvisamente. Visibile, non dispersa.
Potrebbero volare uccelli del paradiso e colibr tra le fronde di quel cortile; potrebbero riposare
scimmie nane tra i rami delle prugne di san Giovanni o dell'alloro; strisciare serpenti corallo sulla terra
battuta e arrampicarsi vigogne fino all'apice del muro di cinta. E sarebbe perfettamente logico. Tutto
potrebbe succedere in quello spazio che  limitato e immenso insieme. E produce segnali come le file
di formiche che si arrampicano lungo il tronco del melo cotogno per indicare che in cima, tra i
germogli freschi, si sono annidati parassiti mellifori, sicch quegli eserciti in marcia, per la conquista
del miele prodotto dagli invasori, indicano senza dubbio che l'albero, apparentemente rigoglioso, , nei
fatti, in preda al morbo, esattamente come il mondo fuori da quel cortile. Questo Vincenzo lo capisce.
Ha studiato e lo capisce. Come la comparsa a frotte dei pipistrelli che volteggiano all'imbrunire in
masse scure scattanti, segno che il delirio ronzante non si  placato, che, fuori di l, dilagano le piaghe
terribili di anofeli e dociostauri. Ora che la guerra degli uomini si  spenta per sfinimento, per
impossibilit di trovare un senso, ecco che prosegue ostinatissima la guerra delle conseguenze: quella
dei campi trascurati, del bestiame abbandonato, del banchetto degli insetti, appunto. Le zanzare a
milioni di milioni hanno infettato le zone costiere attraverso febbri malariche che dilagano ormai da
anni raggiungendo livelli di cronicit; ma non basta: spinte dal vento africano caldissimo sono arrivate,
a cumulonembi talmente compatti da oscurare il sole, le cavallette.
Lui adesso, in piedi davanti a lei,  l'espressione dell'invisibile. Ci che per anni ha covato
sotto la cenere. Lui, adesso,  la dimostrazione che lei ha fatto bene a resistere per tutto questo tempo.
Ha fatto bene a non cedere quando tutt'intorno impazzava la carneficina. C'erano tante cose che
avrebbe potuto raccontare a questo nipote: quella sua vicenda personale che l'aveva fatta fascistona
agli occhi della gente, per esempio. Per esempio provare a spiegargli di come gli avvenimenti convulsi
del mondo circostante si fossero manifestati per lei sotto forma di prendere o lasciare. Anche il
destino di sposare un uomo che non si ama avrebbe potuto cercare di raccontargli; persino il miracolo
di mettere al mondo una figlia e l'orrore di vedersela morire addosso.
A Vincenzo tuttavia quella vicenda l'aveva raccontata Mimmu qualche tempo prima. Grazie a
lui, grazie alla sua parentela certificata e per via della sua provenienza esotica, Vincenzo era stato
accolto nella comunit dei nuoresi. Qualche volta aveva pensato che si trattasse di un club talmente
esclusivo da considerarsi davvero fortunato a essere stato ammesso. Tuttavia era stato Mimmu a dirgli
della zia, del perch fosse fascistona e del perch, nonostante questo, fosse rispettata dalla gente.
Era capitato per caso, al bancone di un bar, quando un giovanotto poco pi che adolescente gli
era passato accanto.
 Quello  Nicola Serra-Pintus, siete parenti di entratura.
Vincenzo aveva guardato Mimmu con curiosit e una certa punta di sgomento da questo
improvviso affastellarsi di parenti.  Parenti di entratura?  aveva ripetuto.
L'altro, dopo aver scrollato le spalle, si era versato da bere:  Suo zio era il marito di tua zia, 
aveva detto con semplicit arcaica.  Loro erano gente importante, ma povera, si sono mangiati tutto...
Non te l'hanno raccontato?  aveva chiesto. Vincenzo aveva fatto segno di no.  Insomma un
matrimonio importante, famiglia importante e famiglia ricca. Perch voi siete ricchi davvero: te l'hanno
detto?  Vincenzo si era limitato a fare una smorfia col labbro inferiore.  E comunque lui era amico
dei fascisti, era podest di Ozieri, ma a Ozieri non c' mai arrivato . E qui si era interrotto. Vincenzo
aveva atteso che proseguisse, ma Mimmu non l'aveva fatto.  Vado,  aveva detto invece a sorpresa, 
che domani mattina devo alzarmi presto perch dall'Ispettorato agrario stanno cercando gente per la
lotta contro le cavallette, hai sentito?
Vincenzo aveva sentito anche lui quanto stava succedendo.
Marianna trema al solo pensiero di vedere il suo giardino in preda alle cavallette. Vincenzo in
piedi davanti a lei ne percepisce il tremore.  Tu hai avuto una figlia,  dice, e basta. Marianna risponde
col capo sperando che lui la veda nel riflesso dei vetri della porta finestra.  Avrebbe vent'anni adesso,
 sussurra, e basta.
Il silenzio diventa compatto, zia e nipote sono congelati in una specie di discorso sotterraneo. In
una fissit totale che si spezza solo quando devono spostarsi per fare entrare in casa Michele Angelo.
 stato in officina. Sono passati abbastanza mesi da accarezzare l'ipotesi che la vita possa
ricominciare anche da quel punto di vista. Eppure c' andato da solo, per paura che una simile
eventualit potesse essere fraintesa dal suo preciso interlocutore e considerata una sfida. Cos, in
silenzio, mentre Vincenzo e Marianna, in cucina, parevano avere cose da discutere fra loro, Michele
Angelo ha deciso di rientrare in officina. Superando le piante di limoni e assottigliandosi per occupare
lo spazio tra il vaso e la porta, ha infilato le chiavi, ha aspettato in quella posizione assurda un tempo
lunghissimo poi, finalmente, ha aperto.
La prima cosa che ha percepito  stata l'odore. L, in quel momento, la vista ha come abdicato
finch i polmoni del vecchio non hanno potuto accumulare tutto l'aroma asciutto e piccante del ferro.
La magia dell'olfatto si  sviluppata come un'immagine istantanea di fornaci e sudore, di suoni, di
squilli, di sfrigolii, di soffi... E poi di freddo e caldo insieme, di gelo e incandescenza, di nerezza e
luminosit, di morbido e duro.
Tutto vorrebbe in quel momento Michele Angelo fuorch vedere. Perch sa che quando
finalmente anche la vista interverr non ci saranno appelli. Infatti ecco, improvvisamente, la vista, ed
ecco che ci che temeva si concretizza:  dolore feroce per quella solitudine, per quel silenzio, quella
stasi. La polvere ha ricoperto gli attrezzi di una nebbia sottile, come se anche lei volesse contribuire ad
addolcire quella visione terribile di forza che diventa inerte, di potenza che si  spenta, di vita che 
definitivamente morte.
Michele Angelo cade a sedere. Ora sa perch, per tutto quel tempo, non ha mai trovato il
momento adatto per parlare col nipote dell'ipotesi di riaprire l'officina. Lo sapeva anche prima, lo
sapeva da sempre, ma vederlo incarnato, quel motivo, ora fa male.
Nella postazione che era stata di Gavino, appoggiati a un cavalletto, ci sono ancora i suoi
guanti.
Dell'altro zio, Gavino, quello che dalle fotografie appare pi massiccio e pi biondastro di suo
padre, se ne parlava poco. Il meno possibile. S certo, Vincenzo sapeva che era morto in mare, mentre
navigava verso l'Australia, ed era una cosa fresca, una ferita aperta, ancora sanguinante. Lui al fronte
non c'era andato, ma la sua guerra l'aveva combattuta lo stesso, questo dicevano in casa, e questo
doveva bastare.
Dentro a quei guanti abbandonati c' lo spazio fisico delle sue mani, che erano forti e belle.
Mani che si sono disciolte nel Mare del Nord al largo della Scozia, dicono. E ora quei guanti sono
l'unico ricordo del passaggio di quell'uomo meraviglioso sulla terra. Di quello spirito addolorato,
inquieto e gentile, forte e delicatissimo insieme. A Michele Angelo viene in mente della volta che
Gavino pens di portare la madre al mare, perch lo vedesse. S, fu sua l'idea.
Mancavano pochi giorni alla partenza di Luigi Ippolito per il fronte. Erano ragazzi, Gavino
disse che, a tutti i costi, avrebbe portato la madre al mare. Proprio cos: a tutti i costi. Luigi Ippolito
l'aveva fissato come faceva lui, con quello sguardo che c'era e non c'era, e aveva detto che s,
dovevano portare la madre al mare. E Mercede, quanto aveva protestato all'inizio: che no, che era una
sfacchinata, arrivare fin l e per cosa poi... Poi alla sera, quand'era tornata a casa, aveva uno sguardo
diverso. Oh, era innamorata dei suoi figli... Mercede, amore.
Michele Angelo cade a sedere sullo sgabello davanti alla forgia, quello stesso su cui aspettava il
passaggio dall'arancione al bianco.
L dentro solo l'udito non ha soddisfazione, perch regna un silenzio che in natura non esiste, il
silenzio afflitto di un posto che non  solo spazio fisico. Qualche lacrima lo coglie d'improvviso senza
che possa fare niente per fermarla, ma non  esattamente piangere il suo.  piuttosto un'espressione
dell'invisibile che torna alla luce. Come un segreto riposto che trova la voce.
Cos, asciugandosi la guancia col dorso della mano, d ancora un'occhiata intorno a s, e
constatando che niente, niente, si  mosso, decide di essere lui a rompere quell'assetto alzandosi in
piedi e camminando verso l'uscita. Decide anche che non  arrivato il momento, che per parlare
dell'officina bisogna aspettare, un poco, ancora un poco.
Tornando verso casa vede che Vincenzo e Marianna sono in piedi davanti alla porta finestra
della cucina.
 Dove siete stato?  chiede Marianna per una specie di dovere di apprensione.
 Fuori,  risponde il vecchio.
 Dove vi siete appoggiato?  chiede la figlia.  Avete i pantaloni tutti sporchi.
Michele Angelo nemmeno risponde: si d manate sul culo per togliersi di dosso la polvere
dell'officina.
Restano in silenzio per qualche minuto.
 Domani mattina, se non ci sono problemi, pensavo di andare all'Ispettorato agrario, stanno
cercando gente per la campagna contro le cavallette,  sussurra Vincenzo.
Marianna protesta subito: che non ha bisogno di fare lavori del genere, che, grazie a Dio, si pu
permettere di prendere tempo, che non lo sta inseguendo nessuno.
Michele Angelo la interrompe con un gesto dell'indice, come Dio che d la vita ad Adamo.  A
che ora ti dobbiamo svegliare?  chiede, e basta.
Mimmu e Vincenzo fanno parte della stessa squadra, e anche Nicola Serra-Pintus ne fa parte.
La zona assegnata  poco lontana.  contraddistinta dalla lettera D, e va dalla valle di Pratobello alla
piana di Ottana. Si tratta di una regione interna, collinosa e pianeggiante. Nei focolai la desolazione
non si coglie immediatamente, bisogna guardarci: a distanza la terra sembra dorata e fluida, come un
campo di grano appena mietuto, accarezzato da una brezza sottile. Ma appena ci si avvicina, si vede
bene che quelle che sembrano spighe decapitate non sono nient'altro che ammassi di cavallette
brulicanti e allora, facendo avanzare lo sguardo a perdita d'occhio, non si vede nient'altro che quel
monocromo vibrante. Ecco che la terra frinisce in modo assordante, basta stare a sentirla, adattare un
suono a quella visione spaventosa. Sono un numero talmente spropositato, talmente ammucchiate le
une alle altre, che non possono far altro che lasciarsi schiacciare dagli scarponi degli operai...
L'avevano detto, ma esserci  tutta un'altra cosa.  un'altra cosa sentire sotto alle suole chiodate la
febbre del terreno completamente sommerso di una patina semovente e lo scrocchio secco dei carapaci
che cedono sotto ai passi. A pensarci sono esseri fragilissimi, croccanti, ma  il numero che fa la
differenza, in quello spazio relativamente ristretto sono incommensurabili, come le stelle in cielo, di
pi, di pi ancora... Ormai anche il profano riesce a distinguere tra il grillastro crociato che divora i
cereali e il dociostaurus maroccanus che non disdegna i frutteti e le vigne. E qui a giudicare dall'oro
imperante siamo in presenza della bestia levantina, che non ha avuto bisogno di arrivare in volo perch
i bastimenti di ritorno dall'immensa campagna d'Africa l'hanno trasportata gravida in giro per il
Mediterraneo. Come l'alito della peste quando si form, nube cremosa e mefitica, e lasci che il vento
la trasportasse nelle terre emerse. Cos le piaghe bibliche, che non sono per gli uomini a meno che non
siano gli uomini stessi a dargli corpo col loro agire.
Dall'Ispettorato agrario avevano composto le squadre in rapporto ad alcune competenze. A
Mimmu, che aveva la patente, fu affidato un autocarro che portava la scritta Servizio lotta alle
cavallette. Vincenzo pot scegliere di essere assegnato alla stessa squadra, sullo stesso camion, ma sul
cassone dal quale, con paletta e guanti di gomma, doveva spargere sul terreno crusca e arsenito sodico
all'uno per cento di cui le cavallette sembravano essere ghiotte. Prima di loro sulla piana erano passati
gli esploratori e i capisquadra che avevano individuato colonie immense di capsule non ancora
dischiuse, persino nelle fessure dei muretti a secco e all'interno delle domus de Janas. Dopo
l'esplorazione gli stessi avevano potuto concordare una strategia: i seminatori, che spargevano la
miscela velenosa, poi i piroforisti che col lanciafiamme uscravano le carcasse degli insetti agonizzanti,
quindi gli operai che raccoglievano quanto restava e, infine, gli specialisti con i nebbiogeni. Per
mondare un terreno senza il dubbio che qualche larva riuscisse a sopravvivere questo era il sistema.
Il primo giorno Vincenzo si trov sul cassone del camion con un ragazzetto di Mamoiada che
non smetteva di commentare a ogni lancio di crusca e arsenito: Manice, esortava. Crepe!
concludeva, e questo migliaia di volte: tanti lanci, tante imprecazioni. A lui quel lavoro non piaceva, a
lui piaceva il lanciafiamme perch al mondo non esisteva essere pi schifoso delle cavallette, diceva,
niente, niente. Cos probabilmente, per via della sua insistenza, il giorno dopo sul cassone con
Vincenzo sal Nicola Serra-Pintus.
Era un uomo di taglia piccola, ma fatto bene, di quelli che mantengono un'espressione
diffidente qualunque sia la persona a cui si rivolgono.  Noi siamo quasi parenti,  disse bruscamente al
nulla mentre lavoravano. Vincenzo si guard attorno e constat che, vista l'assenza di chiunque altro,
quella frase doveva essere rivolta a lui.  Tu sei quello forestiero?  incalz prima che Vincenzo
potesse organizzare una risposta. Ancora una volta Nicola Serra-Pintus parl come se avesse qualcosa
da rimproverare. Ma questa volta aspett che l'altro replicasse.
 S,  disse semplicemente Vincenzo.  Il forestiero,  ripet.
Nicola fece di s con la testa come se si dovesse complimentare con se stesso per quella
brillante intuizione.  Allora siamo mezzi parenti,  concluse riprendendo il suo lavoro.
Andarono avanti per un po' in silenzio.  Vincenzo,  disse Vincenzo a un certo punto
pulendosi la mano per allungarla al mezzo parente dopo essersi sfilato il pesante guanto di gomma.
L'altro fece lo stesso prima di allungare la sua:  Nicola,  disse.  Mio zio Biagio era il marito
di tua zia.
 S, s...  conferm Vincenzo.
 Una brutta storia,  fece l'altro, badando a non trovarsi sotto vento quando lanciava la miscela
velenosa sul terreno. Vincenzo non disse nulla. Nicola interpret male quel silenzio.  No,  chiar
infatti.  Non brutta storia il fatto che tua zia e mio zio fossero sposati, intendevo tutto il resto. Il
tentato rapimento, e come li hanno uccisi a mio zio e anche a sua figlia.
 In casa non ne parliamo mai,  tent Vincenzo, sperando che quell'argomento fosse
considerato conclusivo.
 Una casa sfortunata quella, molti soldi, questo s, ma sfortunati,  comment Nicola che non
sembr accorgersi del disappunto crescente di Vincenzo.
Per fortuna Mimmu batt dall'interno della cabina del camion, segno che stavano per fare una
sosta.
Si lavarono le mani nonostante avessero portato i guanti e mangiarono pane, formaggio e vino.
Il vino era caldo, anche se era rimasto all'ombra dell'abitacolo proprio sotto al sedile vuoto del
passeggero. Mangiarono in silenzio, su un immenso tappeto di migliaia, centinaia di migliaia, di
cavallette.
Quella sera Vincenzo torn stanchissimo a casa. Marianna gli aveva fatto trovare una tinozza
d'acqua fumante per il bagno. Gliel'aveva mostrata e poi, indugiando, si era allontanata per farlo
spogliare.
Lavato e asciutto raggiunse la zia e il nonno in cucina. Aspettavano il suo bollettino e
sgranarono gli occhi alla notizia che la situazione era davvero fuori controllo, bisognava fare in fretta e
agire sulle larve piuttosto che sugli alati. Raccont che il fronte non distava che sei, sette chilometri da
l. Ma che dal bivio di Mamoiada era un disastro, un deserto di terra denudata.
Marianna pens alle sue piante, guard in cortile oltre la porta finestra. Vincenzo le sorrise, la
rassicur dicendole che la disinfestazione, tramite le squadre locali, stava avvenendo da Nord verso
Sud. Lei lo fiss interrogativa. Michele Angelo le spieg che da Nord a Sud voleva dire che la
disinfestazione era iniziata proprio nei territori pi vicini al capoluogo per poi spostarsi verso il
Campidano. Questo avrebbe dovuto rassicurarla, ma non lo fece. Qualcuno le aveva detto che gi a
Marrri si erano verificate piccole invasioni di insetti. Vincenzo, dall'alto della sua autorit di
disinfestatore, decret che si trattava di casi isolati facilmente controllabili. Michele Angelo ripet che
erano casi isolati e che non stesse a preoccuparsi: nessuno sarebbe stato cos crudele da mettere in
pericolo le sue piante. Marianna sospir e vers una minestra sostanziosa nel piatto dei suoi uomini.
A Marianna non c'era nulla che facesse paura di questo prosaico mondo visibile. Nulla. Era
l'invisibile che temeva, l'imponderabile. Ora che le era stata data la possibilit di ritentare, non aveva
alcuna intenzione di farsi sfuggire l'occasione di incidere in qualche modo. Lo sapevano tutti quale era
stata la sua vita e quali le sue personali, non private, tragedie. Vedova in un attimo, e poi? Esiste un
nome che definisca una madre che ha perso la sua bambina? Come si dice: orfana al contrario? Oppure
semplicemente non si dice, perch non c' niente di naturale, di visibile, in un mondo dove i genitori
sopravvivono ai figli. Per questo nessun vocabolario, a nessuna latitudine, ha inventato un termine per
questa specifica contingenza. Una contingenza che fa parte del mondo sommerso, quello che accoglie
mostri che conosciamo assai bene, ma che dobbiamo fingere di non conoscere per puro istinto di
conservazione. Ci diciamo che non esiste, eppure c'.
Per esempio: in quale recesso del nostro inferno nascosto hanno inventato l'invasione delle
cavallette?  nella Bibbia, quindi significa che  stato. Vuol dire che qualcuno ha pensato a quella
particolare piaga, alla stregua dei rospi, della peste, della guerra, della morte prematura dei primogeniti.
La disobbedienza chiama il castigo, questo pens Marianna ragionando sul disegno che le aveva tolto
tutto e ora, in parte, la risarciva con l'arrivo di questo nipote inatteso, di questo figlio per procura. Cos
quando Michele Angelo la rimproverava dicendole che stava troppo addosso al ragazzo  lui Vincenzo
lo chiamava cos: ragazzo  lei rispondeva che no, che non era un ragazzo e che lei non avrebbe mai,
mai rinunciato a quanto le spettava come risarcimento per avere tanto sofferto. Disse che l'avrebbe
aspettato in piedi se tardava, che avrebbe ribaltato Noro e dintorni se solo lui avesse chiesto qualcosa
che non si trovava; disse che l'avrebbe servito come si fa con lo sposo, ma, pens, l'avrebbe fatto solo
per impossessarsene, renderlo incapace, inetto, perch gli fosse impossibile spostarsi da lei che sola
poteva dargli tutto, tutto, senza chiedere niente in cambio... Ecco cosa avrebbe dovuto fare con quel
marito che, disobbedendo a tutto, si era limitata a sopportare. Ora sapeva quanto le era costata quella
sua speciale disobbedienza, aggravata dall'essere stata volontaria e precisamente cosciente, in tutto.
Questo disse e non disse. A Michele Angelo apparve chiaro quanto quella creatura aveva vissuto in
silenzio con i fantasmi della sua vita infelice.
 Se ne andr,  le disse a un certo punto, ma lei non voleva ascoltarlo. Pensava a Suor
Angelica, quando la zia Principessa va in convento a dirle che la sua sorella minore si sposer e
finalmente l'onore della famiglia sar ripristinato, ma non per dirle che il suo bambino  morto da due
anni. Ecco, niente al mondo Marianna ha odiato come quella zia Principessa che sottrae il bambino a
sua figlia, la costringe in convento e poi considera una benedizione il fatto che il frutto del peccato sia
morto prematuramente. Lei quella storia l non la pu proprio sentire, perch nel mondo visibile
sarebbe, in tutto e per tutto, la suora e non certo la principessa.  Dovr fare la sua vita,  riprese
Michele Angelo.
 La sua vita  qui! Non rovinate tutto adesso!  qui!
  dove vorr lui.
 No, se parlate cos lo incoraggiate a scappare.
 Sei tu che lo farai scappare se continui a stargli addosso.
 Non ha mai avuto nessuno che gli stesse addosso...
 ... Non va bene cos, Mari! Perch non vuoi ascoltare quando ti parlano?
 Perch non voglio ascoltare.
 E invece ascolti...
 No. Vado a innaffiare, sta tirando vento e secca la terra...
E basta.
Il racconto di come hanno passato Ottana col lanciafiamme casa per casa, pollaio per pollaio,
chiesa per chiesa, prende buona parte della cena. Vincenzo  entusiasta di poter rivivere quel momento
in cui, entrati in paese, devono constatare che l'opposizione ferma dei paesani, che non smettono di
battere con sterpi secchi le pareti di casa, non ha dato frutti. Quello che descrive  un inferno di
cavallette che avvolgono gli edifici come sciami d'api. L'arrivo dei pirofori  l'ingresso dei guerrieri
luminosi della fede che scacciano le forze del male. Quei ragazzi col serbatoio in spalla sono
meravigliosi ed eroici. La maggior parte di loro  troppo giovane per essere richiamata in guerra, ma ha
comunque avuto la sua possibilit: arma in spalla contro il nemico alato.
Le fiamme leccano le pareti delle case con lingue incandescenti che ne liberano istantaneamente
intere porzioni. Il crepitio e il fischio degli insetti che deflagrano al tocco del fuoco  un suono
straordinario, e straordinario  il profumo di crosta di pane abbrustolito che ne scaturisce. Le cavallette
carbonizzate cadono a mucchi nei cortili e sui marciapiedi di Ottana. Nere e lucide come scarafaggi,
ridotte a tizzoni, spesso non ancora del tutto morte, si agitano in cumuli scuri che le donne del posto
sono fiere di spazzare via. Ecco, quei mucchi possono raggiungere anche i due metri.
A Vincenzo piaceva arrivare fino a quel punto, quando doveva descrivere i cumuli immensi a
cui, ancora una volta, veniva dato fuoco finch non diventavano polvere volatile.
Cos si alzava in piedi e sollevava la mano oltre il suo metro e ottanta per specificare che i
mucchi, anche quelli pi piccoli, lo sopravanzavano di almeno venti centimetri. Marianna si tappava la
bocca com'era suo solito quando voleva esprimere stupore e Michele Angelo scuoteva la testa
sorridendo:  Non dirle queste cose,  rimproverava allegro il nipote.  Che questa stanotte non chiude
occhio.
Qualche minuto dopo ecco che Vincenzo si prepara per uscire. Fuori  gi scuro. Marianna lo
guarda come se si aspettasse una qualche spiegazione. Vincenzo non coglie o non vuole cogliere.
Michele Angelo li osserva intenti in quella specie di battaglia di sguardi e non interviene. A lui
piacerebbe finalmente poter parlare di un lavoro vero per questo nipote, di un futuro vero. Gli
piacerebbe senz'altro parlare dell'ipotesi di riaprire l'officina, il ragazzo  forte, pu imparare presto.
Tuttavia  frenato dalla constatazione che Vincenzo non ha chiesto niente. C' qualcosa che il vecchio
non riesce proprio a interpretare in lui. Forse la vena continentale, un mistero che gli deriva dalla parte
materna. Tutto questo Michele Angelo lo pensa mentre Vincenzo si alza e annuncia che uscir.
Marianna aspetta che sia sulla soglia per chiedere come mai esca a quell'ora. E l Michele
Angelo decide che deve intervenire, la zittisce come se fosse una bambina, le impone di farsi gli affari
suoi, che il ragazzo  abbastanza adulto per stabilire a che ora deve uscire.
Questa scaramuccia scoraggia Vincenzo:  Non  indispensabile,  conclude, e fa il gesto di
ritornare a sedere.  Domani siamo di riposo, si pensava di vedersi tutti insieme,  si giustifica.
 S certo,  approva Michele Angelo.  Vai e lasciala cantare . Poi punta gli occhi in quelli di
sua figlia:  Ma a te quando esci ti chiede niente nessuno?
Marianna, quando esce, va all'altra casa, quella in via Deffenu. La tiene pulita, nonostante da
pi di dieci anni ormai non ci viva nessuno. Eppure a vederla nel suo silenzio placido sembra proprio
che i suoi abitanti si siano assentati solo momentaneamente. Lei quando vi entra  come se fosse la
teracca, come se in quella casa, casa da podest, intima e pubblica insieme, non avesse niente di suo. E
invece no. L  tutto intatto di tempo immobile. L c' tutto quanto deve coltivare perch non si rischi
l'oblio. Perch oblio significa, per Marianna, ricacciare nell'incognito tutta quella porzione della sua
vita che, invece,  stata.
Le pulizie sono feroci e minuziose, nel senso che quando la polvere invade le cose  come se le
nascondesse al ricordo nitido. La sua consolazione  ricordare tutto. La sua consolazione  impedire a
chiunque, a qualunque cosa, di frapporsi tra lei e se stessa. Cos, ogni volta, si tratta di pulire stanza per
stanza, angolo per angolo, oggetto per oggetto: l'ingresso ampio con un tavolo centrale e due vasi
ornamentali in stile orientale, dal quale si accedeva allo studio del commendator Serra-Pintus, suo
marito, tre sedie di artigianato locale di una certa importanza dove attendevano coloro che dovevano
parlare con lui; poi il cosiddetto disimpegno, null'altro che una zona cieca costituita da porte chiuse: a
destra per la cucina e la camera da pranzo, dritti per i bagni e la lavanderia, a sinistra per le camere da
letto.
L'enormit dell'appartamento era una consolazione, rappresentava uno spazio dato ma, allo
stesso tempo, un luogo dove era anche possibile perdersi. L'unico luogo che non amasse di quella casa
era lo studio perch, si diceva, in fondo rappresentava la vacuit, l'insulsa vanit dell'uomo che aveva
sposato. E magari, ripeteva a se stessa mentre spolverava i volumi intatti che ornavano la libreria in
noce dietro la sua scrivania di rappresentanza, tutta questa chiarezza, questa pretesa limpidezza, questa
ricercata nitidezza, non era nient'altro che un modo per punirsi di non essere stata abbastanza forte da
dire no a quel matrimonio.
Nella stanza di Dina, la sua piccola, restava un profumo impalpabile di latte e borotalco. Prima
di intraprendere qualunque azione in quella stanza aveva bisogno di stare seduta. E guardarsi attorno.
Era cos tutte le volte, perch per stare l dentro le occorreva una sorta di respiro supplementare, e
rimanere seduta le permetteva di adeguare i polmoni al deficit d'aria che le pareva caratterizzasse
quello spazio. E quando il respiro aveva raggiunto il giusto ritmo, eccola alzarsi e cominciare a
spolverare il mobile bianco dov'erano riposte le meraviglie candide che la sua bambina aveva
indossato. Nessun tempo aveva potuto ingiallirle: l il tempo, semplicemente, non era ammesso.
Dentro a quella casa ci avevano abitato poco a dire il vero, ma era quanto aveva a disposizione:
la realt manifesta, tutto ci poteva impedirle di illudersi che non era successo niente di quanto, invece,
era successo. Tuttavia nella camera che era stata della sua bambina sentiva una disperazione
supplettiva, una specie di arretramento della consolazione, come se ogni volta che vi entrava fosse
costretta a rivedere il grado della sua capacit di rimozione. Ma non per questo faceva le cose
superficialmente, anzi dentro quella stanza poteva intrattenersi per ore a togliere la polvere dalle
bambole, a rinfrescare le tende, a cambiare la biancheria del letto, a sbattere il tappetino, a riporre le
ciabattine, a piegare la camicia da notte, a osservare qualche capello della bambina ancora incastrato tra
le setole della spazzola, a intravedersi con la coda dell'occhio nei riflessi degli oggetti, dei vetri e degli
specchi, mentre, inclemente con se stessa, ingoiava l'angoscia e, allo stesso tempo, si esaltava al
pensiero di farsi da carnefice, impedendo a quel mondo di rifugiarsi nell'oblio.
Ognuno alleva i propri fantasmi, e li chiama in modi differenti. Ricordi, a volte. Li chiama
pensieri fugaci, cose che ritornano alla mente d'improvviso, senza che la nostra mente abbia potuto far
niente per selezionarli. Li chiama ladri che si insinuano in noi, scassinando le porte blindate del nostro
controllo. Marianna quelle porte le aveva lasciate del tutto spalancate.
L'unico rammarico vero era che la sua bambina non riusciva a sognarla e, qualche volta, ne
perdeva i contorni. E poi c'era il fatto che della notte in cui lei era morta, col padre, non ricordava
granch. S, ricordava di aver vagato nella campagna, e poi di essersi trovata in una caserma. Tutto qui.
Aveva in mente un rumore secco, e ricordava l'auto risucchiata verso il basso mentre l'autista tentava
di scansare il posto di blocco. E poi ricordava l'unico sguardo bello che suo marito le avesse mai fatto.
Tutto qui.
 Ma a te quando esci ti chiede niente nessuno?
Vincenzo guarda Marianna come se pretendesse da lei tutta quell'apprensione che la sua madre
naturale non aveva potuto dargli.  Con chi vai a quest'ora?  chiede lei infatti, capendo perfettamente
il gioco che stanno giocando.
 Quelli della squadra,  risponde lui.  Un'oretta al massimo, giusto per fare due chiacchiere, 
dice. E poi:  Nicola Serra-Pintus,  scandisce come un giocatore che butti sul tavolo l'asso di briscola.
Marianna non fa un gesto, ma ormai Vincenzo lo sa che quell'immobilit  l'atto estremo. Una
parvenza di calma che nasconde nervosismo.  Ah, Nicolino, come sta?  chiede lei guardando fissa
oltre il nipote.  Non lo vedo da quando aveva cinque, sei anni... Non so.
Vincenzo volontariamente non risponde.  C' anche Mimmu Guiso,  si limita a dire.
Marianna ha perso l'assetto, pare cerchi di contenere le lacrime, ma sta solo provando a
ricordare in quale preciso giorno Nicola Serra-Pintus, figlio terzogenito del fratello di suo marito, sia
venuto al mondo, sia passato cio dallo stato della presunzione a quello visibile. Qualche giorno prima
o qualche giorno dopo la sua bambina? Avrebbero la stessa et, adesso.  Vai, vai...  dice a Vincenzo
d'improvviso.  Non fare troppo tardi per.
 S,  fa lui.  Ma non mi aspettate in piedi . Lo dice anche se sa che  perfettamente inutile.
Appena il ragazzo esce i due discutono. Padre e figlia in genere tengono le parole in galera,
sotto chiave, ma una volta che decidono di aprire la cella, allora parlano.
A Michele Angelo non piace certo la prospettiva di limitarsi alla parte del vecchio accudito
dalla figlia, e a Marianna piace ancora meno quella della figlia che debba fare da infermiera al vecchio
padre. E allora? Di cosa stanno discutendo adesso? Sono d'accordo, no? D'accordo su tutto: sul fatto
che a questo nipote bisogna lasciargli fare la sua vita; sul fatto che non si pu decidere per lui perch
non  un ragazzino; sul fatto che hanno tanto tempo da recuperare. Lo sanno, lo sanno bene e sono
d'accordo. E allora? E allora il punto, la materia del contendere, sono loro. Michele Angelo che non
vuole pi subire privazioni e Marianna che non capisce di quali privazioni parli suo padre. Lei, tutta la
faccenda, la vede assolutamente come un dono, una specie di ultima possibilit. Lui come un altro,
astuto, sgambetto della sorte. Perch  dice a se stesso  una volta che si  imparato a fare i conti con la
propria esistenza non si pu, d'improvviso, cambiare sistema, riprendere con le prospettive. Lui in testa
ha il fatto che l'esistenza  come un carico di pane o di frutta che qualcuno deve incaricarsi di
trasportare fino a casa. Gliel'hanno raccontata come un percorso, una strada polverosa dove si lasciano
orme leggere e si sollevano sbuffi di terra secca. In fondo si vede una piccola casa con tetto e fumaiolo,
e da quel fumaiolo si vede sempre il fumo, qualunque sia la stagione: nelle storie, nelle parabole, le
stagioni non contano. Perci eccolo in cammino;  scalzo, pu vedere i suoi piedi infarinati, la casa che
sembrava vicina non lo  affatto, anzi sembra allontanarsi a ogni passo, e il carico comincia a pesare...
Cosa lo faccia andare avanti  presto detto: quel carico. Se fosse libero di scegliere, lui, verso la casa
nemmeno ci andrebbe, senza niente da trasportare, senza una materia da custodire, sarebbe leggero e
libero. Ma libero di andare dove? Ci sono incontri, spazi in ombra, buche, piccoli burroni, fonti
cristalline, lungo quella strada. In molti casi deve fermarsi, ingegnarsi, evitare di cadere ma, allo stesso
tempo, niente gli impedirebbe di riposare, liberandosi per poco del suo carico, per bere alla fonte e
scambiare qualche parola con i passanti.
Dal suo preciso punto di vista, questo nipote ritrovato non  certo un rovesciamento delle sue
prospettive, anzi  esattamente un motivo in pi per intrattenersi lungo il cammino, senza fretta di
arrivare. Perch, lui lo sa, nell'immagine che gli hanno raccontato, arrivare a quella casa significa
smettere di camminare. Capito?
Ma appena ha finito di spiegare gi si pente perch per Michele Angelo tutto questo parlare per
metafore conta fino a un certo punto. Per lui le cose sono le cose,  sempre stato cos e sempre sar,
amen! A Marianna vengono i nervi quando il padre taglia corto in quel modo, le verrebbe anche da
gridare se non avesse paura di lasciarsi andare pi del dovuto. Esiste una specie di confine che non pu
essere superato nei litigi tra padre e figlia, e sarebbe che litigare va bene, ma con rispetto. A dirla tutta
Michele Angelo quel rispetto rischia ripetutamente di farlo saltare perch ha il coltello dalla parte del
manico, e quando la figlia perde le staffe pu sempre zittirla con la formula: Sono tuo padre,
ragazzina, tu a me cos non mi parli perch io come ti ho fatto ti sconcio! Cumpresu?
A Marianna tutto questo almanaccare fa ricordare una storia recente, qualcosa che  avvenuto
anni prima durante i bombardamenti di Cagliari. Cos per lo meno l'hanno raccontata a lei questa
storia. E sarebbe che un tale ha uno zio ricco come si pu essere ricchi essendo poveri, ha cio uno zio
che possiede la casetta dove abita. Il nipote  avido, vorrebbe sposarsi, e prega che lo zio muoia perch
finalmente possa impossessarsi di quella casetta modesta. Tanto fa e tanto dice che comincia a
frequentare l'anziano: lo accompagna, gli fa i servizi, insomma fa tutto quanto bisogna fare per ottenere
in eredit quella casa. Presto per si rende conto che il vecchio non morir tanto in fretta, ora che lo
frequenta tutti i giorni pu constatare che  sano come un pesce e che ci vorranno degli anni prima che
quanto desidera con tutto se stesso si avveri. Perci prende una decisione tremenda, sono i tempi che
sono: la gente muore di tutto e, soprattutto, muore in modo tale che niente sembra strano. Si vive pi
con la morte che con la vita: questo si dice il ragazzo quando decide di avvelenare il vecchio zio. Cos
si arriva al giorno del funerale, un rito in fretta e furia perch gli alleati hanno preso di mira la citt e si
prevedono raid aerei. Un Pater Noster, un Requiescat, e via. Il ragazzo pu finalmente occupare la
casa, che  sua, perch lo zio, riconoscente, qualche mese prima era andato dal notaio a certificare che,
una volta morto, la sua casa, per piccola che fosse, andava a quel nipote generoso e disinteressato.
Senza che nemmeno la bara sia interrata gi quel ragazzo tanto disinteressato sta considerando quanto
pu guadagnare al mercato nero con la vendita delle poche cianfrusaglie del vecchio, escluse quelle che
ha deciso di tenersi. E gi prospetta la sua vita in quella casa con la donna che ama, e che sicuramente
vorr dargli tanti figli. Bene, la prima casa di Cagliari che viene distrutta dai bombardamenti  quella l.
Ma non  finita, perch quel raid tremendo ha colpito parte del cimitero, da cui la casa non  distante, e
quindi sotto le macerie lo sapete cosa trovano? Zio e nipote abbracciati nella morte. Uno morto sotto le
macerie, l'altro scaraventato dal cimitero a casa sua. Incredibile, no?
Marianna trema quando finisce il suo racconto. Michele Angelo allarga le braccia:  Benedetta
figlia, e che cosa mi dovrebbe significare questa storia?
Non  nemmeno arrabbiato, solo sorpreso, perch a lui, la testa di Marianna lo sorprende, lo
stupisce, lo atterra.
 Significa che se anche cercate di dirvi che le cose sono andate in un certo modo, poi non  in
quel modo che sono andate.
 Ah,  tenta il vecchio. La spiegazione  peggio della storia in s.  Quindi?
 Quindi quando fate finta che l'arrivo di questo nipote non cambi nulla, sbagliate, perch
cambia.
E qui la sconfitta di Michele Angelo assomiglia a una capitolazione. Perch lui sa bene che la
cosa migliore sarebbe in assoluto chiuderla l, fingere di aver capito dove vuole arrivare la figlia, ma
non ce la fa.  Quindi?  insiste.
 Quindi non  dicendosi che le cose non sono successe che quelle non succedono.
 E se la chiudessimo qui questa storia?
 Ecco come fate.
 Come faccio cosa?
 Ogni volta che avete torto fate cos.
 Cos, cosa!?
 Quello che state facendo adesso.
 O vado a dormire o ti ammazzo... Anzi no, non ti ammazzo, non si sa mai che mi arrivi dal
cimitero al tetto di casa!
Anche a Marianna, quasi quasi, scappa da ridere.  Chiuso l'avete il portale in cortile?  chiede.
Michele Angelo nemmeno risponde.
Al Bar Nuovo si parlava solo del referendum imminente. E se ne parlava con la stessa
apprensione con cui se ne percepiva l'importanza. Che quella nazione non sarebbe stata pi la stessa
era chiaro. Vincenzo si limitava a osservare e ascoltare. La storia recente vista dai tavolini di quel bar
sembrava la diatriba tra una madre e una figlia: da una parte chi non voleva abbandonare le certezze del
passato, perch  per quanto terribile fosse stato  c'era qualcuno che cominciava ad affermare che non
era giusto considerare tutta negativa l'esperienza fascista; dall'altra chi reputava sensato tentare
un'altra via, e cio quella di cambiare ogni cosa. Vincenzo percep che il suo pensiero dipendeva da
quello che aveva visto. Monarchia o Repubblica erano molto di pi che semplici idee del futuro, erano
frutto delle esperienze dirette, personali o pubbliche che fossero. Quanti di questi giovani che si
accapigliavano per una soluzione o per l'altra, si domand, aveva a disposizione una visione? S: una
visione, un'immagine. La guerra che aveva visto Vincenzo non era la stessa che aveva intravisto la
maggior parte di quelli che ora pretendevano di dire la loro. In quel posto al massimo avevano visto
qualche ufficiale di complemento del Battaglione Cremona. Ma non era questo in fondo il
cambiamento vero, cio la possibilit che chiunque potesse dire liberamente ci che pensava? Ecco, l
Vincenzo si accorse che era un uomo adulto in un paese di adolescenti, e che aveva almeno sei anni di
pi del maggiore dei suoi interlocutori. E forse a spiegare la guerra come l'aveva vista lui poteva
bastare questa differenza.
Si aveva l'impressione che quanto del mondo circostante arrivasse in quella plaga non fosse che
uno schizzo appena, un appunto. E se qualcuno affermava che il parroco alla messa invitava a votare
per il Re, quello giovane, quello che si era appena insediato, ecco che quell'indicazione pareva frutto di
un sentimento pallidissimo della Storia... La Monarchia, si ripeteva, non era nient'altro che un sistema,
il resto lo facevano gli uomini. In fondo anche i Savoia avevano dovuto ammettere qualche errore di
troppo e questo Re, giovane e prestante, al contrario del padre nano e pusillanime, aveva persino
accettato di sottostare al volere popolare. Qualcuno rispondeva che se avesse aspettato ancora un po'
non ci sarebbe stato pi un popolo a cui appellarsi, e che l'idea di far votare le donne non era pensata
male, proprio no. A loro gli stessi preti dicevano che nella scheda gialla dovevano votare per il simbolo
con la croce di Cristo, non certo per quello con la donna di profilo. Come nella scheda grigia, del resto,
dove c'era un altro simbolo crociato da contrassegnare.
Marianna nemmeno discusse:  Cosa bisogna votare?  chiese al nipote, come se fosse del tutto
logico stabilire una sorta di strategia comune. Dal suo punto di vista le famiglie dovevano essere
famiglie in tutto.
Vincenzo rise.  Come sarebbe?  chiese.  Lo saprete voi cosa dovete votare, no? Il voto 
segreto.
Marianna scosse il capo:  S,  disse ostinata.   segreto, fuori da questa cucina  segreto .
Indic con lo sguardo la stanza che li avvolgeva, e pareva volesse affermare un sistema che poco aveva
a che fare col caso in questione, ma che si poteva, anzi si doveva, estendere e considerare una regola
fissa della loro convivenza.  Tu cosa voti?  chiese a bruciapelo.
Vincenzo la guard senza capire se parlasse sul serio o per finta. Marianna sostenne lo sguardo,
segno che parlava sul serio.  Repubblica,  rispose lui a un certo punto.
 Lo sapevo,  comment lei, senza una particolare inflessione nel tono di voce. 
L'immaginavo,  complet.  Tu hai la faccia di tuo padre e la testa di tuo zio Gavino, Dio ce ne
scampi.
 E sarebbe una cosa brutta?  domand Vincenzo che, in qualche modo, cominciava a
divertirsi.
 N brutta, n bella,  tagli Marianna rifiutando sul nascere una discussione che si spostasse
dal piano normativo in cui lei l'aveva instradata.
 E voi votate Monarchia, no?
Marianna, che stava piegando dei panni asciutti sul tavolo di cucina, smise di colpo il suo
lavoro.  E perch?  chiese. Quindi fiss Vincenzo con una tenacia tremenda.
Il nipote prov a sostenere quello sguardo per quanto pot.  Perch s,  rispose dopo un tempo
infinito. Marianna continu a fissarlo.  Perch siete stata la moglie di un podest...  tent.
 S, tutto vero, e allora?
 E allora  possibile...
 ...?che cosa?
 Lasciamo stare,  disse Vincenzo con una determinazione che aveva lo scopo di ripristinare
una certa distanza tra lui e la zia. In fondo, si disse, che diritto ha di trattarmi come se mi conoscesse da
sempre? Che ne sa lei di me? Che ne sanno tutti loro?
Marianna comprese le domande non fatte. Io ti conosco da sempre creatura, disse tra s. Ti
conoscevo anche quando ancora non sapevo che esistessi.  A che ora si deve andare a votare? 
concluse.
Come prevedibile il pi difficile da convincere a uscire fu Michele Angelo. In quella mattina di
giugno si diceva avvenisse la Storia, che casualmente passava anche a Noro non come eco, ma sotto
forma di diritto che gli uomini e le donne di questo paese sono chiamati ad esercitare, come aveva
declamato il futuro onorevole Santino Carta dal palchetto improvvisato in piazzetta del Popolo. In
chiesa, dal pulpito, i parroci dicevano altrimenti: per loro la preoccupazione consisteva proprio nel fatto
che anche le donne erano state ammesse ad esercitare. E i parroci, si sa, conoscono per genetica e
trattano per esperienza millenaria il nucleo stesso dei problemi. La cosa fondamentale era spiegare,
durante la messa, che questo diritto alle quali erano ammesse sul piano civile, non le faceva diverse sul
piano confessionale. Per fortuna a Roma avevano avuto la felice idea di reiterare, nel simbolo del
Partito cristiano, la stessa croce che campeggiava nel simbolo della Monarchia, sicch non bisognava
far altro che seguire la croce e confidare su quel simbolo.
Ma il problema di Michele Angelo era un altro: si era convinto che farsi vedere in pubblico
potesse costituire un motivo ulteriore per far parlare di lui. E questo proprio non poteva sopportarlo.
Si convinse solo perch fu Vincenzo a chiederglielo, e perch zia e nipote si accordarono per
recarsi al seggio prestissimo, prima che la gente uscisse dalla messa.
Si misero a nuovo. Pinti e linti. Esercitare quel diritto corrispondeva a partecipare al
ricevimento della nazione che rinasceva. Perci azzimati, pulitissimi, alle sei e mezzo del mattino i
Chironi si recarono a votare.
Noro era straordinariamente calma in quel frangente, l'aria ferma annunciava una giornata
calda. Percorsero la discesa verso piazza d'Italia, dov'era stata montata una lunghissima ringhiera che
Michele Angelo non aveva mai visto, come non aveva mai visto il distributore di benzina che era stato
installato proprio in cima alla salita, o discesa a seconda che la s'intraprendesse da San Pietro o dal
Dispensario. Michele Angelo si convinse che l'orrore poteva manifestarsi con l'apparenza di vita che
prosegue nonostante tutto. C'erano, per esempio, abitazioni costruite di recente che portavano ai
balconi inferriate non sue. E la stessa inferriata che camminava per centocinquanta metri sul bordo
orunese dell'altopiano non l'aveva certo fatta lui. No, aveva tutta l'aria di un prodotto industriale,
arrivato chiss da dove, fatto senza amore.
Cos, affaticato da quella camminata insolita, ma saldo, prefer appoggiarsi al nipote piuttosto
che usufruire di quel supporto fatto senza grazia, con qualche saldatura a vista come se si trattasse di un
manufatto temporaneo e non di una ringhiera cittadina. Questi tempi nuovi si manifestavano anche in
forma di piccole trascuratezze. Del resto, dicevano, c'era tutto da fare. Camminarono in silenzio in quel
cantiere a cielo aperto che era la terra stessa che stavano calpestando: che fine avevano fatto gli orti a
valle? E il frutteto di Bainzu Pes? Ora, era chiaro, si stava mettendo un argine alla campagna come se
ci si vergognasse di conviverci, e questo doveva significare pretendere definitivamente di essere citt.
Dal punto di vista di Michele Angelo questo faceva la differenza: lui non era uno che sapesse
immaginare la storia, l'evoluzione, le stratificazioni; per lui moderno era quanto poteva sussistere
nonostante tutto. Eppure non era un conservatore, aveva la testa dell'artigiano, per lui valeva la regola
che quando una cosa non riusciva bene bisognava buttarla via e rifarla, piuttosto che ostinarsi ad
aggiustarla. Ecco: quello spazio, ai suoi occhi, era una cosa venuta male che qualcuno si ostinava ad
aggiustare. Perci subiva con inquietudine la frase c' tutto da fare che aveva un'apparenza
progressista e invece, sotto sotto, rivelava una pecca nel nascere: dichiarava che si poteva andare avanti
a rifare senza capire che cosa non era riuscito bene precedentemente. Marianna quale fosse il rovello
del padre lo capiva al volo, Vincenzo capiva un po' meno, ma afferrava un che di insoddisfatto nel
modo in cui il nonno si guardava attorno. Nessuno comunque parl, nessuno fece domande.
A Noro il termine ricostruzione non si adattava proprio, a meno che non s'intendesse il
rigenerarsi dalla povert diffusa. Una povert a tratti malintesa e quindi nemmeno tale. La condizione
di periferia l'aveva salvata dalle bombe, ma anche dall'indigenza: si era trattato di procedere come se
attorno non succedesse niente. E si era rimasti poveri esattamente come prima. Non pi di prima, che
era gi un risultato notevole, tale da esprimersi paradossalmente come sviluppo. Tuttavia, fu proprio
quella relativa incoscienza a farne un luogo tanto speculativo. Perch rifiutare la realt, qualche volta
significa concepire alternative temerarie. All'apice del suo senso quel paese che non voleva essere
paese  ma che non sapeva come diventare citt  era stato un centro di borghesi presuntuosi e pastori
intelligenti; poi il mondo si era rovesciato e quella storia minima che, per un secondo appena, aveva
incrociato la via maestra, se n'era andata per la strada: la piccola Atene sarda  che un Nobel aveva
proiettato nell'universo mondo, promossa dal fascismo al rango di citt, inerte mentre ovunque regnava
il sonno della ragione, un ninnolo sopravvissuto intatto al crollo di un edificio  si apprestava alla
normalizzazione. L era come trovarsi in un tempo sospeso a met, nel tempo di mezzo, non moderni,
non antichi, ma sensibili, esposti al contagio. Era in quel territorio sospeso che si doveva inventare un
senso, che si doveva immaginare una prospettiva.
Questo, se avesse saputo dirlo, avrebbe detto Michele Angelo in quel tragitto che lo conduceva
al seggio elettorale. E invece si limit a commentare quello strano strumento rosso fiammante con tubi
e pompe che deturpava la vista verso le creste di Orune. Marianna scosse il capo come se non sapesse
che lo sguardo ha diritti inalienabili, ma lo sapeva.
Nessuno festeggi per la vittoria della Repubblica, tanto pi che arriv imprevista, quando tutti
avevano dato per vincente la Monarchia. Si sussurrava di trucchi di Palmiro Togliatti, che strizzava
l'occhio ai russi, e del voltafaccia di Alcide De Gasperi che pur dichiarandosi cattolico si comportava
da repubblicano, come se le due cose fossero in contraddizione. E infatti per molti lo erano, perch dal
loro punto di vista era come ritenere lecito per un prete prendere moglie o per un comunista andare in
chiesa tutte le domeniche. Nei crocicchi e nei banconi delle bettole le sfumature della politica appaiono
solo come contrapposizioni grossolane, specialmente se ancora si ha fiducia nella politica. Mimmu
Guiso per esempio, lui era un democristiano convinto, nel senso che essere democristiano voleva dire
essere semplicemente quello che si era, con princip democratici e anche cristiani. Entrambi princip
difficili da esercitare, ma non per questo da rifiutare. Di Vincenzo non si poteva dire che fosse
comunista, ma nemmeno democristiano, lui che in seminario era stato educato, sapeva cosa significava
essere credente. Sicch le contrapposizioni a quel punto erano solo il sistema pi logico di esprimere
qualcosa che per almeno vent'anni era stato vietato esprimere.
Di questo e d'altro Vincenzo, Mimmu e altri stavano parlando fuori dal Bar Nuovo. Quando,
dalla cima del vicolo, comparve Nicola Serra-Pintus che li raggiungeva con al braccio una ragazza.
Ma lo sai chi eri tu prima?
Io? Prima quando?
Prima, prima di tutto.
Che cosa ci fai l? Vieni a dormire.
Mercede in piedi nell'angolo in ombra della stanza fa segno di no. Di lei non si vede nient'altro
che il candore della camicia da notte e la punta del piede sinistro. Michele Angelo lo sa bene che
quando la moglie fa cos  inutile insistere, dunque prova semplicemente a cambiare posizione. In
genere basta questo per farlo tornare in un sonno incosciente, ma non stavolta.
Tu prima non eri che una bestia senza Dio, e prima ancora una pianta e, prima ancora, solo un
pensiero.
Ancora l sei? Di vieni a dormire...  tardi, come mai ancora non stai dormendo?
E prima che pensiero eri Nulla, un nulla meraviglioso. Te lo ricordi tu quando eri nulla? Certo
che no, perch quello  lo stato di grazia...
Michele Angelo si volta dall'altro lato, con una specie di maremoto di lenzuola d le spalle a
quell'angolo della sua stanza che non  raggiunto dalla lama di luce che il bagliore della luna ancora
alta segna, passando attraverso la finestra socchiusa, sulla parete di fronte al letto.
...?E prima di meritare quel nulla forse sei stato bestia o albero... Cacciato o bruciato. O pietra,
roccia inerte, prosegue lei ostinatissima, senza curarsi del disagio del marito. Queste cose bisogna
sempre dirtele, a te.
Basta, adesso, sussurra al vuoto Michele Angelo. Di' quello che devi dire o stai zitta.
Per un istante lunghissimo dall'angolo in ombra arriva solo un sospiro leggero, ritmico. Michele
Angelo si mette a sedere sul letto, guarda la sveglia sul comodino: non sono ancora le due di notte.
Quando sente bussare pianissimo scatta col viso verso la porta.  S?  domanda, indeciso fra la realt e
il sonno.
Vincenzo entra in camera, ha addosso soltanto la biancheria.  Tutto bene?  chiede.  Ho
sentito delle voci, pensavo...
 ...?Tutto bene,  lo interrompe il nonno appoggiando la schiena alla spalliera del letto.  Alla
mia et ci si sveglia a un certo punto e poi non si riesce pi a riaddormentarsi.
 Non solo alla vostra et . Il sorriso di Vincenzo  disarmante.
Michele Angelo lo guarda a lungo senza parlare. Vincenzo si lascia guardare. Non c' ombra
d'ansia in quel silenzio, anzi dice tutto. Il vecchio scuote la testa.
 Che cosa c'?  chiede Vincenzo in leggero imbarazzo.
 Niente, niente,  si affretta a rispondere Michele Angelo.  Pensavo a quanto assomigli a tuo
padre, ma assomigli anche a tuo zio...
 S, questa l'ho gi sentita.
 Com' che non stai dormendo? Alla tua et facevo delle dormite che nemmeno le cannonate
mi svegliavano. Tua nonna diceva che pi che sonno si trattava di morte...
 Non so,  mente Vincenzo.
 S che lo sai...  dice l'altro facendo spazio al ragazzo perch si sieda sul letto. Questa forma
di intimit lo mette a disagio pi di quanto pensasse. In fondo si tratta di riprendere una funzione che 
stata vacante per tanto tempo, troppo tempo. Tuttavia, quando sente il corpo di Vincenzo premere sul
materasso si rende conto per la prima volta che  vivo, e si commuove fino alle lacrime. Mercede
dall'angolo in ombra allunga una mano. Vincenzo si volta di scatto per guardare nella stessa direzione
in cui pare guardare suo nonno e non vede nessuno. Ma Michele Angelo continua a vedere il suo amore
che gli sussurra: Ma lo sai chi eri tu prima? E vede se stesso, finalmente della stessa consistenza
impalpabile, che risponde: Padre,  le dice,  comunque padre, anche se fossi stato albero o pietra,
sarei stato padre, amore mio.
Vincenzo, nonostante ignori quanto stia succedendo al nonno, attende tranquillo che passi la
visione.
Michele Angelo se lo trova seduto accanto all'improvviso, tra s e la risposta che ha appena
pronunciato. Il vecchio sorride con la punta delle labbra come un bambino colto in fallo.  Quando un
ragazzo della tua et non dorme c' di mezzo una donna,  conclude.
A Vincenzo scappa da ridere.  S,  dice.
 S, cosa?
 Quello che avete detto voi prima.
 Una donna?
 S.
Ma non una donna qualunque.
Era successo qualche settimana prima. Subito dopo le votazioni. S, c'erano state altre
occasioni, ma a Vincenzo quelle altre occasioni non interessano pi: ora che ha aperto gli argini non
vuole parlare di niente che non sia la donna che non lo fa dormire.  un istinto che potrebbe portarlo a
fare cose incredibili,  di questo che ha paura.  un istinto reciproco, ne  sicuro, lo capisce da come lei
l'ha guardato.
Michele Angelo sa bene di cosa parla. E capisce che la presenza di Mercede nella stanza, dove i
due uomini stanno parlando piano per non svegliare Marianna,  una specie di autorizzazione ad
ascoltare senza temere la vicinanza. Padre, ripete a se stesso Michele Angelo mentre Vincenzo cerca
le parole. E le parole sono che si tratta di una creatura talmente bella da togliere il respiro, perfetta in
tutto, nel sorriso, nei gesti... Michele Angelo lo ascolta senza interrompere, c' qualcosa di
meraviglioso nel cognito che riprende forma; e una tenerezza immensa nella voce di quell'uomo,
ragazzo, che ripete esattamente quello che tutti prima di lui hanno detto a proposito della donna di cui
si stanno innamorando. Come se il proprio specifico sentimento fosse completamente sconosciuto
all'intera umanit. Ma Vincenzo pare non rendersi conto di quanto normale possa essere ci che
racconta come straordinario. Se avesse visto la nonna Mercede in chiesa quando sollev lo sguardo per
osservare quel ragazzone che era suo nonno Michele Angelo mentre sistemava il turibolo grande a tre
metri dal suolo, avrebbe potuto capire fino a che punto l'ostinazione, la coazione a ripetere dentro la
quale siamo imprigionati, conti. E fino a che punto conti quella meravigliosa cecit che ci fa sparire
ogni alternativa possibile.
Vincenzo racconta che la ragazza in questione ha diciassette anni appena, ma  una donna. Poi
s'interrompe perch teme che il nonno possa fraintendere le sue parole. Ma Michele Angelo non
fraintende, se c' una cosa che capisce bene  tutto quello che sta sentendo. Certo la ragazza  giovane.
Ma nemmeno tanto: le donne crescono prima dei maschi. S, s, conferma Vincenzo,  proprio cos: a
vederla non si direbbe mai che ha solo diciassette anni e nemmeno a sentirla si direbbe, sa esattamente
cosa dire e quando. Anche questo Michele Angelo lo capisce bene. Talmente bene che potrebbe
raccontargli della sua prima notte di nozze, quando fu lei, sua nonna Mercede, a condurlo esattamente
dove doveva andare, ma preferisce tacere.
Vincenzo non sa come  successo... Non lo sa davvero. Lei  arrivata in compagnia, erano fuori
dal Bar Nuovo a fare le solite cose che si fanno, lo sa com' fatto Mimmu, con lui  impossibile
annoiarsi... Insomma, sono tutti l e lei arriva con Nicola Serra-Pintus: stanno a braccetto, e lui si 
impomatato i capelli. La presenta a tutti. Cecilia Devoto, dice lei guardando Vincenzo negli occhi.
Ha un'iride che rivela quanto impossibile sia per noi, semplicemente umani, concepire la meraviglia
della natura. Di che colore sono quegli occhi non si pu spiegare, perch la definizione terrena direbbe
grigi, ma grigi non  abbastanza, basta un colpo di ciglia per farli verdi, basta un cambio di luce per
farli violacei. E chiss lei che pensa, perch mentre lui sta cercando di capire in quale abisso 
scivolato, gli chiede se si tratti del forestiero. E lo chiede come se volesse dire che era da tempo
curiosa di conoscerlo. Cos fa lei, spiega Vincenzo: dice anche le cose che non dice. Michele Angelo
approva, come se anche questo non gli risultasse del tutto nuovo.
 Cecilia Devoto?  si limita a ripetere il vecchio. Vincenzo conferma, proprio lei. La conosce?
 No lei non la conosco, ma della famiglia ne ho sentito parlare, sono qui da poco.
 Proprio quelli,  si entusiasma Vincenzo.  Sono arrivati come sfollati da Cagliari, ma hanno
comprato qui... Ma...
 Ma?
 Sarebbe gi impegnata,  dice d'un fiato Vincenzo.
A Michele Angelo quella formula risulta misteriosa nell'apparenza, ma ne percepisce fin troppo
bene la sostanza. Si rabbuia:  Promessa.
Vincenzo lo guarda, non sa che rispondere, sa solo il modo in cui lei l'ha guardato.  No... 
dice come se parlasse da solo.  Comunque sia...
Michele Angelo lo interrompe portandosi l'indice alla bocca.  Non dire cos,  intima.  Ma
l'altro  Nicola?  chiede a bruciapelo.
 Nicola Serra-Pintus,  completa Vincenzo tutto d'un fiato.
 Dio ne scampi che lo venga a sapere tua zia, e non lo dico per te, lo dico per lui . Ora ridono
piano entrambi per non farsi sentire.
Segue un silenzio piuttosto lungo durante il quale Vincenzo capisce che  arrivato il momento
di congedarsi. Cos fa per alzarsi, ma Michele Angelo lo ferma:  C' una cosa che volevo dirti da
tempo...  comincia, ma anzich proseguire tace. Vincenzo aspetta.  C' quell'officina ferma,  dice
serissimo alla fine. E ne parla come se parlasse di qualcosa che non lo riguarda, quasi che l'idea gli sia
venuta l per l, ma anche col tono di chi sta semplicemente rinfrescando un argomento affrontato mille
volte.
Vincenzo si alza in piedi:  Non so...
 Non devi rispondere adesso,  lo anticipa suo nonno.
 S,  fa lui.  Grazie,  aggiunge avanzando verso la porta.
Michele Angelo lo guarda sinceramente stupito.  Grazie? No... Che grazie?
Vincenzo arriva fino alla porta:  Proviamo a dormire,  dice. Nell'angolo in ombra Mercede ha
un sussulto. Michele Angelo la guarda con la coda dell'occhio.
Ma Vincenzo non  del tutto scomparso verso il corridoio quando all'improvviso torna indietro,
rimanendo sulla soglia come se una parete invisibile gli impedisse di rientrare con tutto il corpo nella
stanza del nonno.  Ma dove va zia Marianna tutti i pomeriggi?  chiede da quel confine, quasi che
quella domanda precisa gli frulli da tempo nel cervello e che anzi, sia il motivo principale per cui ha
disturbato il vecchio.
 Nell'altra casa,  risponde Michele Angelo.  Conosci la storia, no?
 Qualcosa.
 Chiedi allora, senza temere. Fai parte di questa famiglia, devi sapere le cose . E prima che
Vincenzo possa rispondere il vecchio scatta in piedi.  Aspetta,  sussurra.  Aspetta . E mentre lo
dice si avvia verso il com, apre il terzo cassetto e ne estrae una cartella. Prima di allungarla al nipote
l'accarezza con una mano.  Questo l'ha scritto tuo padre, lui aveva studiato, qui c' scritto da dove
veniamo... Perch  certo che tutti, tutti, veniamo da qualche parte no?
Vincenzo prende la cartella che il vecchio gli sta porgendo, e fa appena in tempo a pensare che
quello  il primo contatto fisico tra lui e suo padre. Certo gliel'hanno fatto vedere in fotografia, e ha
capito la meraviglia che genera negli altri il fatto che lui sia venuto fuori talmente identico al soggetto
impressionato in quelle foto. Qualunque cosa ci sia in quel plico che il nonno gli consegna lui sa bene
che gli appartiene intimamente.
 Sistemiamo tutto,  conclude Michele Angelo fraintendendo la titubanza del nipote. Cos, in
piedi in mutande e maglia da notte, appare improvvisamente fragile, mentre il giovane in controluce
sullo specchio della porta appare invece legnoso e solido come la statua di Cristo dopo lo
schiodamento.
 S... E, con calma, parliamo anche dell'officina,  concorda Vincenzo.
Michele Angelo sorride.  Vinc, andr bene... andr tutto bene.
Cos quella notte passa in bianco, a leggere. Dapprima si tratta di abituarsi alla scrittura, che
certo  precisa come quella di qualcuno che si fosse messo di buona lena a ricopiare in bella i propri
appunti scarabocchiati, ma  pur sempre scrittura fatta a mano, priva cio di quella permanenza,
autorevolezza, che invece si porta in dote la pagina stampata.
Quella  la scrittura di suo padre Luigi Ippolito, si dice. Cio il risultato preciso del suo polso e
del suo calcare sul foglio, ma anche l'espressione ordinatissima di un mondo invisibile che veniva
portato alla luce. Quanto dica del padre quella scrittura non sa esprimerlo, tuttavia sa con certezza che
in quei fogli c' parte dell'atto creativo che ha generato la sua stessa carne. Ora sente quanto perfetta
sia la sensazione che quelle pagine gli offrano il massimo di vicinanza con suo padre. Si china per
annusare i fogli: sanno di quella particolare miscela che gli anni regalano alle cose, quel profumo che 
insieme un sapore, come di sandalo e piccante insieme, come di giglio e dolciastro. Quanto al
contenuto appare a tratti misterioso, forse un romanzo di cappa e spada, forse un tentativo di mettere
nero su bianco la cronaca di un'origine leggendaria. Troppa retorica, un'enfasi adolescenziale.
Si tratterebbe della storia del cavaliere Quirn che per punizione a causa della sua vita dissipata
viene mandato in Sardegna, nel Capo di Sopra, come rappresentante del Banco Regio ad arrestare don
Diego de Gamiz, inquisitore. Ora accade che l'arresto non vada a buon fine e che il cavaliere in
questione piuttosto che il disonore in patria scelga di scomparire in quella terra maledetta. E accade che
nel corso del tempo egli si accorga che quella terra l'ha mutato: l'ha preso Quirn e l'ha trasformato in
Kirone, per portarlo fino ai giorni nostri come Chironi. Tutto qui. Un piccolo delirio genealogico, si
direbbe. Ma non privo, a tratti, di una certa sapienza. Il capitolo che descrive l'irruzione dei fiscal del
Banco Regio all'interno del convento, e la strenua resistenza dei frati guardiani,  scritto con talento.
Come visive e non retoriche appaiono le righe che riguardano il rapporto contrastato tra quel Quirn e
la Sardegna. Per il resto  quasi da buttare. Non c' niente che abbia un senso in quell'accozzaglia in
costume pi vicina alla filodrammatica che al racconto. Eppure il senso c', ma non sta nella scrittura,
quanto nel motivo di quella scrittura: il primo Chironi che pu contare su una stirpe  al cospetto di un
Chironi che una stirpe ha dovuto inventarsela. Loro hanno avuto l'opportunit di vedere questo
processo nel suo nascere, hanno avuto persino la sfrontatezza di inventarselo questo processo. A
frugare bene nessun orfano  veramente orfano, neanche Michele Angelo Chironi per caso, n Mercede
Lai per procura, i capostipiti. Anche loro sicuramente hanno avuto padri e madri. Basterebbe cercarli
per confessarsi definitivamente che quel cognome che stanno reiterando  stato solo un incidente
burocratico, una parola su un documento. Ma da qualche parte bisogna pur iniziare. Cosa conta, in
fondo? Conta dare un senso a quell'incidente, ecco. Fare in modo cio che tutto quell'affastellarsi di
contingenze produca un significato. Per questo Michele Angelo ha dato a Vincenzo quei fogli: perch
trovasse un significato, qualunque fosse, anche fuori da qualsiasi ragionevolezza. Volersi fare Chironi
era stato un atto di fede, ma anche un sentimento pratico. Un modo di venire al mondo con le carte in
regola. A pensarci tutto era andato in questo modo, e ognuno di noi  frutto di forzature precedenti.
L'unica differenza era che quello che faceva di un Chironi un Chironi, era una forzatura recentissima.
A Noro queste cose contano. Conta cio la parentela col territorio. Si direbbe che conta il
numero di passi che, generazione dopo generazione, hanno calpestato quella terra. I Chironi erano
ricchi, erano sfortunati, erano anche nuoresi, ma erano ai primi passi. E, in pi, si erano rimessi in
marcia grazie a un nipote forestiero, come dire partire dal via e ricominciare da capo.
La prima disobbedienza
Ci sono cose date per certe che, a suo tempo, furono casuali. Le montagne, per esempio, cos
come appaiono sembrano fatti ineluttabili. Uno si dice che sono sempre state l esattamente dove si
trovano e invece no, c' stata un'epoca in cui quelle montagne non c'erano affatto. O erano altro,
d'altra specie, persino morbide e fumanti come una zuppa appena cotta.  stato il tempo a farle quello
che sono. L'incanto dove noi posiamo il piede, che chiamiamo paradiso di boschi, di fonti, di frutti,
prima era inferno, materia incandescente, lava indistinta, brodo per batteri. Siamo il risultato di una
disobbedienza, e che ce la raccontino sotto forma di frutto proibito poco importa. Perci, almanaccava
Vincenzo,  solo sul tempo che bisogna contare, farselo amico, farselo complice. Senza paura.
Questa determinazione aveva il nome di Cecilia, e aveva i suoi occhi. La ragazza non era
sciocca, per quanto giovane, e quello che c'era da capire riguardo al forestiero l'aveva gi capito
benissimo. Tuttavia si negava, e mai accampando l'unica ragione che pareva lecita: il fatto che fosse
gi impegnata con Nicola Serra-Pintus. No, ogni volta lo faceva per motivi che definiva suoi, non certo
per il fatto che avesse, pi o meno ufficialmente, un fidanzato. Se, per esempio, Vincenzo le chiedeva
di uscire lei rispondeva di no, e se lui le chiedeva il perch, lei rispondeva semplicemente:  Lo so io .
Che voleva dire tutto e niente. Lo so io era una formula straordinariamente funzionale: chiudeva il
discorso e non ammetteva repliche. Ma, allo stesso tempo, era un sistema infallibile per lasciare
socchiusa quella porta da cui non si poteva entrare.
Ora, nonostante avesse superato i trent'anni, non si poteva dire che Vincenzo Chironi fosse un
uomo esperto di donne. I pochi contatti che aveva avuto erano stati atti formali di ordinaria virilit,
perch allora poteva accadere che le funzioni prettamente fisiologiche si potessero espletare con poca
spesa e senza ricorrere al sentimento. Vincenzo una donna che avesse amato sul serio non l'aveva
baciata mai. E Cecilia Devoto non si lasciava baciare. Tuttavia egli sapeva di avere il tempo e la
prestanza dalla sua parte: era alto ed era bello. Anche se a giudicare dall'atteggiamento di lei, di
Cecilia, quelle qualit sembravano piuttosto difetti. Ma dipendeva dal fatto che era cittadina, era cio
una di quelle donne che conoscono da sempre le cose del mondo senza bisogno che qualcuno gliele
spieghi. Quella  nata imparata, dicevano a Noro, il che significava riconoscere che dietro alla sua
bellezza, innegabile, c'era una profonda intelligenza. Ma significava anche un altol per il poveretto o i
poveretti che sarebbero caduti nella sua tela.
Per questo non si poteva dire che Nicola Serra-Pintus fosse il suo fidanzato ufficiale, e lei non
lo diceva, nonostante lui lo pensasse per via del fatto che lei gli concedeva di uscire al suo braccio.
Vincenzo e Cecilia si riconobbero come d'altra specie. Capirono cio che quanto li accomunava
era questa condizione di intima estraneit che li legava a quel posto: lei in quanto profuga, di lusso, ma
profuga; lui in quanto Mos, trovato nelle acque quando la stirpe Chironi sembrava morta.
Una volta che avessero dato una consistenza a questa comunione niente avrebbe potuto
impedirgli di amarsi per tutta la vita.
A Cecilia era bastato un secondo per capire tutto questo, il suo negarsi era un donarsi. Per
Vincenzo ci volle pi tempo, perch lui ragionava in termini di sguardo, mentre lei in termini di
respiro. Ne risult una situazione strana in cui quanto pi lei faceva finta che quello non esistesse, tanto
pi lui si convinceva che quella era la donna della sua vita.
Dopo l'incontro fugace fuori dal Bar Nuovo la sera della proclamazione della Repubblica si
erano visti s e no quattro, cinque volte. E ci era accaduto solo perch lui l'aveva cercata e lei si era
fatta trovare. Ma c'era stata un'occasione in cui lei aveva cercato lui, e l'aveva trovato senza che
Vincenzo se ne fosse nemmeno accorto.
Ed era la volta in cui lei si era fatta riaccompagnare a casa proprio da Vincenzo, perch Nicola
insisteva per restare. Cecilia era arrivata, come al solito, accompagnata da Nicola. Erano tutti in gruppo
a prendersi l'aria dell'estate che finiva, ma a un certo punto della serata tra i due c'era stata una
brevissima, frenetica, discussione, che lei aveva chiuso voltando le spalle a tutti e dirigendosi verso
casa. Cos Nicola aveva abbandonato bicchiere e discorsi e l'aveva seguita. Ma, ormai, lei non voleva
pi essere accompagnata, non da lui. Era tornata indietro verso il gruppetto e, davanti a tutti, aveva
chiesto a Vincenzo se voleva accompagnarla. Lui, d'acchito, aveva cercato lo sguardo di Nicola, al che
lei aveva detto, secca:  Guarda che non devi chiedere il permesso a lui.
Allora Vincenzo senza rispondere si stacc dal gruppo e la raggiunse. Camminarono
nell'imbrunire, col maestrale che sbuffava, verso casa di lei. In silenzio, a un passo l'uno dall'altra. Lei
non parlava, ma lo guardava. Lui sentiva l'occhiata di lei attaccata addosso come se si trattasse di un
formicolio diffuso. Di tanto in tanto, grattandosi la nuca, la guardava anche lui timidamente e tutte le
volte poteva constatare che lei non aveva nessun problema a tenergli lo sguardo appiccicato. Poco
prima che fossero arrivati al portone di casa lei disse:  Ma tu, nel posto da dove vieni, una fidanzata ce
l'avevi?
 No,  rispose lui con quella semplicit che pu derivare solo dall'estremo imbarazzo.
 No? Un ragazzo come te?  comment lei.
Vincenzo si rese conto che, colto alla sprovvista dalla domanda di lei, aveva risposto senza
pensare.  Non proprio,  aggiunse.
 Che cosa vuol dire non proprio?
 Non fidanzate vere e proprie.
Cecilia abbozz perch non voleva che lui capisse che lei non aveva capito.
Dopo qualche secondo di silenzio arrivarono a casa di Cecilia. Si guardarono finalmente faccia
a faccia.
 Bene. Buonanotte allora,  disse lei.
 E tu?  chiese lui.
 E io cosa?  replic lei anche se questa volta aveva afferrato perfettamente.
 Lo sai.
 Lo so... cosa?
 Il fidanzato.
 Nicola?  chiese Cecilia come se lui avesse detto la cosa pi incredibile del mondo. Vincenzo
allarg le braccia e poi le lasci andare come chi si arrende.  Buonanotte,  concluse lei, allungando la
mano. Lui ricambi sfiorandogliela appena. Lei con gesto repentino spinse il portone e spar dentro
casa.
Quella sera Vincenzo si ritir presto, non aveva voglia di raggiungere gli altri dopo aver
riaccompagnato Cecilia a casa. Quando Marianna lo vide rientrare a quell'ora insolita cominci a
chiedere senza chiedere. A lei bastava osservare, e quell'osservare era peggio di tante domande. Cos,
quando raschiandosi la gola Vincenzo disse che si ritirava e si avvi verso la sua stanza, Marianna lo
segu.
 Non stai bene?  gli chiese prima che lui potesse aprire la porta della sua camera.
Vincenzo fece segno di no, come se lei avesse detto un'assurdit totale.  Sono stanco,  disse.
Marianna lo osserv a lungo per stabilire con quanta sincerit le avesse risposto. Vincenzo ebbe
il tempo di ragionare sul fatto che era la seconda volta in poco tempo che una donna cercava di
frugargli in testa.  Stanco,  ripet con meno sicurezza di poco prima.
Marianna si aggrapp a quella leggera incertezza come se si trattasse di una rocca sottratta al
nemico:  Sar,  sentenzi. E stacc gli occhi dal nipote quel tanto che bastava perch lui potesse
entrare in camera.
Stette qualche altro secondo davanti alla porta chiusa. Poi ritorn in cucina, dove Michele
Angelo aspettava.
Cosa aspettasse era chiaro, quando Marianna aveva quella faccia. Infatti lei si sedette alle sue
spalle senza parlare.  Guardate che c' qualcosa,  sibil a un certo punto cercando di sedare il
tremolio nervoso alla voce. Michele Angelo si guard bene dal replicare in alcun modo.  Voi che cosa
state aspettando con l'officina? Quanto tempo  che state dicendo che riaprite?  continu Marianna.
Michele Angelo sbuff non visto, ma lei in qualche modo se ne accorse.  Eh, sbuffate, sbuffate... Ma
non ve ne state accorgendo di quello che succede?
 E che cosa succede?  chiese lui senza nemmeno voltarsi.
 Succede che io a quella in casa non la voglio!
 Quella chi, per l'amor di Dio?
 Quella che dicono gli abbia messo gli occhi addosso a Vincenzo.
 Ah.
 Eh.
 E chi sarebbe di grazia?
 Lasciamo stare... Per carit. Una molto chiacchierata, non  nemmeno di qui. Una abituata
male, sempre in giro, senza controllo...  A Michele Angelo scapp da ridere.  Eh, ridete, ridete...
Michele Angelo per rideva a denti stretti perch misurava la potenza dell'astio della figlia col
fatto che quella nemica che si era affacciata nella loro esistenza non potesse nemmeno essere nominata.
Ma era evidente, come al solito, che la gente sapesse, e riferisse, pi di quanto stava succedendo
veramente.
 Prima di fasciarci la testa aspettiamo,  tent.
 No che non aspettiamo!  rugg Marianna.  Non  nemmeno di qui!
 E nemmeno Vincenzo  di qui per la precisione!  sbott il vecchio.  Che cosa c'entra
questo? Nemmeno io e nemmeno tu sei di qui! Cumpresu?
Marianna guard il padre seriamente preoccupata.  Sono razza di Cagliari,  specific perch
riteneva che quell'argomento fosse definitivo. Ma Michele Angelo non fece una piega.
 Quando io m'innamorai di tua madre non c'era niente al mondo che avrebbe potuto farmi
cambiare idea. Questo lo capisci?
Marianna si copr la bocca come se le parole del padre rappresentassero una rivelazione intima
e impudica.  Non siamo a questo punto, Dio ne scampi...  sussurr facendosi il segno della croce.
Perch in lei era precisissima l'ipotesi che l'estranea avesse messo gli occhi addosso al nipote, ma non
le era nemmeno saltata in mente quella che lui potesse avere un qualche interesse per lei. Dal suo punto
di vista per i maschi non era importante credere nell'amore: a Marianna era stato insegnato che la cosa
fondamentale per una donna  quella di scegliere lasciando credere di farsi scegliere. Ma ora il padre le
rivelava il contrario, le spiegava a parole quello che lei avrebbe potuto capire al volo solo osservando
come Michele Angelo aveva sempre guardato sua moglie Mercede. E allora la sua resistenza le apparve
in tutta la sua inutilit. Il nipote era giovane, e aveva le sue esigenze.
Comunque per quella notte Vincenzo si accontent di immaginare che il congedo fra lui e
Cecilia fosse stato suggellato da un bacio piuttosto che da un formale contatto di mani, nemmeno una
stretta. E l'immaginazione produsse i suoi frutti evidenti nel corpo. Si masturb con violenza e fin in
pochi minuti. Poi si sciolse, ma senza calmarsi veramente. Anzi alla fine, pi che sporco, si sent
agitato. Pi che peccatore si sent inquieto, perch nonostante la carne fosse sedata il respiro non
riusciva a ritornare normale. Cos si mise in piedi e cerc qualcosa per pulirsi. Oltre la sua stanza la
casa era abitata da un silenzio assoluto. Se la zia Marianna e il nonno Michele Angelo erano ancora in
cucina non parlavano e non si muovevano. Era quello un istante talmente perfetto che Vincenzo si vide
costretto a raschiare la gola per capire se dipendesse davvero da un'interruzione naturale o se fossero le
sue orecchie che avevano smesso di funzionare. D'improvviso il verso di un uccello notturno chiar
ogni cosa; dietro a quel suono, come in processione, giunsero tutti gli altri: foglie smosse dal vento,
gatti in amore, cani guardiani che guaivano distantissimi, tutto ci sembr voler contribuire a formare
uno spazio, a definirlo.
Una volta pulito si liber dei pantaloni che aveva tenuto abbassati fino alle caviglie, e si riinfil
le mutande, quindi fin di spogliarsi e si mise sotto alle coperte.
Ora che il silenzio era tornato rumoroso pot chiudere gli occhi. Ma certo quel gesto, anche se
impercettibile, non signific raggiungere la pace; al contrario con le palpebre serrate il mondo gli
sembr un brulicare di carni come gli ammassi di dannati nudi, pronti da bruciare all'inferno negli
affreschi delle cattedrali; oppure i soldati nei corpo a corpo dei sarcofaghi di marmo.
Tutto quel mondo immaginato, a pensarci, era distantissimo dal luogo in cui ora si trovava, che
era un luogo di sospensione. E di silenzio.
Cecilia quella notte cap precisamente in quale incidente del tutto imprevisto fosse incorsa la
sua ancora breve esistenza. Era abbastanza donna da sentire il pericolo dell'incontro con Vincenzo, ne
comprendeva tutta la differenza con qualunque cosa avesse mai provato prima. Giur a se stessa che si
sarebbe tenuta molto distante da quell'uomo, ma gi mentre giurava si vedeva contravvenire al suo
giuramento.
Solo il giorno prima i Serra-Pintus si erano presentati a casa Devoto per confermare
ufficialmente il fidanzamento tra lei e Nicola. Era stata una cerimonia strana, piena di silenzi, come
accade tra persone che non si sono scelte ma devono comunque entrare in contatto. E forse  per questo
che costoro si definiscono parenti d'entratura: come uccelli che per combinazione si trovino a sostare
sullo stesso ramo, dopo aver obbedito all'istinto irrefrenabile di migrare. Quello stesso istinto che li
porta a riposare li dispone fianco a fianco e li sostanzia, per la tappa successiva, come membri di un
unico stormo. In questo modo crescono le famiglie, quelle benedette.
Si cominci parlando dei propri ragazzi, del fatto che fosse importantissimo tenere conto di
quanto piace a loro, ma anche del fatto che si scegliessero nel rispetto. I Serra-Pintus sono famiglia di
ceppo localissimo, si direbbe autoctona; hanno, tutti interi e certificabili, quattro quarti di nuoresit, e la
baldanza rustica che da ci scaturisce. Sono detti i primi, prinzipales. Quelli che c'erano prima.
Questi Devoto invece sono cittadini, razza forse continentale, hanno abitudini levantine. Le
donne di famiglia sono bellissime e vestono in borghese.
I consuoceri sembrano prodotti da due universi completamente differenti, quanto  compatto
l'autoctono  sottile il cittadino; uno scuro di quella scurezza da sole di campagna, l'altro pallido di
quel pallore da scrivania; l'uno spiccio, l'altro riflessivo. L'uno che si crede furbo, l'altro furbo lo 
davvero.
A casa, terminata la cerimonia di fidanzamento, Fausto Devoto guarda negli occhi sua figlia
Cecilia:  Questi non hanno niente,  sentenzia.  Ma hanno ancora un nome, e il nome da queste parti
conta ancora qualcosa. Che intenzioni hai?  le domanda.
Cecilia s'incatena allo sguardo del padre come se fosse una prigioniera senza diritto di parola.
A svegliarlo fu la sensazione di un brutto sogno, come l'apice di una stanchezza infinita
incredibilmente accumulata durante il riposo. Cos aprire gli occhi gli sembr ritrovare un equilibrio...
Ma ancora per qualche secondo rest stordito in quel corridoio vuoto che  il passaggio tra il sonno e la
veglia. Ora si rendeva conto che a strapparlo dal letto era stata una premonizione, come quando,
nonostante la sveglia sia l pronta a fare il proprio lavoro, tuttavia la mente agisce sulle palpebre prima
che lei suoni, sicch ritornare al mondo pare un'impellenza senza spiegazioni di sorta.
Aveva freddo. Sent qualche movimento familiare nel mondo dei vivi, in cucina. Era
perfettamente passivo, in balia di una resurrezione dolcissima. Pens che quando sarebbe arrivato il suo
momento avrebbe voluto il privilegio di andarsene proprio in quel modo, senza lottare, senza soffrire. E
pens che quello non era un pensiero tanto particolare.
Marianna buss pianissimo.
 S?  fece Vincenzo.
 Sono le dieci,  disse lei, senza una punta di rimprovero o altro.
 S, s.
 C' gente per te.
 Gente?  chiese Vincenzo attraverso la porta chiusa, ma Marianna non era pi l a
rispondergli.
Mimmu parlava con Michele Angelo con quella sua voce pastosa. Quando Vincenzo entr in
cucina nemmeno s'interruppe per salutarlo. Solo scosse la testa come a dire che i signori possono
permettersi di alzarsi a orari scandalosi.
 Non riuscivo a dormire,  si scus Vincenzo. Ma erano scuse inutili perch nessuno le aveva
richieste.
 Mimmu mi stava dicendo della Campagna antimalarica,  specific Michele Angelo.  Dice
che usano un prodotto nuovo che stermina insetti e uova, tutto.
 ddt,  lo interruppe Mimmu.  Dall'erlaas stanno cercando gente, e dicono che se hanno gi
fatto la campagna contro le cavallette  meglio. La paga  buona.
Vincenzo guard Michele Angelo. Il vecchio guard altrove:  Un lavoro se vuoi ce l'hai, 
disse a un certo punto fissando le fauci oscure del camino.  E ce n' anche per te, Mimm,  aggiunse.
Segu un silenzio carico di aspettative.  Il caff  pronto o no?  sbott Michele Angelo rivolto
a Marianna. Lei fece segno di s e si affrett a servire perch quel silenzio fosse riempito da qualcosa.
Fuori dalla porta a vetri attendeva una luce mansueta che sfiorava le piante senza farle vibrare.
Marianna da quel piccolo mondo aveva imparato tutto: conosceva il sacrificio con cui la vita si
nutre di morte e capiva, grazie a quelle piante, persino i moti irragionevoli della mente umana. Cos
sapeva interpretare quel preciso malumore di suo padre, che si aspettava dal nipote la risposta a una
domanda che non aveva il coraggio di fare esplicitamente. Aggiunse un cucchiaino scarso di zucchero e
fece tintinnare la tazzina prima di porgerla al vecchio. Lui lo bevve in un sorso e fece la solita smorfia
che faceva tutte le volte.  Vuol dire che stai fuori casa?  chiese di repente a Vincenzo mentre aspirava
il fondo dolce della tazzina, che era il punto dove voleva arrivare.
Vincenzo allarg le braccia.
 Come l'altra volta con le cavallette,  chiar Mimmu.  Dipende sempre dalla zona che ci
assegnano. Io penso che a noi da Noro ci mandino in Barona.
Michele Angelo ne convenne.
Si avviarono verso Marrri. Per strada parlarono della vera ragione per cui Mimmu era andato
a cercare Vincenzo in casa. E sarebbe che si stava mettendo nei guai per via del suo atteggiamento
troppo intimo con Cecilia Devoto. Troppo intimo? chiede Vincenzo. Eh, conferma Mimmu, c'
qualcuno che non  molto contento della faccenda e sta dicendo in giro cose poco piacevoli. Poco
piacevoli sul conto di chi? chiede Vincenzo. Mimmu scrolla le spalle perch ormai ha capito che il
trucco del continentale  sempre quello di fare il finto scemo, quando gli conviene s'intende. Infatti gli
dice subito che quel trucco con lui non funziona e che quindi la smetta di fare il tonto perch il chi e il
come li ha capiti benissimo. A Vincenzo scappa da ridere, se c' un particolare che accomuna senza
dubbio i friulani e i sardi, sta pensando,  che se la sanno raccontare; ma non nel senso che mentono,
quanto nel senso che sanno rimandare, mettere in anticamera un certo numero di verit scomode.
Mimmu ride anche lui e quasi avrebbe voglia di prendere a calci quel figlio di buona donna che se ne
approfitta del fatto che gli vuole bene. Cos appare chiaro che la Campagna antimalarica  anche un
sistema per dare un fermo a questa faccenda amorosa che rischia di diventare un vero problema.
Tuttavia Vincenzo insiste a chiedere quale sarebbe il problema. E Mimmu, questa volta un poco pi
seccato di prima, commenta che ci risiamo; Nicola, dice Mimmi. E ripete scandendo: Nicola
Serra-Pintus. Vincenzo protesta: ma se  lei, Cecilia, la prima ad affermare che tra loro non c' niente.
Mimmu scuote la testa dicendo che magari questo chiarimento Cecilia Devoto l'ha fatto a lui, ma non
a quell'altro che ritiene di essere il suo fidanzato ufficiale. Ora Vincenzo pu concludere che si stanno
avviando verso il terreno dell'assurdo con quel discorso, perch anche se Nicola Serra-Pintus pensa di
avere dei diritti su Cecilia Devoto non ha che da dirlo, e lui si ritira in buon ordine. Lo dice, ma sa che
non  vero, infatti Mimmu non pare affatto risollevato da quella affermazione. Al contrario. Non gli ha
tolto gli occhi di dosso, non ha perso nessuna delle sue smorfie impercettibili e ha capito che sta
mentendo. Cos Mimmi si siede sul muretto all'imboccatura della strada di Marrri e invita anche
Vincenzo a fare lo stesso, l'altro si guarda attorno per un attimo, poi lo raggiunge.
Si trovano nel centro esatto di un limbo che non  paese e non  campagna, un luogo dove
l'uomo e la natura sono in fase di stallo e si controllano a vicenda. Lo stesso muretto a secco dove sono
seduti  aggredito da un rovo che s'infila fra le pietre muschiose. Il che significa che la tregua in corso
su quel fazzoletto di terra, dove le case e gli alberi impercettibilmente sfumano,  destinata a finire
presto. In quel preciso punto l'impietrato che, immergendosi fra le case, conduce alla chiesa del
Rosario, si fonde nell'erba come un rivo fangoso assorbito dal verde. L Noro finisce fisicamente, ma
proprio da l  dalla rocciosit plumbea da cui si dipartono sia la strada di Marrri verso il fondo valle,
che la mulattiera sull'Ortobene verso la chiesetta antica della Solitudine  da l si pu dire che inizi il
suo significato. Questo Vincenzo lo capisce fin da quando era bambino. Fin da quando, cio, dalle
finestre dell'orfanotrofio triestino poteva vedere che la prigione si estendeva anche fuori dall'edificio in
cui era rinchiuso. Le montagne erano una prigione, il mare, perfino, era una prigione. Quel confine,
Italia che fosse o Austria che fosse stata, era una prigione. E ora qui, in questa zattera in mezzo al mare
dove il destino gli ha dato un cognome, una stirpe, la stessa cosa: dove finisce l'uomo inizia il senso.
Vincenzo  l che si guarda intorno, che osserva il punto esatto in cui il selciato sparisce nel prato,
mentre Mimmu gli sta parlando.
 Tu devi ascoltarmi,  gli sta dicendo.  Lo capisci, no?  E Vincenzo fa segno di no, che non
capisce.  Guarda che le cose da queste parti vanno diversamente.
 E come vanno?  provoca Vincenzo.  Che cosa avrei fatto?
 Niente, per il momento. E niente deve rimanere . Poi si ammutolisce guardandolo.  Niente,
no?  chiede all'improvviso Mimmu in preda al dubbio, scrollando le spalle. Si alza un sussurro di
vento che scompiglia l'assetto dei campi come la mano del barbiere che arruffi i capelli tagliati di
fresco.  Guarda che Nicola Serra-Pintus e Cecilia Devoto si sposano tra venti giorni,  conclude.
I cespugli intorno cominciano a grattare il silenzio. Vincenzo sorride, amaro.  Quanto ci danno
per questo lavoro in Barona?  chiede.
Dentro all'ufficio al piano terra dell'edificio comunale, proprio dove due volte alla settimana si
svolgeva il mercato, campeggiava la scritta Governo Italiano  unrra  Fondazione Rockefeller.
Entrarono e consegnarono i documenti necessari per la domanda di iscrizione alle liste.
La settimana successiva la passarono a replicare per le zanzare quanto avevano imparato per le
cavallette. Furono introdotti ai fumigatori carichi d'insetticida e alle carte topografiche. Furono forniti
di piccoli manuali, malamente ciclostilati, dai titoli poetici tipo La cura delle acque, o esoterici come Il
ciclo degli anofeli. Furono informati sulle specificit del piretro quale repellente naturale ottenuto dai
fiori pi comuni dei campi come la scarlina, il fiorrancio selvatico o la margherita diploide. Lessero per
esteso quella parola impronunciabile: para-diclorodifeniltricloroetano, che tutti pronunciavano
semplicemente ddt. Vagheggiarono le sfumature del verde di Parigi che, a dispetto del nome, non era
nient'altro che acetoarsenico di rame da utilizzare contro i pericolosissimi stadi acquatici della zanzara.
Le giornate riprendevano ad allungarsi e con l'estate nuvole d'insetti si abbatteranno sulla
popolazione col loro carico malarico, questo paventava il manuale intitolato Un fronte contro
l'epidemia, che specificava quali zone della regione sarebbero state interessate alla disinfestazione.
Quelle zone le chiamavano settori, erano suddivisioni dell'ampiezza di due chilometri quadrati
all'interno dei quali squadre assegnate dovevano svolgere la loro attivit capillare di disinfestazione.
Mimmu e Vincenzo chiesero, e ottennero, di far parte della stessa squadra. Partirono all'alba del 7
aprile 1950, erano dodici giorni che Vincenzo e Cecilia non si incontravano.
Se n'era appena andato un marzo piovoso incapace di portare tepore e l'aprile che segu pareva
altrettanto avaro. Una luce pretestuosa, appena pi fioca di quella della lampada sul comodino, indic
un altro giorno. Vincenzo nell'entrare in cucina si accorse che Marianna era gi in piedi da tempo e gli
aveva preparato sul tavolo latte caldo, pane e biscotti. E poi gli aveva preparato formaggio, salsicce e
vino da portar via. Lui entr senza dire niente e si sedette a consumare la colazione. Lei ruppe il
silenzio solo per chiedergli se volesse del caff, lui fece segno di no. E ricostru quel silenzio che lei
aveva appena rotto. Marianna in piedi stette a guardarlo, meravigliandosi ancora una volta
dell'incantevole benevolenza con cui il Creatore aveva disegnato quel nipote, figlio suo, anima sua. A
lui era stato offerto tutto e non aveva preteso niente, questo pens soffocata dalla commozione che
l'attanagliava quando era sola con lui. Vincenzo alz gli occhi dalla tazza e le sorrise improvvisamente
bambino, come rendendosi conto di quanto potesse definire apprendistato tutto quel tempo passato
nella casa che era stata di suo padre. Sicch, alla soglia dei trentaquattro anni, non poteva dire di avere
vissuto abbastanza da potersi dichiarare adulto. Quell'amore contrastato e oramai impossibile che lo
rimescolava come se fosse un ragazzino, per esempio; quell'essersi illuso di avere trovato la donna
della sua vita come si trova un quadrifoglio in un prato immenso, per esempio. Che cos'altro era tutto
questo se non percepire una maturit senza averla mai sperimentata veramente? Si disse che non sapeva
niente del mondo. Niente di niente. E si maledisse per aver accettato la vita vera solo da uomo fatto. S,
perch ora era l dove tutto era iniziato, ed era come se gli spettasse un tempo supplementare, un'altra
partenza.
Mimmu, oltre il portale del cortile, si segnal con un fischio leggero.
 Fallo entrare,  disse con cautela Marianna.  Cos si prende un caff caldo.
Vincenzo vuot la tazza, si asciug la bocca e afferr i pochi bagagli e il pacchetto col pranzo. 
 gi tardi,  rispose dirigendosi all'uscita.
Quando fu davanti alla porta, prima di stringere la maniglia si ferm. Marianna vide le sue
spalle che si arcuavano mentre aggiustava il respiro, come se l fuori lo aspettasse un impegno
gravosissimo.  Bae in bon'ora fizzu,  gli sussurr.
Vincenzo si volt solo per sorriderle, poi fece un gesto appena con la mano.
Per anzianit Vincenzo  stato nominato capo del suo gruppo. I territori assegnati alla sua
squadra insieme ad altre due sono Siniscola, Torp, Posada, Budoni. Nella sua storia privata quei nomi
risuonano familiari per sottrazione: sono i posti che la buona sorte gli ha evitato di attraversare tempo
prima, quando all'inizio della sua nuova vita procedeva a passi incerti verso casa. E ora ci torna, armato
di fumigatore e ddt. Tifo e Malaria sono amanti si dice, per questo nei paesi e nei villaggi, fin negli
ovili pi dispersi della campagna, lui e la sua squadra vengono accolti come salvatori, con gli onori che
si riservano agli eroi, agli angeli. Ma non c' tempo di rallegrarsi troppo: le popolazioni versano
esattamente in quelle condizioni estreme di cui hanno letto nei manuali ciclostilati che gli hanno
consegnato negli uffici di Noro. Con le cavallette era stato combattere faccia a faccia contro avversari
corazzati rumorosi voraci; ma con le zanzare bisogna mettere in conto l'invisibilit e lo spargimento di
sangue. Sicch nel primo caso si era trattato di vincere il numero con la volont, l'ingegno e la
resistenza, proprio come nel mezzo di un'arena dove si battono gladiatori urlanti; mentre ora, nel
silenzio dei complotti, pare di dover sorprendere il nemico prima che si riveli, come quando si
procedette all'eccidio degli Argivi.
Ovunque appaiano, i disinfestatori sono introdotti da nubi; avanzano impalpabili nel fumo, poi
diventano guerrieri che stanano i voraci anofeli e tracciano scritte sui muri, come l'Angelo del Signore
che segna col sangue dell'agnello le case dei probi e lascia che il flagello divino colpisca tutte le altre.
Si arriva fino al mare, dove i gigli infiorano la sabbia e gli oleandri saturano l'aria di un umore
mandorlato e pungente. Quelli sono spazi negletti, assegnati alle femmine nubili, perch sulla sabbia
non si pu coltivare n si pu pascolare null'altro che mucche, ma solo perch si rinfreschino sulla
battigia; n si pu bere l'acqua salata, n irrigarvi i campi seminati.
Ma anche l vale la pena di combattere il nemico invisibile, perch, per quanto inutili, quei
territori costieri possono diventare focolai pericolosissimi.
Vincenzo si  innamorato istantaneamente di quel mare, l'ha attraversato, poi l'ha osservato
dall'alto e ora pu toccarlo.
Due giorni fa si  spinto fino al sentiero tra gli oliveti in cui, anni prima, ha rischiato di essere
colpito dai pallettoni della doppietta di prete Virdis. E ha raggiunto lo spiazzo oltre la chiesetta di
Sant'Antimo dove piccole case si stringono in cerchio l'un l'altra come se ballassero. Con calma si 
avviato verso il retro delle abitazioni, dove pot lavare i suoi poveri panni e dove, in un mattino carico
di pioggia, seppell il vecchio cane del prete. E poi si  fermato davanti alla casa in cui abit egli stesso.
La porta ha ceduto esattamente come fece sotto le spinte del suo ospite anni prima. L dentro niente
sembrava cambiato, ancora invadeva lo spazio lo stesso identico odore, ancora l'angolo dove
sonnecchiava il vecchio cane era occupato dalla sedia in cui prete Virdis attese la sua partenza.
Fuori da quella casa Vincenzo era stato raggiunto dai suoi colleghi che chiedevano come mai si
fosse spinto cos in alto rispetto al loro settore, e che motivo ci fosse di disinfestare in uno spazio
decisamente pulito. Aveva risposto che lo sapeva lui perch, e che anche l si doveva disinfestare con
particolare cura.
Ma ora sulla spiaggia, nella prima domenica assolata d'aprile, si mette in disparte, mentre tutti
gli altri si liberano delle scarpe e si sollevano i pantaloni fino al ginocchio per toccare l'acqua.
Vincenzo ha sentito come un mancamento improvviso, un senso di soffocamento. Da solo,
come se niente fosse, cammina fino al punto in cui la spiaggia  ricoperta di alghe secche che si sono
accumulate tanto da superare un metro di altezza, tanto da impedire la vista del mare, e si lascia cadere
sulla sabbia.
Intorno a lui la primavera canta una canzone verde smeraldo. Pare impossibile che da quel
corpo meraviglioso di pietra e terra, di cardi in fiore e ginestre, di macchia oleosa, di mirti ricchi di
boccioli, di ginepri ritorti, si sia potuta propagare la febbre ronzante.
Come l'alito fiammante dei draghi di tutte le leggende, la malaria si  diffusa passando da
sangue a sangue in stille minuscole, impossibili da concepire. Bastano gocce invisibili a occhio nudo
per trasportare centinaia di plasmodi e immetterli nell'organismo. Allora si deve solo sperare nella
terzana benigna, perch alla sua sorella maligna non si sopravvive. Sono come Abele e Caino: una
buona e una cattiva. All'inizio pare che si scampi, uno dice a se stesso: guarda un po' vivo in una zona
infetta, ma il mio corpo ha avuto la meglio. Poi si cade nella febbre improvvisa e nell'atroce alternarsi
di caldo e freddo. Brividi e sudorazione a catena. Poi pi nulla per il tempo che occorre a sentirsi
ancora una volta scampati, sopravvissuti. Il secondo attacco dicono sia il peggiore, perch sopravviene
la certezza che non si  scampati come si credeva, e al dolore del corpo si associa quello dell'animo che
si scoraggia. Nei bambini questa fase produce il pianto a fronte di una salda resistenza con cui paiono
affrontare la malattia al suo manifestarsi.  pianto perch si credeva di aver vinto la guerra quando si
era vinta solamente una battaglia. Allora interviene la disperazione sottile, i denti si spaccano a furia di
battere e le lenzuola si bagnano per il sudore abbondantissimo. Dopo la seconda sosta, pi breve della
prima, si manifestano i dolori all'addome.  come essere trascinati in un dirupo, come precipitare ed
essere miracolosamente salvati da un ramo che poi a sua volta si sradica rimandandoci nell'abisso. 
vero che in molti casi si sviluppa immunit o semi-immunit, ma ci costa debolezza di reni e di
fegato.
Sapere tutto questo aiuta Vincenzo a capire perch mai sia necessario prendere le distanze e
concepire rispetto per tutta quella bellezza indescrivibile che lo circonda. E ancora una volta si d del
matto per non riuscire ad arginare i pensieri e le immagini che lo aggrediscono. Ecco, se mai fosse
necessario determinare fino a che punto la sua infanzia gli sia rimasta dentro, inespressa, o non del tutto
espressa, basta notare con quale sguardo osserva i cumuli morbidi di alghe marine che si sono formati
nel tratto estremo della spiaggia dove ha deciso di isolarsi per consumare la sua inquietudine. Quelle
colline soffici dicono siano il risultato di qualche burrasca che ha falciato le immense praterie
subacquee. Perch dentro ogni bellezza pare alberghi violenza e malattia, e pare che proprio quel
risvolto renda la bellezza cos meravigliosamente delicata, significante in s, non necessitante di alcuna
spiegazione. Da dove viene lui lo sguardo deve contenere una magnificenza grafica, tersa, aguzza, ma
qui  con i piedi scalzi immersi nella rena bianchissima, con i compagni di squadra che si attentano
persino a immergersi piano nell'acqua limpida come una fonte tra le rocce, che lo chiamano a provare
la scossa gelida  Vincenzo capisce che il suo sguardo non basta, perch questa  visione di minuzie,
ampollosa e sfumata, dimessa all'apparenza, ma febbrile nella sostanza.
Mimmu che gli arriva alle spalle lo fa sobbalzare:  Tranquillo,  lo canzona. Vincenzo scuote
la testa.  Vieni l insieme agli altri,  gli dice l'amico.  Se no pensano che sei innamorato, 
conclude.
Vincenzo lo guarda, poi gli tira un pugno di sabbia che l'altro scansa ridendo.  Che giorno ? 
chiede.
A Mimmu si spegne la risata in faccia. Si siede, lo guarda:  Lo sai che giorno ,  risponde
secco.  E adesso fammi il favore di cambiare discorso.
  il giorno che Cecilia si sposa,  s'intestardisce Vincenzo.
 Appunto . Il tono di Mimmu vorrebbe essere aggressivo. Passa qualche istante di silenzio. 
Perch la dici questa cosa?  chiede all'improvviso sinceramente sconcertato. Vincenzo lo guarda
senza rispondere.  Che senso ha dire questa cosa, pronunciarla a voce alta?
 Che cosa?
 Quello che hai detto... Che cosa cambia se lo dici?
 Cambia che vuol dire che  successo davvero.
 No,  fa quell'altro.  Cambia che quando si dice  pi brutto . Timidamente allunga una
mano per toccargli la spalla. Vincenzo stringe le labbra.
Pi in l gli altri componenti della squadra hanno improvvisato un bivacco.
Mimmu si alza in piedi:  Andiamo,  ordina.
Vincenzo lo guarda soffiandosi via il ciuffo nero che gli  scivolato sul viso:  Arrivo, arrivo .
Prende tempo.
Due mesi dopo,  giugno inoltrato, Vincenzo ritorna finalmente a casa. Non ha mai preso un
permesso, si  limitato a mandare i saluti e gli abiti da lavare al nonno e alla zia tramite quelli della sua
squadra che, al contrario, a casa ci tornavano almeno una volta alla settimana. In cambio di quei saluti
Marianna restituiva cibo, abiti puliti e occhiate apprensive.
Quando entra in cortile vi trova Michele Angelo, Marianna non c',  andata all'altra casa. Si
guardano, poi si dicono che sta arrivando il caldo come si fa quando si vuole riempire il silenzio. Lui e
il nonno hanno in comune il fatto di non avere bisogno di ribadire quanto  chiaro da sempre.
Potrebbero anche non salutarsi, potrebbero persino non vedersi per anni, ma questo significherebbe
poco, perch tra loro tutto quello che c'era da dire  stato detto.
 Pensavo di vendere...  sussurra il vecchio a un certo punto. Col tono esatto di chi sta
riprendendo un discorso interrotto un minuto prima.
 Vendere cosa?  chiede Vincenzo, anche se conosce benissimo la risposta.
 Tutto,  risponde Michele Angelo.  C' tanta di quella roba l dentro...  aggiunge
indicando l'officina con un movimento della testa.
 E perch volete vendere?  lo provoca Vincenzo.
Michele Angelo non risponde, ha in mente solo che ha lasciato trascorrere troppo tempo prima
di affrontare il tema del passaggio di consegne, e anche che, con ogni evidenza, al nipote di riprendere
in mano l'azienda di famiglia non interessa affatto.  Lo sapevo che tornavi, l'ho detto a Marianna che
ritornavi . Vincenzo aspetta che prosegua.   andata a casa sua per pulire. Era preoccupata che non
tornavi pi. Lo sapevo che non te ne andavi,  aggiunge, ma anzich proseguire si chiude in silenzio.
 Sono qui,  si limita a dire Vincenzo andandosi a sedere proprio affianco al nonno.
 Hai fame? Hai bisogno di lavarti?
 S, c' tempo... Mi piace stare seduto qui,  gli scappa mentre fissa gli assurdi arzigogoli del
gelsomino selvatico.
Michele Angelo guarda nella stessa direzione, la pianta flette la cima di un ramo come se
sapesse di essere osservata:  Viene da chiedersi se questo  il modo in cui il creato risponde alla nostra
presunzione,  commenta. Vincenzo sorride appena.  Hai spaventato a tua zia,  sussurra il vecchio. 
Pensava che non volessi tornare pi... Dopo quello che  successo...
 Successo? Che cosa  successo?
 Come...  chiede Michele Angelo.  Non lo sai?  Vincenzo scuote la testa.  Il matrimonio,
 specifica suo nonno.  Quella che ti piaceva...
 Cecilia?  domanda Vincenzo in ansia.
 Eh, lei: dice che all'ultimo momento ha sconciato tutto... Per questo tua zia s'era convinta
che foste scappati insieme. Ma io lo sapevo che tornavi.
Sconciato tutto significa esattamente che Cecilia Devoto ha abbandonato Nicola Serra-Pintus
all'altare. Ma non per finta, o per modo di dire. L'ha fatto per davvero.  arrivata davanti al prete,
bellissima e minuta con l'abito bianco comprato a Cagliari che sembrava una sposa dei rotocalchi. Ha
attraversato la navata al braccio del padre Fausto, tutto elegante. Indossava un velo di tulle ampio e
rotondo che teneva nel braccio sinistro perch non l'intralciasse mentre camminava e che le faceva una
nube compatta sulle spalle. Se si dovesse dar retta alle immagini si sarebbe detto che gi in quel velo
che diventa un fardello c'era scritto tutto. Cos dicono che sia arrivata ansimante a passi decisi, col
padre che quasi arranca dietro di lei per raggiungere Nicola all'altare. Anche lui per un istante le 
parso un marito possibile, curato in tutto, con i capelli abbondanti sconfitti dalla brillantina e il
doppiopetto grigio ferro con le spalle rinforzate. Vestito da uomo sembrava pi bambino.  esattamente
la stessa domenica d'aprile in cui Vincenzo ha sentito la fitta violentissima, la necessit di scappare.
Quando  caduto a sedere nella porzione di spiaggia in cui si sono accumulate montagne d'alghe
marroni. La domenica mattina in cui Marianna si  spinta fino alla via principale per vedere il
passaggio del corteo e si  segnata, ringraziando che quel pericolo era passato.
A Nicola pintu e lintu davanti all'altare Cecilia ha riservato l'unico sguardo innamorato che gli
avesse mai fatto. Non si  tolta nemmeno il lembo di velo dalla faccia, eppure lui ha potuto osservarla
con chiarezza e si  potuto spaventare.
 esattamente quella domenica in cui Mimmu, raggiungendo Vincenzo alla fine della spiaggia,
ha compreso dentro a quanta rassegnazione si pu nascondere la sofferenza. Proprio quando Marianna
si  accorta che alla vicina di casa degli sposi, che ha aspettato come lei il passaggio del corteo, non si 
rotto il piatto augurale colmo di grano e dolci che pure ha lanciato con tutte le sue forze contro il
selciato. Quel piatto  rimasto intatto e si  frantumato solo al terzo o quarto tentativo, tanto che il
corteo ha dovuto fare una sosta, e tutto l'orgoglio beneaugurante della buona vicina alla fine si 
trasformato in un pianto di impotenza e vergogna.
Senza troppi giri di parole la sposa si  voltata verso il padre, dando le spalle allo sposo. E ha
cercato le parole, capendo che se non avesse approfittato di quel momento di disorientamento, di
quell'istante irrelato, non sarebbe mai riuscita a fare quello che stava per fare.
 la prima domenica di sole in quella primavera che tarda ad arrivare, esattamente quando
Marianna, aprendo le finestre di casa per dare aria, ha ringraziato la buona sorte che ha benedetto col
bel tempo quella giornata.  la domenica in cui le truppe degli angeli guerrieri fanno una sosta e senza
saperlo rendono grazie per quella meraviglia che stanno contribuendo a rendere abitabile. Proprio
quando Michele Angelo, frugandosi nella tasca sinistra della giacca leggera, ritrova le chiavi
dell'officina che credeva fossero da un'altra parte. Quella domenica in cui Marianna  corsa alla sua
casa, pulita, intatta e l'ha messa sottosopra per lavare le tende, le mantovane e tutti gli asciugamani del
corredo che nessuno ha mai usato.
A quel punto Cecilia si  levata con stizza il velo dalla faccia e ha guardato il padre, gli ha detto
quello che si era preparata a dire: che si ritiene una brava figlia; che lo ama come padre tanto quanto
basta per farle desiderare di morire piuttosto che dirgli quello che sta per dirgli; che l'ha sempre
obbedito in tutto. In tutto, ma questa volta no. Che andarsene per non sposare un uomo che sa di non
poter amare sar la sua prima disobbedienza.
Il padre l'ha squadrata come dovesse ricordarsela per bene e le ha detto:  Avresti preferito
morire piuttosto che darmi un dispiacere? Bene, il dispiacere me l'hai dato, e grande. Tu per me sei
morta.
Il suo proprio luogo
Il primo bacio vero Cecilia e Vincenzo se lo diedero in pieno giorno. Era una mattina
caldissima di luglio. Lui l'aveva cercata inutilmente finch lei decise di farsi trovare.
Quando si arriva all'incontro della mattina di luglio  solo perch Cecilia si  fermata a fare
compere in un negozio non distante da casa Chironi proprio nel momento in cui sa che l davanti ci
passer Vincenzo. E sa che appena lui la vedr tirer dritto come se non l'avesse notata, giurando che
non ceder, e poi, trascorso qualche secondo, torner indietro maledicendosi per aver disatteso il suo
stesso giuramento. E allora lei, uscita dal negozio, l'aspetta poco fuori dalla vetrina. Lo vede tornare
indietro, cos s'incammina fino a passargli accanto. Lo guarda con la coda dell'occhio e fa per tirare
dritta, lasciando che lui esasperato la trattenga per un braccio. Tutto cos: plateale, alla luce del sole,
poco distante da casa di Vincenzo e con la padrona del negozio che li guarda dall'interno. Insomma lei
si lascia fermare, lui la guarda fingendo una rabbia che non ha ma che dovrebbe avere. Perch, in
effetti,  solo euforico. Gli  bastato toccarla, gli  bastato che si sia fatta toccare, e tutto quello che
aveva spergiurato di dirle gi non se lo ricorda pi. Ma, pur confuso, non si lascia andare. Lei non ha
fatto nulla, si  solo fermata, e lo guarda.
 Che hai fatto?  le chiede lui. Non  una domanda vera, non ha neanche la parvenza di
quell'effetto che dentro alla sua testa pensava dovesse avere. Niente distaccata autorevolezza, niente
virile distanza. Cecilia aggrotta le sopracciglia come se non avesse capito quella domanda che pure 
elementare. Se  possibile si  fatta pi bella. Il suo viso  un alternarsi armonico, perfetto, di chiari e
scuri, di capelli corvini e fronte luminosa, di sopracciglia come disegnate a mano e occhi grigi, di ovale
assoluto e splendente e labbra quasi viola. Come si fa? Come si pu? Se non fosse che ha combattuto
contro i flagelli biblici uscendone vincitore, ora  in questo esatto istante  Vincenzo la bacerebbe. E
lei si lascerebbe baciare. Ha addosso un abito color vinaccia a maniche corte con una gonna plissettata
e svasata lunga quasi sino alle caviglie. Ha un paio di scarpini sottili, poco pi che babbucce. Ha i
capelli fermati sulle tempie da due pettini in osso che per il resto ricadono liberi sulla schiena. Se
ragionasse, Vincenzo capirebbe che non pu essersi preparata in quel modo solo per uscire a fare
compere. Se ragionasse. Ma non ragiona. Colto da un nervosismo furioso comincia a chiudersi i bottoni
della camicia che erano rimasti aperti sul collo, poi non sapendo pi dove mettere le mani se le caccia
in tasca.  Dove sei stata?  ritenta, ma la voce questa volta  peggio di prima; esce come se avesse un
fischietto in gola.
 A Roma,  dice lei.  Sono stata a Roma per un corso. Ho degli zii da quelle parti.
 Un corso,  ripete lui.
 S,  ribadisce lei.  Puericultrice . Poi tace, lo sa che quella parola cos nel nulla lo metter
in difficolt e non ha nessuna intenzione di rinunciare al suo vantaggio.  Un corso per lavorare con i
bambini,  spiega quando  passato abbastanza tempo.  Inizio a lavorare il primo settembre all'onmi.
 All'asilo?  chiede lui.
 All'asilo,  fa lei accennando con la testa.
Silenzio. Dovrebbe essere arrivato il momento di congedarsi. Ma non succede niente.
Tutto intorno comincia a materializzarsi il frinire delle cicale: il vibrare assordante dei timballi
indica a Vincenzo che il mondo esiste ed  una stanza accogliente da cui lui deve fare in modo che
Cecilia non esca.  Tutto questo tempo senza mai cercarmi,  lamenta lui, ora ha il tono giusto.
 E perch?  chiede lei.  Quello che ho fatto l'ho fatto per me, mica per te,  completa
guardandolo.
Cos, solo a quel punto, lui l'afferra per le spalle e la bacia quasi volesse mangiarsela. La tiene
stretta come se tentasse di appiccicarsela addosso per sempre, ma non avrebbe bisogno di nessuna
forza, perch lei non ha la minima intenzione di scappare.
 pieno giorno,  luglio, fa caldo.
Quel bacio dato in pubblico, alla luce del sole, arriva in un baleno dentro al cortile dei Chironi.
Marianna, informata da vicine solerti, quasi ne muore: ecco ritornare un male che pareva scansato,
pensa. Eppure le stesse pie donne che con finto pudore sono corse a raccontarle della faccenda nei
minimi particolari, di come si siano abbracciati tanto da non suscitare dubbi sul fatto che non si trattava
di atti di cortesia, si dichiarano sue sorelle. Insomma, dice una, grande e grossa come sono non ho mai
visto niente del genere, scusa se te lo dico. Ora capisco lui, dice l'altra, i maschi si sa come sono fatti,
ma lei... E sospende perch sa che chiunque fra loro sta completando quella frase come dev'essere
completata. Le versioni pi accreditate sono che lei, Cecilia Devoto, dopo aver preso in giro il povero
fidanzato ufficiale, ha messo gli occhi addosso al povero nipote della loro cara amica Marianna. Loro
da sorelle non potevano certo sottrarsi alla necessit di raccontare ogni cosa prima che lei lo venisse a
sapere da estranei, perch la notizia stava girando dappertutto ed era impossibile arginarla. Marianna
ascolta col volto dimesso ma non arrendevole di santa Cecilia, la quale fece voto di castit perpetuo e
convinse il marito a rispettarla fino alla morte nella sua illibatezza. Ma questa Cecilia, cagliaritana,
tutto l'opposto, lei era di quelle che ai maschi faceva girare la testa, e i maschi si sa come sono fatti.
Senza contare il fatto che, dopo la vergogna del matrimonio saltato, l'avevano mandata in Continente
da parenti. In Continente? A Roma per la precisione, dove c' un fratello della mamma. Comunque
sono i tempi che sono, ormai i giovani hanno perso quel senso del pudore che invece aveva
contraddistinto la loro educazione. Marianna lo sapeva bene, era stata una donna importante eppure
discretissima e aveva sopportato con immensa pazienza prove durissime. Un marito e una figlia persi in
quel modo, ammazzati come bestie cos davanti a lei. Eh... c' da impazzire proprio. E ora che anche
per lei stava arrivando un po' di pace ecco che si ricomincia con questo nipote.
Che i tempi stanno cambiando molto rapidamente non c' dubbio. La citt sta mutando assetto
con la velocit di un respiro. La libert si presenta da subito come un privilegio che bisogna potersi
permettere: dalle parrocchie in bidda nel '48 sono arrivate valanghe di voti per la Democrazia cristiana,
ma dalle campagne stanno alzando la cresta i comunisti. I muri tappezzati di scudi crociati che a loro
volta vengono ricoperti da falci e martelli, che a loro volta vengo ricoperti da scudi crociati e cos via,
raccontano di tensioni politiche esibite senza convinzione. La giovent di fame e sacrifici non ne vuol
sentire parlare, e come si pu dargli torto. Vogliono vivere i tempi nuovi, sentirsi anche loro dentro al
corpo di una nazione, ma si sono fatti i conti senza l'oste perch non si sono chiesti se anche questa
nazione avesse voglia di sentirsi dentro al loro corpo. Ogni passaggio deve considerare imbarazzo e
coraggio. L'imbarazzo  dei vecchi, il coraggio  dei giovani. Ora per esempio si dice che Cecilia
Devoto vogliano metterla a lavorare come un maschio qualunque. Perch il deprezzamento vero e
proprio, per quel senato di donne in imbarazzo, non sta tanto nel fatto di lavorare  loro stesse hanno
lavorato come muli  quanto nel rinunciare al proprio status di femmina. Come far a comandare fuori
dalla sua cucina? A chi affider le sorti della famiglia, della casa, del patrimonio, mentre lavora? Nel
loro universo regna il paradosso, perch sono state educate a comandare solo a patto d'essere schiave.
Questi tempi di donne che fanno i maschi e di baci pubblici, ma anche di braccia scoperte e pantaloni,
saranno pure moderni, saranno pure tempi continentali, ma disorientano. Non abbattono certo, ci vuole
ben altro... Eppure una certa ansia Marianna la sente, perch va bene parlare delle cose in generale, ma
quando quelle cose in generale si riferiscono a qualcosa di particolare che colpisce la tua famiglia,
allora, insomma, non sembrano pi cos lontane da poterne parlare con disinvoltura. Le pie donne
questo lo sanno bene, e infatti badano a dire che bisogna considerare una serie di faccende
fondamentali: lei non  del posto,  stata educata chiss come, alla moda del Capo di Sotto, dove si sa
che a certe cose non ci tengono; e anche lui, per quanto, per carit, non si possa negare che  Chironi
tutto, dalla punta dei capelli alla punta degli alluci,  cresciuto come  cresciuto, lontano. Tutto quel
commentare per Marianna  un brusio indistinto, una confusione di suoni come quando un'orchestra sta
accordando gli strumenti. Lei ha in testa la calenzuola di Suor Angelica:
Ecco, questa  calenzola
col latticcio che ne cola
le bagnate l'enfiagione;
e, con questa, una pozione...
Mentre le pie donne specificano che quel viaggio in Continente di Cecilia Devoto  sospetto in
tutto e per tutto, ma che adesso lei si fa vedere in giro come se niente fosse; come se lo scandalo che ha
generato non la riguardasse in nulla. E Nicola Serra-Pintus? Eh, quelli, quasi parenti, Marianna li
dovrebbe conoscere bene, e sapere che su quelli non c' da contarci, visto come l'hanno trattata dopo la
tragedia di suo marito e di sua figlia...
Dite a sorella Chiara
che sar molto amara
ma che le far bene...
E il discorso si  spostato sulle sofferenze che bisogna subire in questa valle di lacrime: loro
stesse che ne parlano sono segnate da stigmate profondissime di mariti morti, figli scomparsi, case
cadute. L'unica felicit che riescono a concepire  questo riunirsi per raccontarsi un mondo come
dovrebbe essere, non com'. E s'immaginano un destino serio, affidabile, non certo il pagliaccio
infantile che  stato finora, dando e togliendo a capriccio. Loro s'immaginano una pace fatta di nulla.
Non vogliono niente pi di quanto gli occorra. Di questo stanno parlando, di quanto poco serva per
essere felici: la salute, preferibilmente quella dei figli, il cibo in tavola tutti i giorni... Hanno
sintetizzato in questo modo anni e anni di riflessioni. Hanno sentito la Storia sfiorargli appena la
schiena senza nemmeno chiedersi quanto fosse stata maligna nel negarsi o benigna nel risparmiarsi. Ma
Marianna no. Lei ha solo quel bacio in mente. Quelle pie donne, commedianti dello stupore, la
guardano come se non sapessero che cosa affligge l'amica. Che succede Mari? le chiedono. Lei non
risponde, le guarda sorpresa, fa solo un gesto con la testa per dimostrare che anche lei ha imparato a
recitare il loro stesso stupore.
E le direte ancora
che punture di vespe
sono piccole pene...
Cos bisogna fare i conti con una pace che pace non . Perch si diceva che la fine della guerra
si chiamava pace. E invece i tempi nuovi, in quello spazio estremo, erano, se possibile, pi turbolenti
degli anni del conflitto. Ora ci si baciava per strada, le distanze aumentavano perch i nonni
guardavano nipoti senza padri e le madri corrispondevano a vedove in maniera esatta. Per Marianna la
benedizione di quel nipote ritrovato si stava trasformando nella maledizione della vita che se lo
prendeva...
... e che non si lamenti,
ch a lamentarsi crescono i tormenti.
Con lo stipendio della Campagna antimalarica Vincenzo si compr il Guzzi 500 Falcone. Il
fatto che non sapesse guidarlo gli sembr, al momento, ininfluente: Mimmu gliel'avrebbe insegnato.
Quel gesto dispendioso e gratuito insieme non credeva che l'avrebbe mai fatto. Neanche in quei
momenti fantasiosi della sua infanzia  quando la febbre delle prospettive non lo lasciava riposare e la
sua testa se ne andava a pescare ipotesi chiss dove  aveva pensato di potersi comprare qualcosa di
tanto inutile. Cos, mentre osservava Mimmu che faceva un giro di prova, si sent improvvisamente a
casa, come non gli era mai capitato fino a quel momento. Era innamorato, aveva un tetto, un cognome,
affetti. Tutto quanto era stato sottratto gli veniva, ora, restituito.
Ma, arrivato alla casa vera e propria, della moto non parl per non impensierire ulteriormente la
zia Marianna. Poi, quando si sedette a tavola, non riusc a non fare almeno una rivelazione.
 Mi hanno chiesto se mi voglio candidare per le comunali,  disse a bruciapelo mentre tagliava
un pezzo di pane.
 Ah, e chi?  fece Michele Angelo senza muovere un muscolo. Marianna cominci a entrare in
apprensione...
 Li conoscete,  rispose Vincenzo.
Michele Angelo pos il cucchiaio.  Fai come credi,  disse.  Io per conto mio dalla politica ho
sempre cercato di tenermi lontano.
 Lo so,  replic il giovane, ma senza alcuna ironia.  Lo so come la pensate, comunque non
ho detto n s n no.
 Che dal loro punto di vista  gi una risposta,  assest Michele Angelo.  Non  questo la
politica?
 Ecco,  intervenne Marianna.
 Ho gi capito,  si rabbui Vincenzo.
 E che cosa hai capito?  chiese Michele Angelo.
 Che la cosa non vi fa contento.
A Michele Angelo scapp una leggera risata.  Vediamo...  disse sporgendosi verso il nipote.
 L'ultima volta che sono stato veramente contento  quando sei entrato da quella porta. Io per me sono
a posto. Ti vuoi candidare? Liberissimo. Poi per non venire a dirmi che la politica  una cosa sporca...
Ma l'hai capito con che gente hai a che fare? Qui la politica non si fa per il bene di tutti, qui siamo tutti
poveracci e ognuno si occupa solo dei propri interessi. Siamo egoisti, figlio mio. Siamo poveracci
egoisti,  ripet.
 Be', questo lo so bene. Specialmente ora che partono le gare d'appalto.  anche di quello che
vi volevo parlare . Vincenzo sospese, attendendo che Michele Angelo si accomodasse con la schiena
sulla sedia.  Voi lo sapete no che hanno lottizzato tutta la zona sopra Istirtta?  Michele Angelo fece
segno di no, Marianna di s convintamente.  Case popolari fino al Nuraghe,  chiar Vincenzo. Sul
viso di Michele Angelo si disegn una smorfia di stupore.  Ma la cosa pi importante  che hanno
liberato il terreno e finanziato la costruzione della nuova chiesa delle Grazie, la fanno davanti al
palazzo degli impiegati al Ponte di Ferro, dietro a quella vecchia.
 S, s, lo so dov' il Ponte di Ferro. E allora?
 E allora quell'appalto, quello della chiesa in particolare, vale parecchi milioni.
Marianna sussult alla parola milioni.
 S, s... e allora?  ribad Michele Angelo, ma come qualcuno che sa bene dove sta andando a
parare.
 E allora tra quattro mesi iniziano gli sbancamenti, e tra tre mesi ci sono le comunali.
 Ah,  fece Michele Angelo.
 Eh,  sospir Marianna.
 Cos mi hanno chiesto se fossi interessato a candidarmi,  arrotonda Vincenzo come se ci
fosse bisogno di specificare ulteriormente la situazione.  E io mi sono chiesto se fosse il caso di
accettare o meno, anche considerato che dopo gli sbancamenti iniziano le opere morte.
Michele Angelo si drizz a sedere come se fosse un pupazzo a molla.
Marianna li guard preoccupata:  Che succede?  domand.
 Niente,  tagli Michele Angelo.  Ci siamo capiti io e lui.
 Che cosa ci vuole per i pilastri, zia?  le chiese Vincenzo.  Ferro ci vuole!
 Ferro,  ripet Michele Angelo.  Ferro.
I tre dischenti che spostarono dall'ingresso dell'officina le piante di limone si chiamavano
Paddeu Erminio, Bosa Bartolomeo e Tanchis Giuseppe. Michele Angelo li avrebbe ricordati cos,
cognome e nome, fino alla morte. Con appena un soffio di vita in corpo, se gli aveste chiesto il nome
dei tre ragazzi che spostarono le piante di limone dall'ingresso dell'officina lui avrebbe potuto dirli
esatti, senza tentennamenti, per cognome e nome come a scuola, come nell'esercito. Gli interessati non
sapevano del loro eroismo, non sapevano nemmeno di costituire il punto focale di una vicenda che
ricominciava. Erano nati quando l'officina era gi chiusa, ma ora la riaprivano, passando silenziosi
dentro all'epopea discreta dei Chironi, maestri del ferro.
Si dovettero fare modifiche e spostamenti, comprare macchinari nuovi, liberare parte del cortile
perch fosse agevole muovercisi all'interno. In questo mondo fatto di rinunce a Marianna non cost
molto doversi liberare di qualche pianta. Perch sentiva intimamente che bisognava scostarsi e far
passare la vita che stava ritornando dentro alla sua casa, anche attraverso lavori interni: si
ristrutturarono completamente i bagni, e, in cucina, fecero la loro comparsa il forno a gas e il
frigorifero.
Vincenzo e Cecilia continuarono a frequentarsi come si conviene a due innamorati discreti,
cercando di non andare mai oltre i baci. E discreto fu il modo in cui Michele Angelo, capendo il
sacrificio frustrante del nipote, una sera gli consegn le chiavi dell'altra casa all'insaputa della figlia
Marianna.
S, certo che lo spavent quel gesto: al di l di quello che fosse realmente il suo significato
Vincenzo l'intese come un lascito. E come un'implorazione, perch dagli occhi di suo nonno pareva
scaturire una richiesta non fatta: gli porgeva le chiavi e gli chiedeva di dare un senso a quel miracolo
che era stato il suo ritorno a casa. Perci guard il vecchio come se non potesse prendere una decisione.
 Tieni,  lo incoraggi Michele Angelo.
 Non so,  tentenn Vincenzo.
 Tieni,  incalz l'altro.  Se mi scopre tua zia, fatta a figlia, mi ammazza con le sue mani.
Siate rispettosi.
Alla fine Vincenzo le prese non senza imbarazzo. Ma le prese.
Tutto stava ricominciando, pens Michele Angelo, e allora che ricominciasse davvero. Dentro
all'officina i tre dischenti: Paddeu Erminio, Bosa Bartolomeo e Tanchis Giuseppe, appena assunti,
stavano ripulendo e sistemando i macchinari nuovi. E alle prossime elezioni Vincenzo Chironi, figlio di
Luigi Ippolito Chironi, eroe del Carso, sarebbe diventato consigliere comunale, se non addirittura
assessore, per il Partito comunista. Perci, pens il vecchio alla fine consegnandogli le chiavi di via
Deffenu, ha diritto a capire cosa significhi amare veramente.  Se fai quel passo l non potrai tornare
indietro,  disse al nipote.
Vincenzo guard il mazzo di chiavi.  Lo so,  rispose.  Lo so.
Perci la prima volta che Cecilia e Vincenzo fecero l'amore fu come quando un contadino, o il
pastore, guarda il cielo per capire se piove: deve far ricorso a quanto ha capito nello svolgersi della sua
vita e fidarsi solo di ci che sente. Cosicch la direzione del vento, l'altezza e la posizione delle nubi, il
colore dell'aria, dicono cose che sente solo chi ha le orecchie buone, lo sguardo allenato, la mente
sveglia.
And cos: dopo un altro bacio ancora, lui le disse che, volendo, potevano andare alla casa di
via Deffenu. E come un contadino, o un pastore sapiente, lo disse fingendo di buttarla l. Lei lo guard
quasi non capisse dove voleva arrivare, perch non c' sapienza maschile che possa sfidare quanto le
donne sanno per genetica. Era rossa in volto e sul collo, ma fece la faccia sorpresa come a chiedere: e a
farci che, nella casa in via Deffenu? Poi vedendo che lui taceva gli porse la mano come si fa verso chi
sta per annegare:  Sono sempre stata curiosa di vederla, la casa di via Deffenu...  sussurr.
Come la prese non avrebbe saputo dirlo. Era un uomo fatto con gesti da ragazzino e goffaggini
che lei trovava irresistibili. Entrarono e gi nell'ingresso austero razionalista, non fece in tempo a
posare le chiavi sul mobile in radica ed ebano quando comprese che se non la baciava sarebbe morto.
Cos la baci, e lei intese perfettamente la qualit nuova, pi spinta di quel bacio, come se ci fosse un
dopo. Perci all'inizio fu attraversata da un turbamento vicino al panico, impietrita dalla coscienza che
si era arrivati al dunque. Eppure neanche per un secondo ebbe timore di trovarsi in mare aperto, perch
fra le braccia dell'uomo che amava capiva di poter arrivare dovunque senza paura. No, aveva paura di
se stessa e del fatto che una volta accaduto ci che stava per accadere non avrebbe pi potuto rinunciare
a quell'uomo nemmeno nella pi lontana delle ipotesi. Questo pensiero la faceva stare bene e male
insieme, la faceva sentire forte e fragile insieme. Ora che lui pareva prendere l'iniziativa con pi
vigore, lei lasciava fare per dedizione, ma anche per riconoscenza: due sentimenti che vengono prima,
come le damigelle che annunciano la sposa e sono solo il principio di quella complicazione impossibile
che  l'amore. Quando Vincenzo le afferr il seno come non aveva mai potuto fare si sent
improvvisamente bellissima. Quando mai avesse dovuto ricordare quel preciso istante, era sicura che
nessuna sensazione di s avrebbe potuto essere pi imperiosa. E che fosse bellissima glielo diceva il
respiro di lui, l'alito caldo, dolce, come di miele e mosto, che scaturiva dalle sue labbra socchiuse. E
che fosse bellissima lo dicevano i brividi che lo attraversavano, alto e sottile com'era.
Lui prov a fingere di sussurrare qualcosa, come se ci fossero parole per esprimere quello che
provava. La sent pi arrendevole di quanto fosse mai stata e la vide pensierosa ma docile. Come se
avesse capito, e accettato, che nel gioco delle parti ora era arrivato il suo momento. E, anche se non
sapeva esattamente quale fosse questa sua parte, si lasci condurre dall'istinto avanzando con lentezza
perch lei non si sentisse in nessun modo aggredita. La camera da letto in cui si tolsero gli abiti era
quella dove Biagio Serra-Pintus e Marianna Chironi avevano generato Mercede, che aveva preso il
nome dalla nonna ma che tutti chiamavano Dina. Forse persino le lenzuola, religiosamente curate in
tutti questi anni, erano le stesse. Ebbene, fu l che Cecilia Devoto perse la verginit e, in un certo qual
modo, la perse anche Vincenzo Chironi.
Generarono, ma non lo sapevano.
Si assopirono abbracciati, fin quando un tramestio all'ingresso non li svegli completamente.
Vincenzo scatt a sedere cos com'era, guardandosi intorno per cercare qualcosa da mettersi addosso.
Quando Marianna comparve davanti alla porta della camera si accorse di essere completamente nudo.
La zia assunse lo stesso sguardo che l'arcangelo Michele doveva avere avuto quando fu
mandato nell'Eden a chiedere conto della mela mancante. Cecilia sostenne quello sguardo esattamente
come doveva aver fatto Eva millenni prima. Non c'era altro da fare, Vincenzo si copr i genitali con le
mani.
 Non perdete tempo a rimettere a posto,  disse semplicemente Marianna. Poi volt le spalle e
se ne and.
A casa non disse una parola nemmeno a Michele Angelo. Poi quando, qualche ora dopo,
Vincenzo rientr, gli parl come se niente fosse successo. Durante la cena si discusse di faccende
inerenti la campagna elettorale e il fatto che ormai tutti chiedevano voti per tutti, che la faccenda era
appena iniziata e gi non se ne poteva pi. A Vincenzo scapp detto che senza dubbio per lei, per sua
zia, si stava meglio quando si stava peggio. Ma lei ancora una volta, rispondendo come se non
accusasse alcun colpo, replic che in tutta evidenza lui, suo nipote, non aveva capito quanto lei aveva
detto. Michele Angelo comprese l'arcano di quella calma troppo apparente col ritardo che spetta ai
mariti cornuti. Cos guard interrogativo Vincenzo senza farsi notare e Vincenzo rispose con un'alzata
di sopracciglia che s, che aveva capito bene. E l'altro aveva risposto con un'alzata di spalle come a
dire: benedetta donna; che voleva dire: non le si pu nascondere niente. Marianna fece finta di non
vedere quel dialogo muto, ma faticava a reggere il nervosismo, cos se la prese con qualcuno che aveva
distrutto le piante di basilico passandoci sopra con gli scarponi mentre usciva dall'officina. Finita la
cena Vincenzo disse che sarebbe andato a letto.
 Non esci stasera?  domand Marianna.
 No... non esco, sono stanco,  rispose Vincenzo facendo un certo sforzo per mantenere il
controllo.
 Lo credo bene,  replic lei senza cedere di un passo.
 S,  conferm l'altro. E si avvi verso la sua camera.
Marianna, insospettabilmente, lo segu lungo il corridoio.  Quando vi sposate?  chiese prima
che lui potesse sparire in camera sua.
Vincenzo si volt:  Scusa,  disse.
 E di che?  si schern lei, ma con un certo dolore sotteso.  Quella casa era comunque tua.
 No che non  mia. Avremmo dovuto chiederti il permesso.
 Lo sapeva tuo nonno,  chiuse lei.  Quando vi sposate?  domand ancora.
 Presto,  assicur Vincenzo. Marianna si blocc a guardarlo come se volesse tenere a mente
per sempre quel momento e quella risposta. Poi volt le spalle per ritornare in cucina.
Nei mesi che seguirono Vincenzo Chironi perse il seggio al Consiglio comunale per
quarantasette voti, ma pot entrarvi Mimmu. Si disse che nella mancata elezione avevano contato in
ugual misura il fatto che quel Chironi l fosse sentito dai nuoresi ancora come continentale e il fatto che
i Serra-Pintus gli avevano messo i bastoni tra le ruote per via di Cecilia Devoto e lo scorno del
matrimonio saltato col loro congiunto. Ma le cose, con ogni probabilit, andarono diversamente, perch
i ben informati dicevano che i comunisti, minoranza consistente, gi prima della vittoria certa della
Democrazia cristiana avevano concordato i seggi e preteso un tornaconto. Una fetta negli appalti che
pullulavano nel nuovo corso edilizio della citt era il tornaconto, qualche seggio in meno era il prezzo.
A Vincenzo, per cos dire, sfilarono la sedia sotto il culo, ma assicurarono l'appalto della chiesa nuova
da costruire.
Nel frattempo lui aveva imparato a guidare la moto.
L'officina dei Chironi fu resa febbrile dalla produzione dei tondini di ferro  presagomati, e non
 che occorrevano per le fondamenta della chiesa. Quel cortile improvvisamente tanto trafficato faceva
impazzire Marianna ma, allo stesso tempo, la entusiasmava. E l'entusiasmo era accresciuto dal fatto
che Vincenzo aveva mantenuto fede alla parola data e pareva stesse impegnandosi davvero per
organizzare un matrimonio in tempi brevi.
Ci che Marianna ignorava era che quel matrimonio fosse tutt'altro che scontato. Non certo per
volont degli sposi e dei loro parenti, quanto per l'impuntatura del parroco del Rosario che aveva
saputo qualcosa che sia Vincenzo sia Cecilia avevano tenuto nascosto a tutti: che la ragazza fosse
incinta. Infatti non lo sapeva quasi nessuno, ma quel quasi era stato fatale.
Quando i due si erano presentati come se niente fosse al cospetto del parroco, don Corrine,
questi aveva aggredito verbalmente la ragazza. E Vincenzo a sua volta aveva aggredito lui, non
verbalmente. Tutto qui. Ora si trattava di capire se era possibile aggirare l'ostacolo rivolgendosi a un
altro prete o, addirittura, rinunciare al matrimonio religioso, cosa che se non sembrava problematica per
lo sposo, era invece temutissima dalla sposa. L'unica certezza era che in tutta Noro sarebbe diventato
difficilissimo trovare un prete disponibile a sposarli. E questo nonostante fosse proprio quel Chironi a
fornire il ferro lavorato per le fondamenta di una chiesa nuova. Il problema era stabilire quanto di quel
paradosso spiegasse i tempi nuovi o santificasse quelli vecchi. Era impossibile non capire fino a che
punto della modernit fosse stato afferrato il fascino piuttosto che il pericolo. Un fascino impudente, un
pericolo segreto.
Cecilia aveva iniziato a lavorare e questo la rendeva doppiamente vulnerabile, senza contare che
si mormorava che a Roma lei fosse stata mandata dalla famiglia non tanto per allontanarla dallo
scandalo del matrimonio andato a monte, quanto perch era stato necessario sottoporla a un aborto...
Vincenzo sent di doverla rispettare nella sua scelta di lavorare, vivendo per appieno la
contraddizione interiore di sapere che avrebbe preferito averla a casa. Quanto alla faccenda dell'aborto,
aveva potuto constatare che quando avevano fatto l'amore per la prima volta lei era vergine.
Capiva a sue spese in quale meravigliosa maledizione si era ficcato.
Il 29 agosto 1953, quando tutti i nuoresi erano distratti dalla Festa Grande dedicata a quel
Redentore per erigere la statua del quale anche Michele Angelo aveva offerto, pi di cinquant'anni
prima, una somma cospicua, Vincenzo si present in moto sotto casa di Cecilia. Mimmu, poco
distante, andava a prendere Marianna e Michele Angelo in macchina, con la scusa che Vincenzo aveva
bisogno di loro. Qualche centinaio di metri pi in l due dischenti dell'officina facevano lo stesso con i
Devoto.
Era stato un mese insolitamente stabile, di quelli che non si sporcano dopo Ferragosto. La
giornata era caldissima. Vincenzo, con indosso un doppiopetto blu scuro, attendeva in sella al suo
Guzzi  un piede sul pedale, l'altro a terra come puntello  che Cecilia scendesse.
Lei arriv, vestita con un tailleur grigio brillante e la gonna attillata, a vederla si sarebbe detto
solo che si fosse arrotondata e niente di pi. Si sedette al suo posto cingendo il suo uomo per i fianchi.
Lui part. L'aria sul viso gli portava via i pensieri. Imboccarono le curve di Marrri in discesa. Le
querce nane ai bordi della carreggiata, oppresse dalla calura, cominciavano a spargere un aroma
asciutto di cuoio. Inforcarono il bivio di Valverde dove c'era il piccolo santuario dedicato all'omonima
Madonna. Vincenzo fren la moto sotto l'ombra di un tasso e la inclin per permettere a Cecilia di
scendere. Lei si mise in piedi e automaticamente si sistem i capelli. I tacchi a cipolla delle sue
scarpine trafissero non poche foglie secche. Lui scese a sua volta dalla moto e diede dei colpetti ai
calzoni per ripristinarne la piega, poi sfil un pettinino dalla tasca interna della giacca e si sistem il
ciuffo.
Cecilia lo guard senza sorprendersi pi di tanto: era lui, era Vincenzo, quello che quando tutti
sono in festa, scappa.  Che cosa ci facciamo qui?  chiese comunque.
Lui fin di pettinarsi:  L'hai mai vista dentro, questa chiesa?  domand. Lei fece segno di no.
 Conosco qualcuno che ce la pu aprire,  chiar.
 E va bene,  disse Cecilia.
Lui le allung la mano e lei la prese.
Il portalino della chiesa era aperto. Dentro era buio e fresco.  Io voglio morire piuttosto che
vederti infelice,  le disse a un certo punto, proprio quando lo sguardo cominciava ad abituarsi
all'assenza di luce diretta e metteva a fuoco un interno scarno, semplicissimo; un altare senza
ornamenti, e alcune, goffe, statue di santi. Lei non guardava che lui. Cos non si accorse che un
religioso li stava aspettando poco distante dall'altare.
Prete Virdis non sembrava troppo invecchiato. Solo smagrito. Due giorni prima, accompagnato
in macchina da Mimmu, Vincenzo l'aveva cercato. C'era voluto un po' per trovarlo finch, dopo aver
chiesto in giro, qualcuno non gli aveva indicato la strada per Torp, dicendo che l'avrebbero trovato l,
alla chiesa della Madonna degli Angeli.
 Hai portato tutto?  domand il prete direttamente a Vincenzo.
Lui fece segno di s e si frug in tasca, ne estrasse due fogli piegati in quattro.
 Che succede?  chiese Cecilia, ma dal tono era chiaro che sospettava qualcosa.
Di l a poco infatti, accompagnati da Mimmu, entrarono in chiesa Michele Angelo e Marianna.
Erano persone che non conoscevano la parola stupore. La zia si guard intorno, vide che, in
termini di pulizia e addobbi, ci sarebbe stato tanto da fare in quella chiesetta prima che fosse adatta, dal
suo punto di vista, ad accogliere il rito che si stava per svolgere.
A Michele Angelo venne in mente che, in fondo, tutto quanto ricordava il suo matrimonio
clandestino, poverissimo, di mattina presto col prete e i testimoni.
Dei Devoto, vennero solo la sorella pi giovane di Cecilia e, di nascosto dal marito, la madre.
Vincenzo si accost commosso ai suoi parenti:  Lo so che non  cos che l'avevate
immaginato,  disse.
 Se va bene per te, va bene per noi,  emise Marianna sovrapponendosi a Michele Angelo.
Quest'ultimo la guard sorpreso, capendo quanto dovesse esserle costata quell'affermazione. Che fosse
sincera o no, non contava nulla.
 Neanche a me aveva detto niente,  intervenne Cecilia.  E s che avrei dovuto saperlo, no? 
tent un sorriso forzoso che si spense non appena sua madre e sua sorella entrarono in chiesa
accompagnate dai dischenti.
Comunque, nonostante le premesse, fu una cerimonia molto bella. Semplice, piena di calore.
Anni dopo, nella circostanza che sempre ci obbliga a fare un bilancio, Cecilia avrebbe dovuto
ammettere che quel 29 agosto del 1953 era stata in assoluto una delle giornate pi felici della sua vita.
Perch in quel giorno l'uomo che amava, e che avrebbe amato comunque, decise che era meglio
rischiare una cerimonia scadente che un matrimonio scadente. Perch lei dove voleva andare a parare il
suo uomo l'aveva capito non appena l'aveva visto dalla finestra, bellissimo, nel suo doppiopetto blu,
che l'aspettava in sella alla sua moto, sotto casa. Cos in fretta e furia si era sfilata l'abito a fiori e le
scarpe aperte, e aveva indossato il tailleur grigio perla e le scarpe eleganti, e aveva messo in borsa una
veletta bianca per la chiesa e i guanti di capretto. La commuoveva pensare che lui si era incaricato di
mettere la parola fine a tutte le dicerie sul suo conto, ma non perch le importasse qualcosa di quelle
stupidaggini, quanto per il fatto che lui temesse il contrario.
Cos Cecilia and incontro ai suoi parenti e spieg che era incinta, e che lei e Vincenzo avevano
deciso per quella cerimonia frettolosa. Lo disse come sapeva fare lei: in modo che non ammetteva
repliche. Spieg alla madre e alla sorella che quell'uomo l'amava a tal punto da non volerla mai e poi
mai sottoporre al supplizio della curiosit di tutti coloro che avrebbero assiepato la chiesa per vedere
se, una volta arrivata all'altare, davanti al prete, con addosso l'abito candido e il velo, avesse voluto
replicare lo spettacolo del gran rifiuto.
E non c'era niente da dire, lui si era caricato sulle spalle la responsabilit di quella scelta,
perch lei mai potesse dire ai suoi figli di essersi dovuta vergognare davanti a tutti. Ma non sapeva che
Cecilia non si sarebbe vergognata comunque, che Vincenzo era suo da sempre, anche prima che lo
sapesse.
La cerimonia dunque fu rapida e silenziosa, non fin con lanci di grano o schiere di vicine che
aspettano il passaggio degli sposi con piatti carichi di dolci e petali di fiori per spaccarglieli sui piedi.
Mimmu era il testimone designato dello sposo e Francesca, la sorella minore di Cecilia, la
testimone della sposa. Nonostante la semplicit prete Virdis non rinunci alla sua predica in cui ricord
di quando aveva rischiato di ammazzare un giovane che si aggirava presso un oliveto mentre lui
cacciava, nell'anno della fame.
Vincenzo aveva comprato delle fedi corpose e bombate, aveva chiesto le pi care, e vi aveva
fatto incidere sopra il suo nome in quella di lei e il nome di lei nella sua.
 Certo che quello  proprio un Chironi,  comment a un certo punto Michele Angelo. 
Quando si mette in testa una cosa... Com' che non ci siamo accorti di niente?
  un Chironi,  convenne Marianna. E questo effettivamente spiegava quanto c'era da
spiegare. Poi pens a quanta differenza ci fosse tra questa cerimonia e quella che aveva sancito
l'unione tra lei e Biagio Serra-Pintus, nell'anno della marcia su Roma. In quella giornata sporca di
maggio, col cielo che sembrava un foglio imbrattato di inchiostro e la pioggia che minacciava di
rovinare ogni cosa. Eppure quello era stato un matrimonio vero a detta di tutti, uno di quei matrimoni
memorabili, ancora qualcuna delle sue amiche ricordava la meraviglia del suo abito da sposa e
l'acconciatura dei suoi capelli. A Marianna, la vita che ne consegu, la costrinse a tentare di
dimenticare...
 Fermi cos!  grid uno dei dischenti, mentre con una macchina fotografica per istantanee
inquadrava il piccolo gruppo di partecipanti al matrimonio.
E tutti loro si fermarono, tentando di guardarsi da fuori come se il loro occhio fosse esattamente
quello del ragazzo che li stava inquadrando. Provando a offrire un'immagine di se stessi che
sopravvivesse a quel tempo di passaggio per essere sicuri di potersi rivedere, anni dopo, nello specchio
di quella fotografia tali e quali: non antichi, non moderni. Pi seri che in posa, pi entusiasti che felici,
pi fanciulli che adulti. Sapevano di volersi riguardare, successivamente, con affetto, e di volersi
sorprendere di quanto, allora, avesse un senso preciso il termine autentico, cio ancora resistente. Nelle
facce serie di donne e uomini a met tra se stessi e il mondo. Sapevano che le fotografie gli avrebbero
rivelato la bellezza che stavano stolidamente abbandonando, e che avrebbero spiegato perch sentivano
 anche se non avrebbero saputo dire in che modo  che stavano passando dall'orgoglio vissuto senza
presunzione a quello conclamato per folklore. Cos quella posa solenne andava ragionata perch
conservasse il valore di quell'istante piuttosto che materiale per la nostalgia.
A ripensarci da vecchi quei momenti sono come solchi indelebili, come attimi che si colgono
oppure si perdono per sempre.  Fermi cos!  ripet il dischente, e scatt.
Dopo la cerimonia andarono a mangiare dalle parti di Oliena.
E la sera a braccetto al corso Garibaldi, non pi via Majore, per farsi vedere, con tanto di fede
brillante al dito.
Cecilia aspett di sentirsi addosso gli sguardi di tutti i passanti prima di accarezzarsi la pancia
con discrezione, perch chiunque fosse in grado di capire, capisse.
Quello stupore diffuso di tutti coloro che li vedevano passare fu l'unico festeggiamento
pubblico che gli sposini si concessero.
Entrare nella casa di via Deffenu da sposati non fu semplicemente un atto pi formale.
Marianna pianse lacrime amarissime mentre riempiva i cassetti della vecchia camera da letto con la
roba di Vincenzo. Ma erano lacrime per se stessa, non certo per il nipote. Lui quelle lacrime aveva
imparato a interpretarle: attenevano al destino di sradicamento che caratterizza ogni mutazione. Erano
lo strumento di quello strazio sottile che accompagna ogni distacco, piccolo o grande che sia.
Pass comunque un po' di tempo prima che i neosposi potessero andare ad abitare insieme,
perch c'erano da fare molti lavori all'interno dell'appartamento, e non si poteva certo pretendere che i
nuovi inquilini sentissero quel luogo come un santuario. Sicch anche in questo caso i bagni furono
rifatti, e fu rifatta per intero la cucina con tanto di elettrodomestici americani come nelle case viste al
cinematografo. Fu trasformata persino la stanza che era stata della piccola Dina.
Cos a Marianna apparve chiaro quanto mantenere intatta ogni cosa fosse stato inutile. Ma
Michele Angelo no, per lui non era stato inutile: lui affermava che quel che lei aveva fatto non era stato
nient'altro che custodire, permettere a chi sarebbe arrivato dopo di abitare un ambiente accudito, non
abbandonato a se stesso. Era un dono meraviglioso che aveva mantenuto intatto per il nipote, sosteneva
il vecchio. Ma a lei pareva di non aver fatto abbastanza. Perch, aggiungeva, tutto quello che si fa, si fa
per chi viene, non per chi c'. E insisteva a dire che il miracolo capitato a loro, cio di vedersi arrivare
a casa qualcuno di cui si ignorava l'esistenza, non sarebbe mai stato ripagato abbastanza. Loro erano
come rami secchi, diceva, come piante infruttuose, che solo per incuria o per pigrizia non sono state
divelte, e che d'improvviso producono una gemma, un segnale di vita, dove si constatava solo morte
certa. Quel nipote perfetto era stato il germoglio che convince il giardiniere a salvare l'intera pianta
quando ormai la credeva perduta.
Quando finalmente poterono entrare nell'appartamento finito Cecilia lo percorse tutto,
spalancando le porte di ogni stanza. Nel fare questo scans i tappeti lindi e si mise in punta di piedi
come si fa in chiesa quando non si vuol far sentire il suono dei tacchi. I vetri alle finestre erano
talmente puliti che sembrava nemmeno ci fossero, veniva da mettere la mano avanti per non rischiare
di sbattere. Finalmente corse in cucina.
 Ti piace?  le chiese Vincenzo.
Lei fece segno di s, quasi avesse paura di apparire troppo entusiasta. Lui la guard e sorrise
leggermente, per non farle credere che la stava prendendo in giro.
  tutto cambiato,  constat lei. La incantava la perfezione moderna della stanza, i fuochi, il
forno. Soprattutto il frigorifero panciuto.
 Ce l'abbiamo solo noi quello, qui a Noro,  inform lui.  Zia Marianna l'ha fatto arrivare
apposta da Cagliari.
Cecilia sfior ogni cosa come se volesse mantenere un'impressione pi tattile che visiva.
Vincenzo allung una mano e lei lo raggiunse.  Grazie,  sussurr la sposa.
 Di cosa?  chiese lui.  Grazie a te.
 Di cosa?  chiese lei.
Risero. Si abbracciarono. L fuori, oltre i vetri assenti per perfezione, una brezza sottile
spingeva negli angoli delle case e lungo i vicoli qualche foglia caduta anzitempo; il cielo, intanto,
costruiva ragnatele filamentose di nubi sottilissime.
In quella stagione precisa, quando l'estate chiede all'autunno se pu trattenersi ancora, e lui
risponde che pu, Vincenzo e Cecilia si baciarono.
Era passata qualche settimana che i fratelli Gavino e Luigi Ippolito andarono a trovare la sorella
Marianna. La qual cosa non la sorprese affatto, considerato il senso di inquietudine che l'aveva
afferrata fin dal pomeriggio; considerata la discussione col padre; considerato il fatto che nel suo
calendario interiore era passato fin troppo tempo senza che quei congiunti morti sentissero il bisogno di
dire la loro.
Sicch vedere Luigi Ippolito che sedeva sul bordo della sedia impagliata e Gavino in piedi
contro la superficie lattiginosa della finestra, era persino un sollievo. Certo dalle loro facce avrebbe
potuto capire che non si trattava di una visita di cortesia.
Cos' successo qui? chiese Luigi Ippolito.
Abbiamo cambiato qualcosa... prese tempo Marianna. Luigi Ippolito fece un cenno col capo
verso il fratello.
Come state voi? chiese lei.
Gavino la guard come si guarda qualcuno cui si tenta, inutilmente, di risparmiare una brutta
notizia.
Soffriamo per voi, rispose.
Marianna azzard un sorriso: Noi stiamo bene, disse.
Creatura, rispose Gavino, poi guard il fratello. Aspett un segno da parte sua per continuare:
Lo sai anche tu...
Marianna, senza rendersene conto, cominci a fare no con la testa. Sono io? chiese speranzosa.
Gavino ci mise un po' prima di rispondere un no secco con un movimento preciso del capo.
Luigi Ippolito si sistem, nervosamente, il ciuffo che gli ricadeva sulla fronte. Anima, non sei tu,
ribad.
Quando? chiese la donna, con ancora un barlume di resistenza.
Adesso, rispose Gavino.
Luigi Ippolito accenn un saluto.
Marianna si precipit fuori dal letto.
Si vest di tutto punto.
Corse lungo il corridoio.
Entr nella camera del padre senza nemmeno bussare... Il vecchio era totalmente immobile.
Nel sonno appariva insospettabilmente docile, il volto spianato. La figlia cominci ad agitarlo finch
lui non si svegli, balzando a sedere sul letto:  Che succede?  chiese con la bocca impastata di sonno.
 Oh,  fece lei.  Sia ringraziato il cielo!
 Che cos'hai?  chiese ancora Michele Angelo inquadrando la figlia.
Lei non rispose, ma cadde a sedere nell'angolo della stanza.  Dormite dalla parte di mamma? 
domand.
Michele Angelo scosse le spalle come a scrollarsi di dosso l'imbarazzo per quella stranissima
sensazione d'intimit che si era improvvisamente creata.  E allora?  reag.  Ma che  successo?
Ora Marianna cercava di affrontare il compito di avvertire il vecchio che il Nulla a lungo
evocato stava finendo e che lo sguardo agghiacciante della sorte si stava di nuovo posando sulla loro
casa.
Ma Michele Angelo cap ogni cosa senza che lei dovesse sforzarsi ulteriormente. Vide che era
pronta, vestita come per andare alla prima messa. Si tir gi dal letto mostrando, con un certo orgoglio,
la vistosa decadenza che gli aveva reso le gambe magrissime e il ventre prominente. Indoss i calzoni
sui mutandoni di lanetta come se fosse stato solo nella sua camera. Fin di vestirsi con una solerzia
precisissima. L'unica cosa certa  che doveva farsi trovare pronto.
Con calma andarono a sedersi in cucina. Lei chiese al padre se voleva qualcosa. Lui rispose che
no. Mancavano ancora un paio d'ore all'alba.
C'era un profumo che corrispondeva in tutto a una nuova stagione che giungeva, proprio
quando amoreggiano le volpi; quando maturano le arance; quando il cielo trasuda profumo di cannella
e braci.
Di l a poco sentirono bussare convulsamente.
Quando Vincenzo era tornato a casa tutto era gi successo. Cecilia, chiss come, era riuscita a
trascinarsi verso il letto, e ora pareva assente. Lui si spavent pi per quello sguardo vuoto che per il
sangue da scannatoio che aveva imbrattato le lenzuola, il tappeto, e tutto il pavimento fino al bagno.
 Ho freddo,  disse lei quando si accorse che il marito era finalmente tornato.
Lui ebbe l'istinto di abbracciarla, stringersela addosso, ma in quel momento si rese conto che
era sporca di sangue e che il tessuto fine della camicia da notte ne era completamente zuppo. Cos,
istintivamente, tenne la distanza scansandosi dal letto e guardandosi attorno per la prima volta.
Aveva fatto tardi. Mancavano ancora un paio d'ore all'alba.
 Tu non c'eri,  stava dicendo Cecilia.
 Dobbiamo mantenere la calma,  sussurrava Vincenzo, ma pi per convincere se stesso che la
moglie.  Devo chiamare qualcuno,  continu. Confuso, cerc di sfilare una coperta di lana
dall'armadio, e quando ci riusc gliela pos sulle spalle perch lei smettesse di tremare. Quindi si
diresse verso il portone di casa.
Una volta fuori cap che doveva cominciare a correre. C'era quel buio tremendo che avverte la
luce imminente. C'era un profumo di panificio e caff tostato. C'era qualche cane randagio in cerca di
cibo... C'erano solo sensazioni che si sovrapponevano fastidiosamente l'una all'altra, tentando di
distrarlo dall'imperativo assoluto di arrivare nell'unico posto dove poteva ricevere aiuto.
Quando si trov davanti al portale che esattamente undici anni prima aveva trovato socchiuso,
buss con tutte le sue forze.
Gli aprirono subito.
Fu necessario un ricovero. Dissero che pi che un aborto spontaneo, trovandosi Cecilia nella
ventiduesima settimana computata, si era trattato di parto prematuro per incontinenza cervicale. E
dissero che, vista la copiosa emorragia che aveva caratterizzato l'evento, si era proceduto a un
raschiamento e a una trasfusione.
Ci vollero ore per eliminare quel sangue dalle lenzuola, dalle tende, dai pavimenti, fino alle
piastrelle del bagno. Dovettero occuparsene Marianna e Francesca, la sorella di Cecilia. Da quello che
trovarono, e come lo trovarono, compresero fin nei minimi particolari ci che era successo.
Cecilia raccont che al primo sonno aveva sentito come un senso di umidit, quasi senza
svegliarsi si era toccata tra le cosce e aveva constatato che effettivamente era bagnata. Cos aveva
tentato di mettersi in piedi senza riuscirci, perch una volta scesa dal letto le gambe avevano ceduto e
solo allora, mentre cadeva, si era resa conto di essersi davvero svegliata. Poi aveva cominciato a
trascinarsi verso il bagno puntellandosi sulle braccia, ma doveva fare i conti con un istinto terribile che
la costringeva a contrarre il ventre come per espellere qualcosa di estraneo. Poi non sa dire: ricorda che
sentiva le labbra fredde e insensibili e la testa leggerissima... Ricorda che era riuscita ad arrivare fino
al bagno e si era afferrata al bordo del lavandino per tentare di alzarsi. Ecco, pensa che sia stato allora,
in quello sforzo, che ha sentito qualcosa di inerte scivolarle gi, attutito dalla stoffa inzuppata.
Il resto non lo sa dire, piange e chi le sta attorno piange con lei.
Vincenzo, nei giorni che seguirono, non avrebbe fatto altro che spiegare a tutti il motivo per cui
in quel frangente non si era trovato in casa. L'avevano bloccato, diceva, alla riunione della Federterra.
Lo sapevano tutti secondo quali imbrogli stavano distribuendo le terre, per via del Piano di Rinascita e
via discorrendo... Ecco, diceva, questo stava generando scontento perch, per quanto fosse finito da
cinque anni, il fascismo non era finito per niente, e quelli che prima indossavano la camicia nera ora
l'avevano semplicemente sostituita con la camicia bianca... Per questo, diceva, quella notte aveva fatto
tardissimo: perch anche i suoi operai l al cantiere della chiesa delle Grazie erano poveracci senza
alcuna assistenza che, finito quel lavoro, si sarebbero ritrovati da capo, privi di qualunque garanzia,
mentre chi conosceva la gente giusta si metteva in condizione di usufruire di ogni beneficio derivante
da tutta quella massa di quattrini che sarebbero arrivati da Roma... Ecco, per questo, solo per questo...
Finch qualcuno gli diceva: Vinc, guarda che tanto non cambiava nulla, davvero, l'importante  che
tua moglie si stia riprendendo. S, s...  si affrettava lui.  Si sta riprendendo.
E sentiva una straordinaria gratitudine per il suo interlocutore, chiunque fosse, che gli
concedeva un momento di normalit nella sua tremenda inquietudine. Una sensazione atroce simile a
uno stordimento diffuso, quasi avesse capito per la prima volta che tutto ci che aveva ritrovato poteva
essere perduto in un istante. Come una mano che gli stringesse la gola, ma senza premere, solo per
specificare quanto lui fosse sotto tutela. Era l pronto a tutto, e se aveva qualcuno con cui parlare,
parlava di quella notte maledetta quando Cecilia era stata male, male davvero...
Durante il ricovero della moglie ritorn a dormire nella sua stanza da scapolo.
La seconda notte sent bussare. Era Michele Angelo, portava con s un album di fotografie, si
sedette sul letto del nipote e glielo porse. Aspett in silenzio che Vincenzo lo aprisse.
 Questi sono i tuoi zii, Pietro e Paolo,  spieg indicando la prima fotografia. Era l'immagine
di due bambini in groppa a un asinello.  Sono morti poco tempo dopo. Non ce ne sono altre, allora di
fotografie se ne facevano poche.
Vincenzo si sofferm a guardare i particolari: quello seduto davanti sembrava stesse cercando
di trattenere un sorriso; l'altro invece, seduto dietro, non nascondeva il broncio.  Quanti anni avevano?
 chiese.
 Dieci.
 Erano gemelli...?
Michele Angelo conferm. Restarono cos, in silenzio, fino alla foto successiva.  Tuo padre, 
sussurr il vecchio.
 S,  fece Vincenzo.
 L'avevi gi visto.
 Ma non questa foto.
 Qui doveva avere al massimo diciassette anni . Luigi Ippolito tentava di mantenersi in
equilibrio su una roccia, dietro di lui s'intravedevano i filari di una vigna.
 Dov' qui?
 Un posto che non esiste pi,  disse voltando pagina.  Questa foto di tuo zio Gavino invece 
stata fatta proprio nel cortile, qua fuori.
A Vincenzo scapp da ridere: lo zio aveva assunto una posa da troglodita. Michele Angelo
sorrise.  Le disgrazie arrivano in questo modo figlio,  disse diventando improvvisamente serio. 
Guardali bene, tuo padre, i tuoi zii, e guarda qui...  prese a sfogliare l'album per cercare una foto
precisa.  Questa  tua zia vestita da sposa . Vincenzo stacc gli occhi dalla foto: dietro il nonno,
come richiamata, era comparsa proprio Marianna.
 Incredibile, vero?  Michele Angelo si volt di scatto verso la figlia seguendo lo sguardo di
Vincenzo.  Che io sia quella, intendo... Davvero incredibile,  ripet guardandosi felice e bellissima
in quella foto.  E pensare che allora credevo di essere orribile cos conciata . Qui fece una pausa
lunghissima.  Lo so cosa provi,  ricominci rivolgendosi direttamente al nipote.  Ne ho avuti tanti di
momenti come questi, in cui ho sentito di aver perso su tutti i fronti... E ho sentito che tutte le cose
migliori mi stavano sfuggendo dalle mani... Non sprecare il tuo tempo a cercare ragioni, a fornire
spiegazioni. Ecco...  sospese.  Lo vedi come finisce? Finisce che ti ritrovi a sfogliare un album di
fotografie che ti ritraggono quando ti ritenevi brutta e invece eri bellissima, senza una ruga, con i
capelli perfetti, magra... Ma finisce anche che ti rivedi quando ti ritenevi bella da morire, elegante
come una regina e invece eri goffa, bruttissima... Tutte le cose sfuggono, Vincenzo, quello che credi di
controllare ti sconfessa, senza piet...
 Tu l'hai visto vero? Mio figlio...
Marianna scosse la testa:  Che c'entra questo adesso?  domand a sua volta, sapendo che non
avrebbe mai potuto raccontare di quel piccolo essere non pi grande di un pugno, ma perfettamente
formato, che aveva dovuto raccogliere dal pavimento del bagno.
 Era mio figlio,  singhiozz Vincenzo tentando con tutte le sue forze di trattenere le lacrime.
 S,  conferm Michele Angelo.
Marianna accenn verso il nipote, e attese come se quello che aveva da dire richiedesse una
riflessione supplementare.  Ma lo vuoi capire o no che i figli non ti rendono pi forte? Ti
indeboliscono invece, ti rivelano abissi di paure che nemmeno immaginavi!  disse in un fiato.
Segu un silenzio tremendo. Tutto era cambiato: a guardarsi intorno nemmeno quella stanza
sacra si poteva dire che fosse rimasta immutata, nonostante gli sforzi. Persino quelle fotografie, tanto
vive, cominciavano ad appannarsi. Questa constatazione colse di sorpresa Michele Angelo e Marianna,
che in quell'esercizio di rimembranza avevano sempre trovato consolazione e oggi, all'improvviso, vi
trovavano solo ragioni per temere che tutto il dolore che li aveva forgiati stesse tornando, ostinato, nel
suo proprio luogo.
Comunque si procedette. L'episodio dell'aborto parve archiviato.
Cecilia torn al suo lavoro pi malinconica che triste, perch ora i bambini di cui si occupava
erano solamente quelli degli altri. Si sent letteralmente vuota: questo rispondeva a chi le rivolgeva
qualche domanda. Le colleghe quando la guardavano passare le facevano un gesto di assenso, come se
il suo solo procedere fosse una vittoria contro la malasorte; altre donne si sarebbero dichiarate sconfitte,
non Cecilia. Non lei. Lei aveva addosso quella bellezza che non ammette sconfitte. La divisa bianca,
come da infermiera, con grembiule e cuffietta, come da cameriera di lusso, la faceva, se  possibile, pi
bella. La rendeva spettacolare piuttosto che modesta, perfetta in ogni singolo dettaglio, dalla piega della
bocca alla forma del mento, dalla consistenza dei capelli alla curva delle sopracciglia. Comunque la si
guardasse, c'era un particolare nascosto che si rivelava e sempre sorprendeva.
Solo Vincenzo un poco la impensieriva: si ostinava ad andarla a prendere tutti i pomeriggi, alle
sedici e trenta, quando staccava. Lei usciva, si affacciava oltre il cancello dell'edificio e lui era l,
dall'altra parte della strada, a volte in macchina, a volte persino a piedi, come se si fosse trovato a
passare da quelle parti. In tutti i casi la guardava mentre si separava dalle colleghe e gli andava
incontro, sostando per un attimo prima di attraversare. Lei lo raggiungeva e lui, davanti a tutti, le
cingeva i fianchi con un braccio e se l'attaccava addosso, come un fratello siamese separato che avesse
nostalgia della passata coesistenza. E le colleghe la guardavano pensando che lei s, lei era stata
fortunata a trovare un uomo che l'amasse tanto.
Eppure a Cecilia quella dedizione non sembrava del tutto naturale. Non le sembrava naturale
che lui volesse scortarla per fare quei pochi passi che la separavano dall'onmi alla loro casa. Sentiva
che in qualche modo il marito soffriva della sua presunta libert. Ma era troppo intelligente per dirlo
chiaramente.
Infatti durante il breve tragitto Vincenzo taceva.
Tanto il discorso andava a parare sempre sul fatto che tutte le altre, le colleghe di lavoro
intendeva lui, avevano meno problemi di sua moglie perch non erano sposate e non avevano una casa
da mandare avanti.
E c'era da giurarci che Vincenzo non dicesse quelle cose col secondo fine di mettere in
evidenza che Cecilia, al contrario, una casa da portare avanti ce l'aveva eccome.
 Ti manca qualcosa?  chiedeva lei a quel punto.
E lui:  No, non ci siamo capiti...
 Ci siamo capiti benissimo, invece,  tagliava lei.
 Io lo dico per te . Vincenzo buttava gi questa cosa che non era chiaro fino a che punto fosse
sincera, ma solo perch, anzich affermarla, la sussurrava.
 Per me?  chiedeva lei, ma senza che quella che era palesemente una domanda sembrasse tale.
 Perch ti stanchi,  peggiorava lui.
A lei scappava una risata nervosa, che aveva tutta l'aria di una risposta non data piuttosto che di
una reazione diretta alla sua frase.  Stai tranquillo,  gli diceva, mentre lui armeggiava per aprire la
porta di casa.
L'interno sapeva di mele cotogne, profumava di vita reale, di aria nuova a furia di finestre
spalancate, qualunque fosse la stagione. Di sapone di Marsiglia passato sui pavimenti. Di lenzuola
cambiate almeno una volta alla settimana. Un profumo naturale, frutto di una costanza assoluta, senza
deroghe, mai. La domenica mattina come il sabato e come il luned. E mai che la tavola restasse non
sparecchiata dopo il pranzo o la cena, o che la cucina non tornasse assolutamente perfetta come se
nessuno l'avesse utilizzata.
Quell'interno, quel profumo, era la risposta che Cecilia non sapeva come dare a Vincenzo. E lui
certo capiva che quando lei chiedeva Ti manca qualcosa? si riferiva, con esattezza, a quella
dedizione incriticabile. Sicch si poteva dire di tutto, ma non certo che Cecilia per lavorare trascurasse
la casa o il marito. Non si poteva dire e infatti non si diceva.
 Io mi chiedo come fai, come ce la fai...  riflett Vincenzo a voce alta mentre appendeva la
giacca all'attaccapanni.
Cecilia aspett che proseguisse, ma lui non prosegu.   per il lavoro? Ancora?  domand per
stanarlo.
  per i figli degli altri,  disse lui finalmente.  Come ce la fai?
 Non sono malata,  rispose semplicemente.
 Non volevo dire quello.
 Qualunque cosa volessi dire, non sono malata.
Questo ribadire di lei mise in agitazione Vincenzo.  Vieni qui,  le disse. Cecilia lo raggiunse
nello spazio fra il tavolo, dove lui si era appoggiato, e il grosso frigorifero. Vincenzo la strinse. 
Amore mio,  sussurr. Era innamorato a tal punto da non avere alcuna paura delle parole. Era
innamorato a tal punto da capire quanto lei aveva bisogno di sentirsi amata. Stettero cos, abbracciati e
basta. In silenzio per un bel po'.
 Mi dispiace davvero,  disse lei a un certo punto sfiorandogli il petto con le labbra.
L'autunno del 1956 arriv, improvviso, il 20 di settembre. Vincenzo se lo sarebbe ricordato
bene, perch si stavano armando le solette della chiesa nuova e gli operai erano passati dalla canottiera
al maglione, e ai guanti, in mezza giornata. Non si poteva dire che fosse cambiata la luce,
semplicemente il cielo si era fatto molto pi vicino alla terra, come se si fosse di colpo appesantito,
diventato viscoso e gelido.
Dall'alto dell'edificio la citt-cantiere appariva pietrificata da quell'aria solidissima. Ora il
piano d'espansione riguardava tutta la porzione fra la ferrovia a scartamento ridotto e il versante
sud-est, dove gi pullulavano costruzioni ancora discrete, frutto dei contributi a pioggia che
cominciavano ad arrivare. Era la stagione della consolazione, quando i dualismi secchi  pastori contro
contadini, padroni contro servi, borghesi contro villani  subirono il primo, deciso, scossone. Qui la
rivoluzione consisteva nell'illudersi che vi fossero le stesse opportunit per tutti. E bast crederci per
mettere in moto la macchina perversa del risarcimento. Quanto pi il paese cresceva, tanto meno
diventava citt. E, a patto che non ci si ingegnasse a inventarsene una, c'era pochissima Storia a
disposizione perch se ne potesse tenere conto. E quella che c'era era talmente antica, talmente remota,
da risultare definitivamente sfocata.
Quell'autunno improvviso, da un'ora all'altra, da un minuto all'altro, sanc un punto di non
ritorno. Ora le anime semplici che avevano fatto palpitare quel luogo si guardavano intorno e non si
riconoscevano. Stavano cambiando, ma non lo sapevano. L'istinto resistenziale si andava via via
attenuando in vece di una presunta normalizzazione. Come dire che occorse guarire malati che non
sapevano di esserlo, o che i tempi nuovi manifestarono patologie che prima non erano considerate tali.
Certo si diventava pi ricchi, ma senza sapere davvero di essere stati poveri. E si diventava
intransigenti nel pretendere quanto promesso. In quell'autunno precoce, si comp precisamente il
passaggio dalla memoria attiva alla memoria passiva. Lo spiegava la furia egoista, il livore diffuso,
profondo, che stava trasformando gli amici in nemici, gli ingenui in astuti. Sotto alla crosta vitale di
gente che voleva esaltare la vita dopo vent'anni di lutto, covava l'immaturit di altra gente che quello
stesso lutto non aveva strumenti, e nemmeno motivi reali, per elaborarlo. Pensavano di meritare
pietanze da ricchi, ma non essendo mai stati invitati a nessun tavolo non si accorgevano che si stavano
accontentando di briciole. I nuovi ricchi erano esattamente quelli vecchi, quelli di sempre, parevano
nuovi solo perch avevano smesso di confondersi con i poveri, avevano smesso di portare le loro stesse
pezze sui pantaloni. Erano tempi finalmente borghesi. Tempi esibizionisti. Si cominciavano a rigettare
gli abiti locali come scorie di epoche remote e si barattavano mobili fatti a mano per tinelli industriali.
Dall'alto di quella chiesa in costruzione si poteva vedere con ogni evidenza l'avanzare di tanta
pochezza. E tutta quella fulminea, violenta, trasformazione, fu come scoprire di avere bisogno di
andare dal barbiere da un giorno all'altro: ci si corica con i capelli accettabili e ci si risveglia con una
testa impettinabile. Segno che, a essere del tutto franchi, nemmeno quelli che sembrano cambiamenti
improvvisi, improvvisi lo sono veramente. D'improvviso c' solo il momento in cui ne prendiamo
coscienza.
Vincenzo spazi oltre la congerie di case nuove, gi ammassate, appena nate eppure
perfettamente declinate secondo il paradigma dell'infinito non finire. Rabbrivid perch quella mattina
si era vestito troppo leggero: chi poteva pensare che sarebbe venuto freddo cos di repente?
Mimmu innest la terza facendo grattare il motore.  Non dura,  disse.  Te lo dico io che
finisce male. Qui si  fatto un passo avanti e due indietro: conta che a parit di assegnazione i terreni da
queste parti rendono la met, e trasformarli costa il doppio ai coltivatori... Non si possono fare le
riforme senza considerare a chi si applicano, mi spiego?  Vincenzo guardava davanti a s senza
rispondere. Era pensieroso.  Conta che qui pesa l'inesperienza, se non bastasse la bassa produttivit...
Manca l'educazione Vinc, non c' una direzione tecnica adeguata e manca la tradizione cooperativa, 
disse affrontando una curva.  Cos a guadagnarci da questa cosiddetta riforma sono solo gli appaltatori
del Continente e chi gi aveva qualcosa, che si  visto aumentare il valore dei terreni senza l'obbligo di
pagare le quote tramite i consorzi... Qui quando passa la sbronza che tutto si pu fare inizia la cagnara
vera, Vinc.
 Si capisce,  rispose finalmente l'altro, puntellandosi con entrambe le mani sul cruscotto per
assorbire la frenata un po' brusca dell'auto.
 Scusa,  disse Mimmu staccando le chiavi dal cruscotto.
Si erano fermati davanti a una pineta giovane, non troppo compatta. Poco distante si sentiva il
brontolio del mare. Mimmu scese dall'auto e fece passi. Si era ingrossato, ma questo lo rendeva ancora
pi autorevole. Indossava pantaloni a vita alta e una giacca autunnale color ruggine su una camicia
avorio.
 Certo che sembri un figurino,  osserv Vincenzo.
 Eh bravo, prendi in giro,  brontol lui.  Ho messo su pancia. Il lotto  questo,  aggiunse
indicando una porzione precisa di pineta che si apriva verso una caletta racchiusa fra due corni di rocce.
Vincenzo esamin il posto.   edificabile?
Mimmu lo guard come si guarda un bambino.  Al comune non interessa quello che ci fai. Se
te lo compri  tuo, fine della storia.
 E acqua, e luce, e fogne?  insistette Vincenzo.
 Tutto previsto, ma il punto  che l'amministrazione non si impegna se non ne vale la pena...
Intesi?
 In pratica io compro alla cieca e loro guadagnano vedendoci fin troppo bene.
 Vinc, se non fossi sicuro che  un affare non te l'avrei proposto: so di gente che conta che ha
gi preso lotti grossi da queste parti.
 Asc, io lo sai che ti seguo sempre, mi hai portato qui e io sono venuto, ma spiegami che me
ne faccio di un pezzo di pineta sabbiosa, di...
 Come sarebbe che te ne fai! Ti fai una casetta, il mare  bello da queste parti.
 Le conosco queste parti Mimm, non pi tardi di cinque anni fa a questa povera gente gli
abbiamo tolto di mezzo le zanzare.
 Guarda che ti stai sbagliando, qui le cose cambiano in fretta, la gente adesso ha bisogno di
cose che non sembrava nemmeno esistessero poco tempo fa... Ho amici sindacalisti che dicono che al
Nord, in Gallura, c' gi movimento di continentali, anche stranieri, che comprano al mare.
 E lasciali comprare. Se torno a casa e dico che ho buttato centomila lire per un pezzo di pineta
jaju Michele Angelo non mi fa nemmeno entrare.
 Pensaci Vinc... M che te ne penti, te lo dico io...
 Ma tu che dici tanto, Mimm, comprato te lo sei un lotto?
 Eh, magari mi compro proprio questo.
Vincenzo lo fiss a lungo, finch quell'altro non cominci a guardare per terra come a cercare
qualcosa.  Io un fratello non ce l'ho mai avuto, Mimm... Tu sei mio fratello. E allora lasciatelo dire: 
pi urgente che ti trovi una brava ragazza, lascia stare questa roba...
Mimmu sorrise con la bocca un po' storta, poi si accese una sigaretta. Aspir con gusto, era un
pomeriggio esaltante perch l'umore dei pini dava alla brezza una consistenza sciropposa e pareva di
berla quell'aria. Il mare poco pi in l sembrava una pezza di raso appoggiata sul tavolo del sarto
pronta da sagomare, e la sabbia una manciata di cenere compatta.  Le brave ragazze sono finite Vinc,
 constat con una certa amarezza.  Ah, indovina chi si  sposato a Sassari?  Aspett qualche
secondo per lasciare a Vincenzo il tempo di tentare una risposta. Poi, vedendo che non arrivava:  Il
parente tuo, Nicola Serra-Pintus, sistemato all'Ispettorato agrario senza nemmeno un titolo di studio.
Eh?
A Vincenzo scapp da ridere. Ancora qualche tortora ritardataria si lamentava tra i rami dei
pini. Gli aghi secchi a terra facevano soffice la superficie sabbiosa. Dal mare arrivava un sospiro
lentissimo come l'agonia di un moribondo.  Cecilia  incinta,  rivel a un certo punto.  Non lo sa
nessuno, abbiamo deciso cos. Lo sai tu, adesso... e il medico, si capisce...
A Mimmu, istantaneamente, trem il labbro inferiore. Trattenne il respiro come se si trattasse
di controllare l'incontrollabile, strinse le palpebre fino a sentire la pressione dei bulbi oculari che
cercavano di impedire lo sgorgare delle lacrime. Quindi riprese il controllo di s, avanz verso l'amico
e lo strinse affondandogli la testa sul collo:  S, s...  ripeteva.  Ben fatto!
Allo scadere del quinto mese dovettero annunciare la gravidanza. Innanzitutto perch
cominciava a vedersi, poi perch si entrava nella fase critica, quella cio che aveva provocato l'aborto
precedente. Come si sentisse Cecilia  difficile da dire: non pareva ansiosa, ma nemmeno fiduciosa. A
chiunque le chiedesse come si sentiva lei rispondeva che si stava preparando al momento in cui il
medico avrebbe emesso l'ordine di stare permanentemente a letto, per impedire alla sua cervice lasca di
rigettare il feto. Erano questi i frangenti in cui appariva docile come non era mai stata, disposta persino
a sopportare l'inserimento di un anello metallico per tenere ben serrato l'apparato. Tuttavia si sentiva
smarrita come se non capisse per quale motivo il suo corpo tendesse a rigettare qualcosa che lei
desiderava in modo cos spasmodico. Non era certo la paura che Vincenzo smettesse di amarla ad
aumentare la sua angoscia. Sapeva bene che lui non conosceva la parola scoraggiamento, e sapeva bene
che l'avrebbe accettata comunque, anche se fosse stata arida come terra desertica. Era stata fortunata a
trovare quell'amore, e lui pensava esattamente l'opposto. Ma quello che era atroce veramente era la
paura di avvertire qualche sintomo a cui la volta precedente per ignoranza non aveva dato peso. Il
dolore continuo ai lombi per esempio. Era iniziato cos anche l'altra volta? E la sensazione di torpore
alle gambe se stava seduta troppo a lungo? E quella vaghezza di pensiero che le confondeva lo
sguardo? O la sete notturna? O i bruciori di stomaco? Era tutto che tornava oppure no?
Tre mesi trascorsero nell'immobilit pi assoluta. Fuori aveva cominciato a nevicare piano, ma
con ostinazione. Si diceva che l'intera nazione fosse attanagliata da un gelo mai visto, e sentito, prima.
A Noro nevic ininterrottamente per due settimane. La temperatura era calata fino a nove, dieci gradi
sotto zero. Una pace sovrana, un'immobilit assoluta governava ogni cosa. Tutta la vita si era
assoggettata alla dittatura candida. Si dovettero chiudere scuole e uffici. Mai, a memoria d'uomo, si
ricordava una nevicata del genere. Era in assoluto la prima volta che Cecilia vedeva la neve. Dalla
finestra della sua camera poteva assistere allo spettacolo muto dei fiocchi che si accumulavano sul
davanzale, e delle piccole stalattiti di ghiaccio che pendevano dalle grondaie. Passata l'euforia che
aveva fatto uscire tutti dalle case per ritornare bambini si era scivolati nello stupore e nella quiete. I
temerari che si avventuravano per strada dovevano superare cumuli alti fino a due metri. Dal caldo
delle coperte Cecilia cominci a temere che quel silenzio non sarebbe passato mai. E cominci a
temere che sarebbero rimasti prigionieri di tutta quella abbacinante chiarezza che faceva brillare
persino le notti senza luna.
Vincenzo aveva fatto installare un telefono, e ne aveva fatto installare uno anche nella casa del
nonno. Perch ci fosse sempre modo di restare in contatto.
Per Marianna il telefono in casa era un ritorno all'antico. Lei a Cagliari l'aveva avuto gi nel
'28, e sembrava una vita. Perci, mentre guardava gli operai che collegavano i fili e provavano
l'apparecchio, le era capitato di pensare che la sua cattivit aveva significato in qualche modo tornare
alle origini. E che tornare alle origini era stato il suo sistema per salvarsi. Era passata da moglie e
madre a figlia in un attimo. Era bastata una pioggia di piombini in piena faccia contro Biagio, suo
marito, e un pallettone vagante nella fronte di Dina, la sua piccola...
Ora tutta quella neve l fuori la immalinconiva, la teneva inchiodata ai ceppi crepitanti del
camino, senza farle desiderare nient'altro che quel silenzio non finisse mai. Nella cucina regnava una
quiete assoluta. Michele Angelo si era fatto un sentiero attraverso il cortile dalla porta d'ingresso a
quella dell'officina e se ne stava a costruire alari alla fiamma della fornace.
Quando Dina si sedette accanto a Marianna allungando le manine per scaldarsele lei la rifiut
d'istinto, tent di scacciarla da s per impedirle di parlare. Dina guard la madre come se volesse
rimproverarla, ma lei si era gi alzata in piedi e ora si tappava le orecchie. Fuori dalla porta finestra il
sentiero segnato poco prima da Michele Angelo era gi coperto dalla neve fresca che continuava a
cadere. Una certezza tremenda fece la tana nella testa della donna, ma lei ancora la spingeva dove fosse
impossibile considerarla. Si sentiva debole, sola, triste. Prov ad accarezzare l'ipotesi di uscire per
raggiungere la casa di Vincenzo. Poi si volt verso il camino e vide che Dina non si era spostata, aveva
capito che era inutile parlare. Da dove veniva lei le parole non occorrevano quasi mai.
Cos prov a ragionare sul modo in cui poteva raggiungere via Deffenu. Forse indossando un
paio di calzoni da campagna di suo padre, sempre ammesso che con le sue forze riuscisse ad aprire il
portale del cortile quanto occorreva per spingersi fuori. E sempre ammesso che, una volta fuori,
riuscisse ad avanzare in mezzo a tutta quella schiuma gelida che aveva invaso ogni cosa.
Fece quello che doveva fare, e siccome Dina non si opponeva si convinse che fosse la cosa
giusta. Trov i pantaloni adatti e anche un paio di scarponi troppo grandi per lei, che andavano infilati
con almeno tre paia di calze di lana. Quando fu pronta per uscire pens che sarebbe stato meglio
avvertire il padre, poi si disse che prima doveva chiamare Vincenzo. Ma non appena si mise la cornetta
all'orecchio cap che anche per quella via la strada era ostruita. Cos decise di scrivere un biglietto, in
cui spiegava a Michele Angelo che era dovuta uscire e che nel forno c'era la cena pronta.
Vincenzo riattacc la cornetta del telefono sbattendola sulla forcella. Il maltempo aveva
interrotto le comunicazioni. Cecilia dormiva da almeno due ore. Un sonno accidioso da cui sembrava
impossibile risvegliarla. Ci aveva provato tre volte, e per tre volte lei aveva protestato fin quasi a
infuriarsi. Sotto le coperte il suo corpo s'immaginava tiepido, dolce, meraviglioso e lievitato. Quel
ventre teso, la vita che vi si stava formando all'interno, era il centro di tutti i suoi pensieri. Ma Cecilia
non si svegliava. Era pallida, aveva le labbra un po' contratte. Ci riprov:  Amore,  le sussurr il
marito.  Amore . Lei fece una smorfia, cerc di aprire gli occhi, ma inutilmente. Lui tent di
afferrarla per le spalle, in modo da aiutarla a sollevarsi leggermente, senza farle male, ma lei si oppose
con una forza impensabile. Vincenzo era troppo sorpreso per spaventarsi. In un'altra vita, anni dopo,
ripensando a quel momento, si sarebbe detto che era stata incoscienza.  Amore,  ripet alzando la
voce. Quindi si volt verso il corridoio dove era stato piazzato il telefono. Lo raggiunse, prese a
comporre il numero del dottore che conosceva a memoria; ritent pi volte, nonostante si rendesse
conto che era un'azione del tutto inutile.
Oltre le finestre l'orgia del silenzio, la glaciazione annunciata, raggiungeva il suo apice. Da quel
bianco sarebbe stato assolutamente impossibile tornare indietro. Vincenzo cominci a non controllare
pi tanto bene il respiro. Un dubbio sottile gli stava crescendo dentro, con lo stesso andamento lieve e
ostinatissimo di quei fiocchi di neve che non cessavano mai di cadere. Raggiunse Cecilia con terrore,
lentamente spost le coperte e vide quello che temeva sopra ogni cosa. Perci la ricopr e si disse che
tutto ci non poteva essere, che era davvero crudele che quella natura maledettissima avesse progettato
tutto per impedire un aiuto per suo figlio.
Era in piedi in mezzo alla stanza da letto. Cecilia continuava a dormire corrucciata come se
stesse facendo un brutto sogno. Sentiva come un bisogno di gridare, ma era trattenuto dal timore che
anche Cecilia capisse che cosa stava capitando, o era gi capitato. Cadde a sedere sul tappeto, ma solo
per costringersi a pensare meglio e in fretta, per cancellare ogni dubbio, per consolidare ogni certezza,
per ricordare ogni ricordo, per lamentare ogni dimenticanza, per definire la sostanza delle cose, per
consolarsi di ogni dolore, e pregare ogni preghiera. Cos si accorse che, nonostante la sua vita, non
aveva mai davvero imparato a pregare, e cap che era imprigionato in una farsa senza costrutto. Si
rivide bambino all'ultimo banco, quello con l'inginocchiatoio senza cuscino, s'intener per il dolore
alle rotule che accettava di subire pur di non stare nei primi banchi. Ricord lo sguardo tagliente di
padre Vesnaver quando lo invitava a pregare come sapeva e basta. Cos ai piedi del letto, dove sua
moglie dormiva un sonno innaturale e dove con ogni probabilit stava capitando il peggio senza che
nessuno potesse fare niente, Vincenzo cominci a biascicare l'unica preghiera che avesse mai imparato:
Pare nostro che te sta in zel
che fussi benedido el tu nome
che venissi el tu podr
che fussi fato el tu volr
come in zel cuss qua zo.
Mandine sempre el toco de pan
e perdnine quel che gavemo fal
come noi ghe perdonemo a chi che ne ga intaj.
No sta mostrarne mai nissuna tentazion
e distrghine de ogni bruto mal.
Amen.
Il silenzio che segu era tremendo, senza alcun rimedio.
Poi Vincenzo sent bussare.
Non si sa come ma Marianna, vestita in modo irriconoscibile,  riuscita ad arrivare fino alla
casa del nipote ed  persino riuscita a trascinarsi dietro il medico, non meno coperto di lei. Quando
entrano in casa sono due ammassi informi di abiti e sciarpe. Una volta fuori da quei bozzoli si fanno
condurre da Vincenzo alla camera da letto dove Cecilia dorme ancora. Il medico sente il polso e la
temperatura, ma Vincenzo ha fretta di sollevare le coperte perch vedano quello che ha visto lui.
Quello che ha visto lui  sangue, non tanto, appena un cenno, un filo che ha attraversato il
tessuto sottile delle mutande e ha sporcato il lenzuolo. Il medico prende a toccarle la pancia e ci mette
pochissimo a capire.
 Dobbiamo svegliarla,  dice guardando solo Marianna. Lo sguardo di Vincenzo lo rifugge. 
E occorre dell'acqua calda,  aggiunge.
Marianna, che ha capito pi di quanto vorrebbe, gli fa comunque una domanda muta,
sollevando il mento. E il medico risponde scuotendo appena appena la testa perch Vincenzo, che sta
correndo a prendere l'acqua dal serbatoio della stufa economica in cucina, non si accorga che non c'
pi nulla da fare. Si capisce che il punto  farle espellere il bambino morto e bisogna farlo con quello
che c' in casa, perch di portarla fuori con le strade in quelle condizioni non se ne parla.
 Non pensavo, non pensavo proprio,  sussurra il medico.
Intanto Vincenzo arriva con un catino fumante. Ora che non  pi solo pare volenteroso e pieno
di aspettative. Lui sa bene, da qualche parte dentro di s, che la reticenza del medico, quel suo
particolare sottrarsi, non promette niente di buono, ma si dice e si ripete che non bisogna pensare al
peggio, che l'impossibile si  concretizzato solo per il fatto che la zia  riuscita ad arrivare fin l...
 L'acqua,  annuncia.
Il medico sta chiamando Cecilia per nome, la sta schiaffeggiando piano.  Cecilia, su da brava,
svegliati...
Ma  come se quel sonno la salvasse, come se lei lo ritenesse fondamentale per la sua vita. 
No!  ruggisce lei sentendo che il dottore, a differenza di Vincenzo, non si arrender. E quel no 
emesso con la voce di qualcuno che ha voluto fare uno scherzo: che sia stata lucida da sempre e abbia
fatto finta fino a quel momento?
 Dobbiamo procedere Cecilia,  insiste il medico.  Da quando  successo?  chiede.
Vincenzo lo osserva perplesso, avanza come se di fronte a lui ci fosse una scogliera altissima,
Marianna si chiude la bocca per bloccare la pena che vorrebbe uscirle dal corpo. Allunga l'altra mano
per toccare il nipote mentre passa.
 Il feto non ha battito,  spiega il medico, finalmente guardando Vincenzo negli occhi.  Ho
motivo di credere che sia... morto da ore, direi,  chiarisce.
 Ma non mi sono mosso da qui,  si giustifica lui, quasi che il medico l'avesse accusato di
qualcosa.  Oh, morto?  domanda poi.
Il medico fa segno di s, non deve essere uno di quelli che si lascia andare, ma il viso di
Vincenzo  talmente addolorato che per un istante anche il suo sguardo sembra incrinarsi.  Non
possiamo tenerlo l dentro,  dice modulando la frase in modo che non sembri definitiva.  Bisogna
farla partorire prima che diventi nocivo per la madre.
 Nocivo,  ripete Vincenzo.
 S, prima che gli anticorpi non comincino a classificarlo come corpo estraneo. Se la sente? 
chiede l'uomo rivolgendosi a Marianna.
 Perch dorme?  insiste Vincenzo.
 Perch l'ha capito,  risponde il medico.
Il dolore del mondo ora  una donna assopita, intorno a lei la quiete assoluta nel lutto
bianchissimo della terra. Lo stupore dei rami che devono saggiare la loro resistenza. L'oscurit tombale
del seme che anela alla luce tramite il germoglio.  una compieta dimessa, quasi una preghiera
sussurrata, questa liturgia del dolore rifiutato...
Era un maschio di quasi due chili. Vincenzo chiese di vederlo, ma Marianna gli si inginocchi
davanti come se fosse san Francesco reincarnato perch rinunciasse.
Erano le sei del mattino e gli occhi di Cecilia erano spalancati. Ora si guardava intorno come se
avesse qualcosa di molto serio da dire. Eppure taceva. Non voleva essere toccata. Non voleva che
Vincenzo la toccasse. Fu accompagnata all'ospedale per un nuovo raschiamento e non volle che il
marito la seguisse.
Dieci giorni dopo Cecilia pot tornare a casa. A Marianna che era andata a prenderla disse che
voleva camminare, tanto erano davvero due passi. Cos lentamente, ben coperte, si avviarono. L'aria
era rimasta gelida, invitava a parlare poco.
 Vincenzo?  domand Cecilia.
Marianna scosse le spalle, Cecilia sapeva che non era certo una a cui scappassero di bocca
parole inutili.  Ha dormito a casa in questi giorni,  si limit a informare come se non avesse capito
che la donna aveva chiesto perch suo marito non si trovasse l.  Come ti senti?  chiese constatando
che Cecilia rallentava fino a fermarsi.
 Sto bene,  rispose l'altra puntuta.  Vincenzo?  domand di nuovo, con pi precisione
questa volta.
 I maschi si prendono paura di queste cose,  sentenzi Marianna.  Non  stato un buon
periodo per lui.
 Ah no?  ironizz Cecilia.  Io ero in vacanza, invece.
 Era meglio se venivo io, voleva venire lui, ma era meglio di no.
 E perch? Perch lui  troppo sensibile? Poverino. Bene, allora ditegli che non si faccia
vedere nemmeno a casa.
 Figlia,  prese tempo Marianna.  Le cose prese in questo modo peggiorano, lasciatelo dire.
Non state facendo una cosa ben fatta: nessuno dei due. Quando  successo quello che  successo, e tu
gli hai detto che non volevi che venisse in ospedale,  quasi impazzito.
 E io?  Pi che una domanda sembr un'esclamazione. Marianna guard Cecilia.  E io non
sono quasi impazzita, eh?
  quello che volevo dirti, figlia mia, i mariti alle volte sono peggio dei figli, peggio...
 Mi perdonerete se non ho avuto modo di fare confronti,  tagli Cecilia. Poi riprese a
camminare pi veloce, tanto che Marianna fu costretta ad accelerare per starle dietro.
La casa era straordinariamente in ordine, senza un angolo, una fessura che fosse stata trascurata,
esattamente come sapeva fare Marianna, pens Cecilia. E, pens subito dopo Cecilia, per l'intero
periodo del suo ricovero Marianna aveva potuto fare in modo che tutto tornasse come prima, quando
Vincenzo era solo suo nipote e quella casa era solo sua.
 Ti preparo il letto,  disse Marianna.
 Sto bene,  rispose Cecilia, mettendosi a sedere.
 C' abbastanza caldo?  incalz quell'altra.
 Va bene.
Il pomeriggio sembrava un cencio sporco, aveva smesso di nevicare e tutto il candore si
mischiava alle miserie del mondo: allo sterco delle bestie, alle foglie marce, alla terra battuta, al fango,
alle impronte nere... Le due donne restarono sedute l'una di fronte all'altra, come vedove sospiranti
davanti alle lapidi dei coniugi.
Quando si sent la porta aprirsi Marianna ebbe un sussulto. Cecilia non si mosse.
Vincenzo aveva l'aspetto di uno che si fosse appena svegliato da un coma. Sul viso gli si
leggevano i segni di un sonno artificiale. Certo, come gli aveva ordinato Marianna, era sbarbato e ben
vestito, e portava persino dei fiori.
 C'hai gli occhi gonfi,  si limit a dire Cecilia.
Lui per reazione abbass la testa e un ciuffo compatto, imbrillantinato, si stacc dalla massa
perfettamente liscia dei suoi capelli. Ora sentiva tutto l'imbarazzo di trovarsi l con quei fiori in mano.
 Ho portato questi,  disse agitando il mazzetto.
 S,  conferm lei, senza la minima intenzione di aiutarlo a sentirsi a suo agio.
Tacquero. La luce si stava affievolendo oltre i vetri e quel pomeriggio, senza preavviso, stava
diventando sera.
Cos Marianna si lev in piedi.  Io  meglio che vada,  annunci.  Che babbo poi si
preoccupa.
Usc senza che nessuno le rispondesse.
Una volta solo con la moglie, Vincenzo si arrischi a posare i fiori sul tavolo.  Se hai fame, c'
tutto pronto,  disse.
Cecilia continu a fissarlo, fin da quando era entrato non gli aveva staccato gli occhi di dosso. 
Hai bevuto,  constat semplicemente, senza incertezze.
Vincenzo fece s con la testa come un bambino colto in fallo.
 Io posso sopportare tutto,  disse lei alzandosi.  Tutto,  ribad.  Ma non gli ubriaconi.
 Scusa,  uggiol Vincenzo seguendola in cucina.
Ma come se si fosse imposta di tornare alla normalit a tutti i costi, Cecilia prese ad
apparecchiare la tavola.  Troppi ne ho visti di alcolizzati dove lavoro, e ho visto le mogli e anche i
figli. Soprattutto i figli, ho visto!
 Non sono un ubriacone,  tent lui.  Mi sentivo confuso.
 E bevi?  lo aggred lei.
  successo, va bene?
 Non sei venuto in ospedale un solo giorno!
 Tu non mi volevi!
 Io cosa?
 Tu non mi volevi!
Cecilia lo guard davvero impressionata.  Ma chi sei?  chiese.  Che cosa sei? Che razza sei!
Io non ho pi una famiglia per colpa tua, e tu ti permetti di dire queste cose!
Non si pu dire che Vincenzo mentisse mentre guardava la moglie seriamente disorientato. 
Credi che per me sia stato facile?  domand, ma come per riempire un vuoto.
A Cecilia scapp una risata preoccupante.  Siamo a posto cos: scusa se sono stata ricoverata
mentre tu stavi passando un brutto momento.
 Non volevo dire quello,  cerc di tamponare lui.
 Guarda,  meglio che stai zitto. Zitto, capito?  Vincenzo stava per replicare, ma la moglie
ancora una volta lo precedette.  Zitto!
Lui la fiss allibito perch tutto si sarebbe aspettato, ma non quella rabbia, quel livore. Sapeva
che non sarebbe stata una passeggiata, ma non avrebbe mai pensato che sarebbe stato cos difficile.
Cos quando lei gli intim di nuovo di stare zitto, e lo fece andandogli incontro e puntando al cielo
l'indice, lui ricacci dentro qualunque risposta, tent di sferrare un pugno al tavolo poi abbandon la
cucina.
Cecilia lasci andare le lacrime che stava trattenendo da troppo tempo solo quando sent
sbattere la porta d'ingresso.
Alle tre di notte os telefonare a Mimmu. E gli spieg che Vincenzo non era tornato. L'altro le
disse di non preoccuparsi, che aveva fatto bene a chiamare e che sarebbe uscito lui a cercarlo. E che
appena l'avesse trovato avrebbe richiamato.
Richiam mezz'ora dopo. Tutto a posto, Vincenzo lo portava a dormire da lui.
Il pomeriggio seguente Vincenzo aspettava la moglie fuori dall'onmi. Non si era nemmeno
cambiato. Lei lo raggiunse come sempre. Non si salutarono, ma si guardarono come si guarda il proprio
destino, qualcosa da cui non si pu pi tornare indietro. Era come se un sasso lanciato casualmente
avesse intaccato il punto sensibile di un vetro. Dicono cos, no? Che esista un punto preciso attraverso
il quale  possibile frantumare in un secondo anche i vetri pi solidi.
 Non ci potevo credere che eri gi tornata a lavorare,  disse lui.
Lei non rispose. Si avvi, lui la segu un passo indietro. Ora pareva esattamente che un puntale
infitto con forza avesse fatto correre una ragnatela di crepe su una superfice ghiacciata. Arrivarono fino
a casa. Entrarono. La cucina era in disordine come la sera prima quando lui l'aveva lasciata.
Ecco, pens Vincenzo, quanto poco ci vuole a rovesciare il mondo.  Che cosa facciamo? 
domand.
 Fai quello che vuoi,  disse lei.
Senza preavviso lui l'abbracci da dietro. Lei si divincol come se fosse l'ultima cosa che
desiderasse.  Tu non mi tocchi pi,  disse.  Ti ho preparato il letto nell'altra camera.
Al disgelo segu la certezza che sotto al lenzuolo bianco, che aveva nascosto ogni cosa per quasi
un mese, ci fosse il colore. Era stato come aerare una stanza disabitata da tempo, liberare il mobilio dai
teli candidi che lo ricoprivano. Era stato un pallore mortale che via via si stemperava lasciando
percepire l'epidermide, facendo vedere il rossore.
Il terreno saturo spurgava dalle fonti. La campagna germogliava riconoscente. Giunse un tepore
precoce e qualche mandorlo si fece ingannare, indossando troppo presto l'abito fiorito.
Quel marzo fu come l'euforia dopo il lutto.
Fu come una consolazione dopo il terrore.
Vincenzo e Cecilia si adattarono alla loro nuova vita, fingendo che anche loro facessero parte di
un meccanismo temporaneamente interrotto che ora tornava alla normalit.
Lei, smagrita ma forte, continu col suo lavoro, dove per contrappasso le capitava di occuparsi
di bambini nati in famiglie talmente in difficolt da aver desiderato piuttosto di non averli. Sicch li
consegnavano alla pubblica assistenza. Erano figli di madri povere e padri assenti, o alcolisti, o
semplicemente ignoranti. Quel lavoro anzich rattristarla, per una qualche sconosciuta ragione,
l'aiutava. Forse perch le permetteva di non rimanere in casa, forse perch riusciva a trovare
consolazione in quella maternit differita.
Quanto a Vincenzo, neanche a lui sembrava sorridere pi di tanto l'ipotesi di tornare a casa
dopo il lavoro. Aveva preso l'abitudine di far tardi, e spesso gli era capitato di alzare il gomito pi del
dovuto. Non era raro ormai che qualcuno lo segnalasse nel bar tale o nella bettola talaltra perch se lo
andassero a prendere per portarlo a dormire, visto che con le sue gambe non sembrava in grado di farlo.
E pi di una volta Mimmu o Marianna stessa avevano dovuto fare il giro delle sette chiese per capire
dove si fosse sbronzato.
Che cosa lo spingesse a reagire in quel modo era chiaro, sarebbe stato chiaro a chiunque avesse
avuto un po' di compassione. Ma la compassione  un sentimento a termine. Perci si mut ben presto
in riprovazione.
Vincenzo Chironi aveva avuto tutto, questo si diceva. Si era frantumato per l'unica cosa che
non era riuscito a ottenere, e ci non aveva niente a che fare con l'essere uomini. Bello com'era si stava
trasformando: ventre gonfio, occhi pesti. E andava stempiandosi.
A casa sua non voleva tornarci, non in coscienza, ecco perch beveva.
Non aveva la sbronza violenta, piuttosto si sarebbe detta malinconica. Nessuno temeva che,
depositato davanti al portone, una volta rientrato, picchiasse la moglie o cose simili. No, messo piede
nel suo appartamento coniugale assumeva un contegno con cui pareva voler dimostrare di essere in
assoluto padrone di s, solo barcollava appena, e aveva una contrazione particolarissima delle dita della
mano destra, dalla quale si poteva capire quanto si stesse controllando per apparire sobrio.
Cecilia non gli diceva niente, spesso gli faceva trovare la cena ormai fredda sul tavolo, che lui,
nella maggior parte dei casi, evitava.
Eppure il lavoro procedeva, sostanziando in tutto e per tutto la maledizione dei Chironi che
dovevano soffrire nell'abbondanza.
Infatti per quanto fosse inaffidabile di sera, dopo due o tre bicchieri di troppo, Vincenzo era
perfetto al mattino, acuto ed efficiente. E mai una volta aveva mancato di andare a prendere sua moglie
fuori dall'onmi alle sedici e trenta di ogni santo giorno, perch anche chi sapeva vedesse che comunque
loro erano una cosa sola.
Un modo strano di amare, dicevano tutti. Poi, quando si pass dalla comprensione alla
contumelia, gli stessi pensarono che quella bestia sapeva recitare molto bene la parte del marito attento.
Ma ci furono periodi in cui lui riusciva a mantenere fede al giuramento quotidiano di smettere
di bere. E quei periodi corrispondevano agli entusiasmi di nuove intraprese. La costruzione di
un'officina in un terreno agricolo poco fuori citt, per esempio. Uno spazio ampio attrezzato con tutti i
macchinari di ultima generazione, e lavoro per venti operai. Vincenzo era il primo dei Chironi che si
era occupato dell'impresa di famiglia senza aver mai dovuto prendere un martello in mano. Era quello
che poteva definirsi un padrone onesto. Un uomo retto.
E aveva in corpo un dolore inestinguibile.
Parte terza
24 dicembre 1959
Il mio mondo era in frantumi
come se un verme lo avesse corroso.
NOVALIS , Tra le mille ore felici...
Tempora
Tre anni dopo avvenne quello che avvenne.
Era stato un periodo relativamente calmo, la vita sembrava rientrata in una forma di tregua
perenne. Vincenzo aveva compiuto quarantatre anni, Cecilia trenta. Mimmu aveva trovato Ada, una
moglie con un nome semplice, che nel maggio del 1958 l'aveva reso padre. Marianna, solida come una
roccia, continuava a parlare con i suoi morti. Michele Angelo entrava nei suoi ottantanove anni.
Le cose cambiarono senza che nessuno avesse voluto, o potuto, far nulla per fermarle.
Furono tempi esigui.
Cristo e i mercanti
C' una frenesia contenuta oltre le finestre. Vincenzo Chironi sta indossando un soprabito, fuori
si sta preparando un Natale talmente tiepido che pare non ci sia bisogno del cappotto. Il soprabito 
autunnale, cade sulle spalle come un incoraggiamento discreto, non  l'abbraccio solenne e protettivo
del cappotto. Comunque Vincenzo  pronto per uscire ma non  troppo contento,  stato fuori tutto il
giorno,  stanco. Per ha ancora qualcosa da comprare per il cenone, qualche regalo rimasto indietro, e
poi Cecilia da andare a prendere.  stata dal parrucchiere fin dal primo pomeriggio per la permanente,
ma gli ha lasciato una lista di cose da concludere, come ha detto per significare che il pi era gi
stato fatto da lei, e ora se si concedeva qualche ora dal parrucchiere se lo meritava proprio, no?
Anche per guidare la Millecento il soprabito  meglio del cappotto, molto meglio. Ma Cecilia
non fa in tempo a salire in macchina, con in testa un arzigogolo da matrona romana, che subito chiede a
Vincenzo se non abbia freddo con solo quello addosso. Il che significa che non approva la sua scelta, e
anche che per quanto lei si sia sempre sforzata di fargli avere un aspetto decente tuttavia non appena lo
si perde di vista lui ritorna lo sciatto che era.
 Che ero quando?  chiede Vincenzo guardando il corso cittadino luccicante.
 Quando ti ho conosciuto,  risponde lei scrutando l'effetto dello smalto per unghie che la
manicure le ha messo poco prima.
Il grande abete addobbato nella piazza davanti alla nuova chiesa delle Grazie ha crisi di
brillante epilessia. Chiss, pensa Vincenzo, di quale foresta faceva parte quell'albero. E prova a
calcolare in quanti anni cresca un abete di quelle dimensioni. Pi vecchio di me, stabilisce.
 Preferirei,  inizia la moglie dopo aver guardato in silenzio il viale che scivola sotto ai
copertoni dell'auto. Quasi si sente la strada scorrere al contrario a sessanta centimetri dalle suole delle
loro scarpe e le gomme che ragliano.  Preferirei, dunque...  Poi pausa.
Vincenzo nemmeno toglie la faccia dal parabrezza:  Che cosa preferiresti?  chiede un po'
secco.
Cecilia sospira.  Quando arrivano Mimmu, la moglie e il bambino, Vincenzo, fai uno sforzo, 
dice tutto d'un fiato.
Poi basta.
Il Natale  una sordida accozzaglia di vetrine, un torbido svolazzare di smancerie. Che tutti
sorridono a se stessi. Oh s. A Natale si vorrebbe essere talmente forti da non lasciarsi imprigionare nel
vischio dell'affetto a comando, nel miele della bont periodica. Neanche le permanenti a Natale
dovrebbero essere permesse, e nemmeno le mogli troppo mogli.
Arrivati a casa a Vincenzo viene in mente l'avvertimento della moglie.  Passo la vita a fare
sforzi, Cecilia,  dice infatti, cos, al nulla. E nient'altro. Per lui la notte della vigilia significa solo che
non pu indossare le pantofole, n strapparsi dal collo la cravatta.
Sono le sette di sera. E il rammarico alle sette di sera ha il sapore dolciastro e amaro di un
vecchio sciroppo alla noce. Come se la bocca dello stomaco per una volta ingoiasse una biliosa
malinconia dimessa.
E poi c' Michele Angelo che ha quasi raggiunto i novant'anni, che non vuole muoversi da casa
sua e fa impazzire Marianna. Si  fatto testardo nel tempo, e si rabbuia ogni volta che pensa che la sua
longevit non sia nient'altro che una sottile vendetta di chi vuole che lui assista alla fine esatta della sua
stirpe. Ora, protetto dall'et, guarda male persino Vincenzo che non si  dimostrato all'altezza.
Marianna s'infuria tutte le volte che lui dice queste cose e lo minaccia di chiuderlo in un ospizio. A
Vincenzo fa specie l'idea che suo nonno debba passare la vecchiaia in un posto dove c' un Natale
perpetuo di finto, e interessato, affetto.  l'unico a credere che Marianna parli sul serio.
 Non  che prima o poi lo fa davvero?  dice appendendo il soprabito all'attaccapanni.
Cecilia scuote la testa:  Eh,  dice,  povera donna, avrebbe bisogno di qualcuno che si occupi
di lei, non  pi una ragazzina... Hai preso qualcosa per l'ingegnere?
 Un dopobarba,  risponde Vincenzo, soprappensiero.  Davvero pensi che possa farlo?
 Ma no, figurati,  taglia lei.
 Ai bambini ci hai pensato tu?  chiede lui improvvisamente. Si riferisce al figlio di Mimmu e
alle gemelline, figlie della cognata.
Cecilia fa cenno di s mentre va in cucina.
Lui la guarda andar via come fosse l'ombra di Euridice che sparisce nel buio del corridoio
infernale. Ha la consapevolezza di essersi infilato in una vita stretta. Sembrano passati millenni da
quando pensava che sarebbe morto se non poteva sentirla vicina. Eppure  assolutamente sicuro di
amarla quanto l'amava allora, solo il come  cambiato. Sono entrati in un'abitudine calda, non
belligerante, che ha facilitato le cose. Si potrebbe dire che hanno affrontato con intelligenza il loro
problema, senza affrontarlo. Semplicemente di figli non se ne parla pi. E non si parla pi di alcuna
intimit. Ma questo in fondo non significa certo che abbiano cessato di amarsi,  solo che si amano
diversamente. Anche di pi. O, forse, non pi.
Comunque la tavola  apparecchiata a puntino nel tinello, con le stoviglie tutte uguali e i piatti
piani, e fondi, e da antipasto, e anche i calici da vino e i bicchieri per l'acqua e i flte per il prosecco 
da parte, sul mobile in cucina, le coppe per lo spumante  e anche la tovaglia rossa con i tovaglioli
messi a ventaglio.
Michele Angelo, vestito come se dovesse essere ricomposto da un momento all'altro, maledice,
fra s e s, Marianna che l'ha azzimato come un damerino. Entra in casa facendo la vittima: troppa
strada, troppe scale e poi l non ha le sue cose. C' una poltrona per lui davanti al camino.
Ora che ha tolto l'apparecchiamento dalla testa i ricci di Cecilia sembrano una pila di piccoli
cannoli alla crema, ma  sempre bella.
A Mimmu pesa soprattutto il pensiero di dover fare confronti. Lui lo sa che anche senza volerlo
durante tutta la cena sar un rimuginare sull'essere genitori, o sul non esserlo. Vincenzo e Cecilia sono
due persone per cui farebbe di tutto, eppure l'idea di festeggiare da loro portando il bambino lo mette a
disagio. Per fortuna che Domenico  un bambino calmissimo. Alla moglie Ada non dice niente di tutto
questo, si  fatto un punto d'onore d'esser sempre franco con lei, ma su tutto questo tace, perch non
ha le parole adatte. Lui, al sindacato, con le parole ci campa. Quando deve dire a un avventizio che non
verr riconfermato alla fresatrice e gli vede nel volto un dolore quasi allegro; quando deve dire alla
segretaria di un'azienda che la gravidanza  un ostacolo e le legge nelle labbra un insulto
impronunciabile e mai detto; quando deve allargare le braccia per rispondere a chi glielo chiede che
quel lavoro qualcuno deve pur farlo; quando ritira la gratifica natalizia e deve trovare ogni anno le
parole giuste per mostrare la sua gratitudine.
Niente al mondo spaventa Ada come la povert. Niente, proprio niente le fa la stessa paura. In
parrocchia per esempio, quando chiedono le offerte per i bambini africani che non hanno da mangiare
lei pensa che non  una buona cosa parlare di queste miserie in chiesa, specialmente sotto Natale che
Natale  poesia,  infanzia,  caminetto crepitante,  piumino d'oca e camicia da notte di flanella,
Natale  il cenone della vigilia...
 Mi raccomando Mimm,  sussurra Ada mentre si allaccia la fibbia di una scarpa. Sembra una
gru sghimbescia: piuttosto che piegarsi in avanti per chiudere la fibbia, sottile e lucida come l'aspide di
Cleopatra, solleva la gamba verso l'esterno.
Lui si strofina il petto con un asciugamani.
 Mi raccomando con l'ingegner Bernardi,  ripete temendo che lui possa imbarcarsi come al
solito in una discussione politica.
Mimmu, per tutta risposta, le accarezza una natica con la mano piena.  Di, smettila,  dice
lei.  Sei ancora cos?  chiede.  Preparo Domenico, sbrigati e non mettere la camicia grigia che col
completo marrone sta male,  ciarla mentre raggiunge la camera del bambino. Mimmu, frustrato, si
guarda l'erezione.
Lui volentieri starebbe a casa a fare l'amore, ma Ada pensa che non sia una bella cosa parlarne,
nemmeno pensarci al sesso a Natale, che Natale  candido e verginale, Natale  casto come una
novizia, Natale  coccole da orsacchiottino...
Dentro alla divisa del maschio ultratrentenne arrivato, dentro all'involucro del giovane padre e
marito, Mimmu si sente come gli pare consono sentirsi. Lui non lo sa se star bene significhi veramente
fare quel che si vuol fare o fare quello che si deve fare. Ma gli piacerebbe saperlo, e un giorno poterlo
insegnare a suo figlio.
Quando esce di casa non pensa al Natale l fuori. Chiudendo la porta mentre Ada chiama
l'ascensore col bimbo in braccio, pensa all'appartamento tutto pagato che stanno, momentaneamente,
lasciando.
 Certo Mimmu non pare un padre troppo affettuoso, ma  la sua natura,  commenta Vincenzo
quando gli ospiti stanno per arrivare.
Cecilia lo guarda malissimo:  Com' che ti  venuta in mente questa cosa?
Vincenzo scrolla le spalle:  Mi fanno male i piedi con queste scarpe, e quando mi fanno male i
piedi mi vengono in mente cose del genere.
 Dici tanto di lui, ma tu saresti stato un padre affettuoso?  chiede lei a secco.  chiaro che non
gli perdona di aver introdotto quell'argomento.
 Non possiamo saperlo,  scandisce lui.
 No,  conviene lei.
Quella cena in verit dovrebbe essere un riavvicinamento fra Vincenzo e Mimmu, perch le
faccende della vita li hanno allontanati: l'affetto tra loro  immutato, ma hanno meno tempo per
vedersi.
Ed ecco Mimmu e Ada che, arrivati davanti alla casa in via Deffenu, tirano un sospiro. Ada
regge bene i pacchi in modo che non le cadano, il piccolo Domenico sente qualche risata oltre la porta.
Ada guarda Mimmu, Mimmu si scuote di dosso quel pensiero amaro come un cane che si asciughi il
pelo, poi preme sul pulsante del campanello.
Quando Vincenzo si ritrova davanti Mimmu ha un'impressione come di caduta. Si pente
istantaneamente di essersi lasciato convincere a quella farsa. Quell'impressione  come quando si
sogna di cadere senza cadere davvero durante il primo sonno, quello tremendo, quasi una scimmia della
morte. Intanto una parlata ventriloqua gli ripete ossessivamente Che cosa ti impedisce di abbracciarlo?
Che cosa ti impedisce di abbracciarlo?
L'ingegner Bernardi  gi arrivato anche lui. Siede in poltrona come se quella fosse la sua
poltrona, ma dipende dal fatto che lui appartiene a una generazione di padroni. Lui  l per onorare
l'amico Chironi e saldare una collaborazione a proposito degli appalti edilizi che li vedono
compartecipi. Compartecipi, per l'appunto.
E adesso Mimmu avanza in salotto seguito da Ada e dai pacchi, pi indietro ancora, attaccato
alla gonna della mamma, Domenico. E adesso Mimmu va a salutare l'ingegnere chinandosi fino a
quasi raggiungergli il polso con la fronte. Vincenzo in piedi dietro di lui aspetta. Quando Mimmu si
rialza si guardano, una pozza melmosa e un senso di caduta: Buon Natale.
Michele Angelo urla che ha fame ed  stanco.
Per ultimi arrivano Francesca, la sorella di Cecilia, e il marito. Ma non possono trattenersi, sono
venuti solo per un saluto perch le gemelle non stanno bene. Tuttavia gli dispiaceva non passare
nemmeno per cinque minuti, cos, giusto il tempo di fare gli auguri.
E dopo cinque minuti esatti eccoli andare via: esiste ancora gente seria al mondo.
A tavola scorrono le portate, Domenico si annoia, Ada fa vagare il capo come se volesse
ascoltare tutti contemporaneamente. Si discute del fatto che Madre Teresa non  indiana come
sembrerebbe, ma albanese.
All'ingegnere questo sembra davvero buffo:  Volete dire che Madre Teresa di Calcutta sarebbe
Madre Teresa di Tirana?
 Potrebbe dipendere dal fatto che la geografia celeste non corrisponde alla geografia terrestre,
 commenta Vincenzo, ma la sua frase  arrivata in un momento di assoluto silenzio.
Cos a Mimmu scappa da ridere. Vincenzo lo guarda,  limpido come l'acqua di fonte. Ada
comincia a lanciare occhiate strane.
Poi si discute di Marianna che vuol mangiare in cucina per conto suo... A Natale.
L'ingegnere pu dire in coscienza che i sardi sono fatti cos: lui, che ormai vive qui da quasi un
anno, ne ha conosciuti parecchi in azienda.
 Straordinario!  scappa detto a Mimmu. L'ingegnere lo fissa perplesso. Mimmu aspetta che
Vincenzo lo autorizzi con un gesto del capo. Vincenzo lo fa.  Straordinario che ci siano tutti questi
sardi in Sardegna,  conclude serio. Ora a guardarli male a quei due bambini ci sono Ada e Cecilia,
ma senza esagerare perch se a qualcuno scappa da ridere  finita davvero.
Sentendosi nominata, Marianna fa capolino dalla cucina per guardarli ancora peggio, poi se ne
ritorna al suo piatto di brodo sorridendo a se stessa. Dal tinello-soggiorno sente la voce di Cecilia.
 Fatemi un esempio di qualcosa detta da Cristo e non valida al giorno d'oggi,  sta chiedendo a
tutti.  Aspetto di sapere,  sfida i commensali che si protendono verso l'agnello fumante nel piatto.
 Be',  riflette Ada,  al giorno d'oggi non si pu essere tutti poveri.
Cecilia finisce di servire:  Ma cara, la povert a cui si riferisce Cristo  ben altra cosa
dall'economia.
 Per fortuna,  sghignazza l'ingegner Bernardi.
Vincenzo chiude gli occhi per un attimo. Mimmu cerca Domenico con lo sguardo.
 E allora fatemi capire, a quale povert si riferirebbe?  chiede Vincenzo all'improvviso.
Ada si asciuga la bocca.
Cecilia sostiene lo sguardo del marito:  Lo spirito per esempio?  Fa la domanda come fosse
un'affermazione.
Michele Angelo sonnecchia. Marianna, comparsa dal nulla, lo sposta verso la poltrona che tanto
non mangia pi, e gli sistema per bene la testa sulla spalliera.
 Certo certo, lo spirito,  approva l'ingegner Bernardi.
Vincenzo fa s con la testa, ha davanti una pozza melmosa e i piedi gli dolgono e la cravatta lo
soffoca.
 Lo spirito,  conferma Ada.
 Sono proprio curioso di sapere se  la ricchezza di spirito che ha pagato il conto del tuo
parrucchiere, Cecilia . La voce di Vincenzo  di una calma terribile. Ada ha come un sussulto. Cecilia
scuote il capo.
A tavola il silenzio si  fatto pesante. L'ingegner Bernardi rompe il ghiaccio:  Ve l'ho mai
raccontata la storia del tipo che voleva assolutamente un prestito?
Per fortuna  il momento dei regali.
Cecilia guarda Vincenzo freddamente:  Oh, la pentola a pressione, come l'hai capito?
 Molto distinto il cappello di feltro con la tesa floscia...
La sciarpa per nonno Michele Angelo  rimasta impacchettata, la vedr domattina. C' anche il
frullatore e la cravatta regimental e le scarpe da tennis e un quadretto della Madonna di Fatima. E poi
un'altra cravatta, una colonia, un dopobarba  Oh non doveva  e un fermacarte, e pastelli, un libro
di avventure, e poi una pinza per arrosti, uno scaldavivande e poi un foulard di seta, una pista
smontabile, e poi... Poi Marianna porta il suo regalo per il nipote.  un quadro, una cosiddetta
riproduzione d'arte di un dipinto di Caravaggio: San Matteo e l'Angelo, raffigurante l'angelo che detta
il Vangelo al santo.
Panettone o pandoro? Il dilemma si dilegua presto.
 Io sceglierei il pandoro che pur essendo buono come il panettone  tuttavia pi leggero, 
comincia l'ingegnere.
 Mah...  riflette Cecilia.  A me questo pandoro mi sembra una diavoleria... Insomma voglio
dire... La tradizione.
Vincenzo pensa che  straordinario constatare quanto un argomento inutile possa essere utile.
Il tavolo  pieno di bicchieri sporchi, Marianna ha fatto sparire i piatti unti e si aggira furtiva per
rimettere ordine senza che Cecilia la rimproveri. Gusci di noce invadono il campo, macerie di un
piacere consumato a forza.
La tavolata ha cominciato a scoordinarsi. Domenico muore di sonno, Vincenzo ha allentato la
cravatta e slacciato il primo bottone della camicia, Mimmu e l'ingegnere discutono di politica.
Tra pochissimo bisogner organizzarsi per la messa di mezzanotte. Ma senza Michele Angelo
perch Marianna lo porta a casa.
 No, no,  sta dicendo Ada mentre tenta di mettere il cappottino al figlio.  Vuoi dormire
proprio stanotte che nasce Ges? Non si pu andare a dormire proprio stanotte. Ora si va tutti insieme a
vedere Ges che nasce.
Domenico fa no con la testa.  Lascialo stare,  dice Vincenzo entrando nella camera. 
Sistemalo nel letto degli ospiti, resto io qui con lui.
 Non vieni in chiesa?  si stupisce Ada. Sta per cedere e quasi posa il cappottino sul bracciolo
della poltrona.
 Vestilo! Finisci di vestirlo!  ordina Mimmu arrivando in quell'istante.
  stanco,  insiste Vincenzo senza nemmeno voltarsi.  Lascialo qua, sto io con lui mentre
andate in chiesa.
  generoso da parte tua, ma...
 Generoso?
I due uomini si fissano senza aggiungere altro.
Ada si guarda attorno come a cercare aiuto, in cima al corridoio verso l'ingresso Cecilia e
l'ingegnere scherzano e si stanno vestendo. Ada si sente l'eroina di un film dove il suo ruolo  quello
della schiava indiana incatenata al cospetto di una tigre feroce.
 Non intestardirti senza motivo... lascialo qui a dormire,  ritenta Vincenzo, ma senza quel
tono tranquillo che avrebbe voluto.
Giusto perch la risposta sia eloquente Mimmu si piega verso suo figlio come un Baldassarre
adorante.  Ges Bambino ti aspetta,  sussurra.
Dalla cima del corridoio Cecilia chiede se sono pronti.
Cos accade, e l'arma spesso  un sorriso di resa. Se solo riuscissi ad abbracciarlo, sta pensando
Mimmu. Ma continua a fissarlo. E Vincenzo vorrebbe solo che cedesse.
Accade a quel punto che Mimmu afferra il cappottino di Domenico.  Alzati subito!  Ha un
tono che non lascia possibilit di replica. Quel tiro alla fune di sguardi si deve spezzare alla fine.
 Basta!  prova a imporsi Ada. Ma nessuno l'ascolta.
 Che succede?  chiede Cecilia arrivando dal corridoio.  Non sei ancora pronto?  domanda
al marito.  E voi che aspettate?  continua rivolta a Mimmu e Ada.
Vincenzo immagina Cristo che con furia sorridente si avvicina al venditore di profumi. Che
cosa hai fatto di me? chiede il Messia. E l'altro, dal suo banchetto, lo fissa con lo sguardo di chi non
sa che rispondere. Faccia la fila, immagina che dica un signore col cappotto... Che cosa avete fatto
di me? continua a chiedere il Figlio del Padre... L'abbiamo fatto per amore, gli risponde qualcuno.
L'abbiamo fatto per riconoscenza...
 E avete perduto voi stessi, avete ridotto il mio tempio a un covo di ladri... Vi siete pasciuti di
tutto l'amore del mondo e gli avete dato un prezzo...  scandisce Vincenzo all'improvviso, nel
silenzio.
Cecilia lo guarda malissimo:  Amore, amore... L'hai sempre pronunciata a sproposito quella
parola. Che ne sai tu dell'amore?  Vincenzo abbassa la testa.  Vieni alla messa con noi?  gli chiede
quindi, secca.
Solo questo.
 No . Nella voce di Vincenzo c' il rantolo del moribondo.
 Bene,  fa lei togliendosi il cappotto.  Allora non ci vado nemmeno io . E poi:  Cominciate
ad avviarvi!  grida agli altri che stanno aspettandola nell'andito.
Gli altri si avviano.
Restano soli. Ritornano soli.
Per un po' nemmeno si parlano. Da qualche tempo il silenzio  diventato un peso quasi
insostenibile, altri tempi quando si parlava per ore senza aprire bocca. Cecilia non sa nemmeno per
quale motivo abbia deciso di stare a casa anche lei, l'ha fatto e basta, agendo d'istinto, forse nella
speranza di dare fastidio al marito. Perch sono arrivati al punto da ritenere una vittoria la sconfitta
dell'altro.
Quando lei rompe il silenzio  come una liberazione:  Che cosa si fa?  chiede.
Vincenzo, che sta guardando fuori dalla finestra, nemmeno si volta:  Si dorme,  dice.  Non 
cos che fai tu?
A lei scappa un suono strozzato, come se lui l'avesse pugnalata in pieno petto.  Mi riferivo a
noi due,  quasi non riesce ad articolare.
 Anch'io,  fa lui, secco.
Cos Cecilia lo raggiunge alla finestra:  Bestia!  sussurra come se dovesse trattenere il pianto.
 Bestia!  ripete in crescendo.  Bestia! Animale!
Sembrano passati secoli da quando invocavano la morte piuttosto che offendere l'oggetto del
loro amore.
 Va bene,  commenta lui. La vede sul riflesso della finestra mentre alza il pugno. Si volta di
scatto per bloccarle il polso. Restano cos: lei col braccio alzato minaccioso e lui che l'afferra.  Io ero
l,  scandisce Vincenzo.  Io c'ero e tu dormivi!
Lei viene colta di sorpresa da un singulto tremendo che  l'espressione dello sforzo che sta
facendo per non piangere. Ha davanti suo marito. Lo pu guardare negli occhi e sentire che non c'
incertezza nel suo livore. Tenta uno strattone per liberare il polso, ma capisce che lui non ha nessuna
intenzione di abbandonare la presa, anzi l'attira a s.  No,  dice lei, prima solo con la testa, poi con la
voce:  No!
Ma lui nemmeno l'ascolta: freddo, preciso, la stringe piegandole il braccio. Alto e corpulento
com' la spinge contro la parete. Si appoggia a lei con tutto il corpo facendole sentire quello che vuole.
 No!  insiste lei. Ha paura davvero perch lui non parla, solo continua a palparla come fosse una
donnaccia. Quando lui artiglia le mutandine sotto la gonna lei comincia a piangere:  Perch?  sta
chiedendo. Ma  chiaro che Vincenzo non sa rispondere se non col corpo, con la frenesia impassibile
dei suoi gesti, con la violenza cieca.  chiaro che vuole solo offenderla nel modo peggiore che conosce.
 chiaro che ci sono tre anni di silenzio in quella furia fredda. Ora le far male davvero perch vuole
farlo, le lascer addosso lividi e contusioni, la scoper. Lei capisce che ha passato il confine:  Non
cos,  tenta. Ma lui la scaraventa verso il divano torcendole il braccio per costringerla ad abbassarsi, le
ha strappato la gonna e ora armeggia per liberarsi dei pantaloni. E quando ce la fa la penetra senza
troppi preamboli. Lei grida, perch quell'abisso non ha senso. Poi tace, ma lui comunque, inutilmente,
le preme il palmo contro la bocca perch non parli.  pesante, ansima, eiacula trattenendo un lamento
ferocissimo, poi si accascia.
Per alzarsi in piedi deve toglierselo di dosso.  un corpo morto ormai, e c' da credere che senta
su di s tutto il peso di quanto ha fatto.
Lei prova a sistemarsi i lembi strappati della gonna, ha il labbro inferiore che le sanguina, un
livido circolare sul braccio, il collo le fa male.
Barcolla verso il bagno. L'immagine del suo viso stravolto e della sua permanente intatta va ad
attaccarsi subito alla superficie dello specchio appeso alla parete sopra il lavandino. Chiude la porta a
chiave.
La coscienza di lui sembra risvegliarsi quando la sente piangere. Con lentezza si alza in piedi
per rimettersi in ordine, poi si avvia verso il bagno per raggiungerla, non ci prova nemmeno ad aprire la
porta: lei piange come non l'ha mai sentita prima, con una specie di raglio rabbioso. A Vincenzo non ci
vuole tanto per stabilire in che cumulo di macerie abbia trasformato la sua casa, in che putrida cloaca
abbia trasformato il suo amore. Ma  troppo tardi per piangere. Cos, senza fretta, attraversa il
corridoio, stacca il soprabito dall'attaccapanni dell'ingresso, lo indossa. Aspetta ancora qualche
secondo prima di aprire la porta.
Adesso a lui piacerebbe raccontare una storia diversa, qualcosa che non sia avvenuto realmente,
ma che comunque possa aiutare a spiegare l'inspiegabile. Gli piacerebbe per esempio che ci fosse
qualcosa che non  mai stato detto a proposito di Cristo e i mercanti, e cio che dopo la furia Cristo
stesso ha aiutato i mercanti a recuperare le loro cose e poi magari sono andati tutti insieme a bere e
mangiare. Tanto perch capissero quanto pu essere impressionante la potenza del perdono.
Ma dal bagno il pianto  diventato un'ostinazione di mantice azionato a pedale.
E non c' pi nulla che possa essere perdonato.
Esce.
Nulla
Dicevano che aveva smesso, ma non era vero. Io lo so che, anche se di nascosto, beveva
eccome. Io mi domando come si fa, una persona cos distinta, perch accidenti a lui, rimaneva un
bell'uomo, alto imponente, con una bella testa di capelli che s'ingrigivano. Tutto Chironi, eh. Si era
dato al bere perch non siamo mai contenti, anche quando non ci manca niente sembra che ci manchi
tutto. Mai contenti davvero. Adesso ditemi che cosa poteva volere di pi questo cristiano, i soldi non
gli mancavano, la casa, e che casa, nemmeno...
La casa era di quella fascistona della zia. Lei per questo nipote era impazzita, non vedeva altro.
Cosa non era quell'uomo per lei! Non si ha idea di cosa  successo quando lui non si trovava. Dice che
avevano passato una bella serata la notte della vigilia, tutti a cena. Non so quanto avevano speso solo di
regali, perch quella  gente che non deve fare sacrifici. Eppure vedi, anche quando sembra che non
manchi niente qualcosa manca. Poi, resti tra noi, questo matrimonio con la moglie che  fuori casa dal
mattino presto al pomeriggio, che matrimonio ? Va bene che i tempi stanno cambiando, per carit
mica dico che bisogna fare le schiave per il marito, ma non so, un minimo di attenzione in queste cose
ci deve essere, perch se un marito non te lo tieni, quello ti scappa e poi hai poco da lamentarti della
malasorte. Eh? Ditemi voi che bisogno aveva di lavorare questa cristiana? Non  che gli mancasse il
pane, grazie a Dio di roba ne avevano. Ma succede sempre cos: chi ha troppo e chi ha nulla, se sapessi
i sacrifici che devo fare io con quattro figli...
Insomma lo cercano dappertutto, m che non dev'essere una bella cosa. All'inizio pensavano
che fosse tornato a casa del nonno, ma l niente. Cos lo cercano in giro per i bar e le bettole, che qui
non mancano. Niente. Non l'hanno nemmeno visto. La macchina non c', quindi c' qualche possibilit
che se ne sia andato fuori Noro. Per quale motivo non si sa. Ma dice che con la moglie le cose stavano
andando male. Io credo che dipendesse dal fatto che lei voleva fare la moderna e questo marito lo
trascurava. Con tutta la buona volont non si pu fare una cosa e l'altra. Voi lo sapete cosa significa
fare tutto quello che c' da fare in casa, e allora ditemi se  possibile riuscire...
Ohi che lavoro e lavoro, lui era diventato un bumbone, tutto qui. Quando si preferiscono gli
amici e le bettole alla famiglia succede cos, ve lo dico io! Lui c'aveva troppi interessi, troppi affari in
giro, era uno con un'altra testa, si vede proprio che non era stato allevato da queste parti. Guardate che
queste cose contano, a lungo andare una testa diversa fa la differenza. Era attaccato ai quattrini come
sono i Chironi, su quel punto era proprio di razza. Per carit, lavoratori, non  che si pu dire che
abbiano rubato in giro, quello che hanno fatto l'hanno fatto col sudore della fronte. Per la situazione
era metzana forte: pensate che per due giorni dopo che era uscito di casa nemmeno si sono preoccupati
pi di tanto, perch lo faceva spesso di assentarsi negli ultimi tempi.  il terzo giorno che  sembrato
strano. Comunque chi era al cenone quel 24 dicembre, prima che uscisse di casa, dice che sembrava del
tutto normale, sempre un po' nervoso, ma non pi di tanto. Lui era cos, era un Chironi da quel punto di
vista, uno serio, uno che non  che desse confidenza. Perci, escluso questo, sembrava del tutto
normale. Dice che hanno cenato abbastanza tranquilli...
Tranquillissimi, posso confermare, una serata impeccabile. Ci siamo intrattenuti a tavola molto
amabilmente... Se ho notato nervosismi? Mi pare di no... Direi di no... Vincenzo Chironi ha avuto la
delicatezza di coinvolgermi in un rito privato sapendo che io ero solo a Noro... Sa io non sono di qui,
ma il mio lavoro mi ha portato qui. E il Chironi, col quale intrattenevo rapporti di lavoro, io sono nel
campo edilizio, mi ha invitato a trascorrere la vigilia con la sua famiglia. Un signore per me, un vero
signore, una moglie squisita. Non posso davvero aggiungere altro, la circostanza della sua scomparsa
mi coglie del tutto impreparato. Allibisco davvero, non so spiegarmi...
Al terzo giorno cominciano a preoccuparsi davvero. Anche la zia, la fascistona, si mette in giro
per cercarlo. Poi dice che se n' tornata a casa e se lo trova in cucina seduto come se niente fosse. Tzia
Marianna  in quella situazione che se avete perso di vista un bambino capite subito. Insomma,  l a
met tra il sollievo e la rabbia. Cos d'istinto lo piglia a voci: che non sono cose da fare, sparire in quel
modo! Che ha fatto impazzire tutti! Che Mimmu  finito chiss dove per cercarlo! Ma lui nemmeno
risponde, abbassa la testa come sentisse il peso di una marachella un po' troppo grossa. Cos lei lo
raggiunge al lato del tavolo dove si  seduto e si accorge che  vestito con lo stesso doppiopetto blu del
giorno in cui si  sposato, e che ha tutti i capelli neri come la pece, ed  asciutto come un figurino. Non
vi dico altro...
Lo trova Mimmu. In un posto dove nessuno l'aveva cercato. Ma questo  successo solo perch
Vincenzo Chironi era uno che faceva tutto di testa sua. A vederlo si capiva che c'era qualcosa che non
andava, ma non si poteva dire esattamente cosa. Quando sei cresciuto in un istituto, in Continente, non
puoi venire su come un essere qualunque. Comunque al quarto giorno che lo cercano a Mimmu gli
viene in mente che Vincenzo ha accennato a un'officina che ha acquistato, una specie di costruzione
mista tra un garage e un capannone proprio verso Predas Arbas, dove hanno fatto le case dell'erlaas.
Non sa dove si trovi esattamente, ma, pensa tra s, non ce ne saranno molti di capannoni da quelle
parti. Infatti non ci mette troppo a trovarlo, e capisce che l'ha trovato perch vede la Millecento
parcheggiata fuori. Il posto  chiuso dall'interno, ma non si tratta di una chiusura inespugnabile: dopo
due, tre strattoni cede. C' buio. Mimmu avanza e chiama: Vinc, Vinc, aj non fare lo scemo...
Vinc ci sei?
Lui c', in una specie di stanzetta che nel progetto doveva fungere da zona servizi dell'officina.
Si  appeso per il collo all'inferriata di una finestrella alta...
Dice che il suo amico  caduto a terra come se gli fosse arrivato un pugno in pieno stomaco. E
dice che  rimasto seduto a guardare l'impiccato immobile con i piedi a un metro dal pavimento e le
scarpe lucide. Vedete com' che il nostro sguardo si posa sui particolari per ignorare il generale,
volontariamente. Quando lo sguardo non vuol vedere non c' nulla che si possa fare. Cos dice che
Mimmu si fissa l, sulla punta lucidissima di quelle scarpe che, chiss da quando, hanno smesso di
oscillare. All'inizio neanche pianto ha. Solo gli  sembrato che respirare diventasse sempre pi
difficile, che l'aria si era fatta di gomma. Poi gli  venuto in mente che per quanto si resista a un certo
punto bisogna cedere, e gli  venuto in mente che, in quella solitudine, poteva piangere senza testimoni
e maledire la terra e ogni creatura, e magari per farsi pi male, poteva ricordare il giorno che Giovanna
Podda gli aveva chiesto se poteva portare a Noro quell'uomo troppo alto. E lui maledetto aveva detto
di s. Che quello era uno di quei s di cui ti penti per tutta la vita. Ma pentirsi di Vincenzo? No, si dice.
Pentirsi della creatura pi addolorata di questa terra?
Fuori regna la notte pi silenziosa che si sia mai vista. L'inverno ha stordito qualunque forma di
vita, ha frantumato ogni tentativo di resistenza e ha ridotto qualsiasi cosa a un mutismo che
instupidisce. Quel corpo appeso ha raggiunto la stabilit.  possibile che, nella solitudine, giorni prima,
ore prima, abbia oscillato in modo convulso, poi sempre pi lentamente, fino a fermarsi, come se la vita
esteriore avesse preferito esercitare il suo potere contro la vita interiore che se n'era andata col respiro.
Che fece Mimmu? Semplicemente decise di piangere e pianse, da solo, col suo amico, con l'uomo pi
affamato d'amore che avesse mai conosciuto, con quella bestia troppo taciturna che non si capiva mai
cosa avesse in mente davvero...
Quando Mimmu arriva a casa per parlare con Marianna, lei sa gi tutto. E ve la racconto come
l'hanno raccontata a me: lui entra e lei lo guarda in faccia e lo anticipa prima che apra bocca. Gli dice
che proprio nella sedia dove  seduto lui, solo il giorno prima, c'era seduto Vincenzo, ritornato
bellissimo, perch brutto Vincenzo non  stato mai. E pare che Mimmu abbia confermato ogni cosa,
ogni circostanza. Ha gli occhi asciutti come uno che ha finito le lacrime. Ora non resta che avvertire
Cecilia. Marianna lo informa che, tanto perch le cose non vengono mai sole, proprio Cecilia  caduta
in casa, l'ha vista:  livida in faccia e sul braccio, dove dice che ha tentato di appoggiarsi cadendo. Lei
ha da fare adesso. Quando Mimmu chiede come bisogna procedere, raccontano che lei abbia
semplicemente alzato le spalle: Marianna Chironi, fu Serra-Pintus,  una a cui le tragedie non fanno pi
n caldo n freddo. Ha negli occhi un'impassibilit straziante. L'unica cosa, dice,  che a Michele
Angelo non bisogna dire nulla. Nulla! Intesi?...
Perci cercano di nascondere le circostanze della morte di Vincenzo e provano a far passare
quel suicidio come incidente. Smuovono mari e monti. Dicono che Mimmu in persona si sia recato a
Torp per portare a Noro lo stesso prete che sette anni prima aveva celebrato il matrimonio fra Cecilia
e Vincenzo. Il funerale fu di quelli nuoresi, e non dico altro. Durante la predica quel prete che aveva
conosciuto Vincenzo nel '43 racconta di quando era morto il suo cane e insieme l'avevano seppellito,
era l'anno tremendo dell'infezione di malaria, quella stessa che Vincenzo aveva contribuito a debellare.
E poi racconta che senza dire niente ad anima viva, Vincenzo aveva fatto ricostruire a sue spese il tetto
della chiesetta di Sant'Antimo e tutte le cumbissie, dove, appena arrivato in Sardegna, era stato
accolto...
Sul fatto della messa si sono messi d'accordo solo perch prete Virdis pare che una volta a
Noro si sia recato dritto in vescovado dove conosceva monsignor Melas, per spiegargli che quello che,
tecnicamente, poteva sembrare un suicidio, di fatto era l'ultimo atto di un uomo schiavo dell'alcol che
non aveva nessun controllo sulle proprie azioni. Implora l'amico perch si metta una mano sul cuore
generoso e conceda il perdono e il nulla osta per quell'anima sofferente e per quelli che restano che
sono figli cari di Madre Chiesa. Cos, solo grazie a questa intercessione, concedono a Vincenzo una
messa e un perdono che non aveva chiesto...
Quando lo interrano mancano esattamente quarantotto ore al 1960. Cecilia coperta come una
prefica arriva al cimitero insieme alla sorella e al cognato, poi sopraggiunge Marianna che la bacia in
fronte davanti a tutti. Sulla tomba di famiglia si lavora per il nuovo inquilino, insieme a Pietro e Paolo,
i gemelli, e a Giovanni Maria e Franceschina, nati morti, e a Gavino che non  presente in corpore
perch sepolto da qualche parte in un'isola del Mare del Nord; anche di Mercede, la nonna, ci sono solo
la foto e il nome inciso, perch scomparsa ventiquattro anni prima e mai ritrovata; Luigi Ippolito, suo
padre, riposa nel Sacrario degli Eroi poco distante.
Quando la lapide chiude la pratica Chironi Vincenzo, Cecilia vi posa sopra una foto del marito
che sorride. L'ha fatta stampare su ceramica e incorniciare su un supporto di marmo sul quale ha fatto
incidere, in caratteri tutti maiuscoli, la parola PADRE.
Parte quarta
1972 e 1978
Indifferenti al fato, come addormentati.
F. HLDERLIN , Il canto del destino.
Prima persona
Pare che io venga da una famiglia antica. Una stirpe spagnola che ha cambiato nome e costumi
per destino, o per scelta, anche questo non  chiaro. I Chironi si chiamavano Quirn, questo diceva mio
bisnonno Michele Angelo. Mio nonno Luigi Ippolito e mio padre Vincenzo non li ho conosciuti, ma
dicono che si assomigliassero in tutto e per tutto.
Quanto al mio nome io sono Cristian, Cristian Chironi.
Ora perch mi abbiano dato questo nome  una storia a parte, che fa da sola un racconto: posso
dire che per i dottori del reparto ostetrico non avrei superato la notte, e che mia madre volle darmi un
nome che non intaccasse la lista dei Lari. Sprecare un nome per un neonato moribondo pu sembrare
un cercarsi la malasorte.
Ma andando con calma, devo partire dal fatto che due mesi dopo la morte di mio padre, mia
madre si accorse di essere incinta. E magari lo sapeva da sempre, dal momento stesso in cui  successo
voglio dire. Le donne queste cose le capiscono al volo.
Prima di me mia madre era rimasta incinta due volte, e tutte e due le volte era andata male
perch pare che lei avesse un problema che non portava a termine le gravidanze. Cio il feto cresceva
fino a un certo punto, poi era come se avesse fretta di nascere, solo che troppa fretta non va bene in
queste cose. Cos quando si accorge di essere incinta  come se insomma le fosse data un'altra
possibilit, ha appena perso mio padre...
Mia madre lavora all'onmi, fa la puericultrice, io lo so perch sono cresciuto con lei, ho fatto
l'asilo dove lavorava lei. E l, quando lei era incinta di me, c'erano medici pediatri che si occupavano
dei consultori. Uno di questi, si chiamava Dottor Gabbas, un giorno dice a mia madre che siccome 
chiaro che lei soffre di incontinenza cervicale bisogna prevedere l'imprevedibile e che quindi, arrivati
al sesto, settimo, mese di gravidanza, si deve forzare la mano alla natura, tenere il feto dentro fino a che
si riesce e poi farlo nascere prima che sia il corpo stesso della madre a ucciderlo. Le spiega che le cose
in pochi anni sono cambiate, che nel campo dell'ostetricia si sono fatti passi da gigante, che si pu
tentare di tenere in vita anche un feto prematuro grazie a nuovi strumenti che si chiamano incubatrici,
che poi non sono altro che uteri artificiali.
Perci passano sette mesi. Dottor Gabbas dice che non si deve aspettare pi, che vada come
vada il parto va provocato in quel momento. Mia madre viene immediatamente ricoverata all'ospedale
San Francesco di Noro, dove nasco io, settimino e anche podalico. Non  un parto semplice, ma io
vengo fuori vivo. Non per molto, dicono: tutto insufficiente, i dati vitali non promettono niente di
buono. Questo neonato non passa la notte, dicono. E allora arriva il cappellano dell'ospedale a chiedere
a mia madre se quella creatura la vuol far morire in grazia di Dio o no. Occorre un battesimo in articulo
mortis, dice. Cos si organizza la cerimonia. Mia madre non vuole che si avverta nessuno, allora una
suora del reparto accetta di farmi da madrina. Quando si tratta di decidere che nome darmi sorge il
dilemma. Mia madre ha vissuto abbastanza con i Chironi per sapere che noi siamo razza intera, enfatici
come pittori di battaglie, e sa bene che in quel preciso momento deve prendere una decisione
importantissima.
Cos si arriva al punto in cui lei  combattuta tra darmi un nome di famiglia, magari Luigi,
magari Gavino, oppure no, congedarmi con un nome qualunque perch nel paradiso dei neonati
qualcuno sia in grado di chiamarmi in qualche modo.
Decide per questa seconda opzione. E decide per Cristian, che  un nome che non si pu sentire,
ma  quello del parrucchiere che le ha fatto la permanente proprio il giorno della vigilia di Natale in cui
sono stato generato. Io voglio pensare che mia madre volesse collegarmi con quel nome a qualcosa di
dolce, a un sentimento di felicit come quello che lei deve avere provato quando si sentiva bella, a
posto, con i ricci compatti... E mio padre era fuori, in macchina, che l'aspettava.
L'incidente non previsto  che io non sono morto quella notte. Anzi pi passava il tempo e pi
le mie condizioni, dentro all'incubatrice, miglioravano.
Sette giorni dopo la mia nascita, il 29 luglio 1960, sono a casa. Mia madre non pu allattarmi e
con tutta probabilit dovr subire ben presto un'isterectomia, ma io ci sono, sar un figlio dei tempi
nuovi, crescer col latte artificiale.
Quando mia prozia Marianna scopre che sono gi stato battezzato e che mi  stato dato il nome
Cristian, succede il finimondo. Quel nome proprio non esiste, perch non vuole dire niente, niente di
niente! A lei non basta il miracolo della mia sopravvivenza, lei vuole che le cose ritornino al loro
schema naturale. Cristian  qualcosa che sembra partorito da un rotocalco, un esotismo insopportabile,
peggio che essere morti. Tzia Marianna  diventata cos per il troppo soffrire, pensano tutti. Dura come
il ferro, tremenda, impossibile da convincere. La mamma qualche volta ha detto che se non fosse stata
cos sarebbe gi morta da un pezzo. Invece si  fatta pi tenace di qualunque morte. Lei allo scheletro
con la falce gli fa le boccacce. Non teme niente. E allora, considerato che la creatura  nata, ed 
maschio, bisogna per forza di cose cambiargli il nome. Fine delle discussioni. Perci appena mi portano
a casa nemmeno mi guarda, si sistema per uscire e se ne va in chiesa. L spiega al parroco come stanno
le cose, e gli chiede di ripetere il rito e cambiare il nome. L'altro le risponde che il battesimo impartito
in ospedale  valido a tutti gli effetti e che quel nome non si pu cambiare: si pu, alla meglio,
celebrare un rito di ringraziamento e magari aggiungere, dopo una virgola, altri nomi di buon augurio.
Mia prozia Marianna pensa che quel risultato  meglio di zero. Si procede al rito previsto e
dopo la virgola mi danno il nome di Luigi Vincenzo Giovanni Maria.
Da allora, per decreto di mia prozia, nessuno a casa  autorizzato a chiamarmi Cristian, ma
Luigi o meglio Gigi.
Quel nome mi ritorna addosso il primo giorno di scuola. Alle elementari quando sento per la
prima volta il mio nome Chironi Cristian, quasi ho un attacco di panico:  come avere perennemente un
altro seduto accanto a me, che non conosco.
Sono stato un bambino molto amato. Mia madre mi ha portato all'asilo con s finch non le 
stato impossibile continuare a farlo. Cos dai cinque anni in poi ho vissuto con la mia prozia e mio
bisnonno Michele Angelo.
L ho imparato quelle cose sulla mia famiglia che dicevo prima: il fatto che veniamo da lontano,
che siamo una stirpe orgogliosa e discreta.
So di mio padre che ha lottato contro le cavallette e la malaria, che ha fornito il ferro per
costruire la chiesa nuova della Madonna delle Grazie. E che se anche non era nato qui tuttavia mai
nessuno lo consider estraneo perch nel corso del tempo, nell'inferno felice di epoche in cui tutto
sembrava finito, fu proprio mio padre, sardo e friulano, a far ricominciare tutto: l'officina, l'impresa, la
stirpe.
Io e mio bisnonno guardavamo la televisione come se avessimo la stessa et, e forse era cos:
quando io avevo nove anni lui ne aveva quasi novantanove ed era dritto come un palo, niente che
facesse pensare a tutto il secolo che aveva addosso. Aveva la mano grandissima e coriacea, quando
teneva la mia era come se un'aquila stringesse fra gli artigli un coniglietto.
Io ho amato mio bisnonno con tutto me stesso. Non ci dicevamo nulla io e lui, guardavamo la
televisione: quando uccisero Robert Kennedy, quando gli astronauti arrivarono sulla Luna che lui
diceva che non era vero, che era tutto un imbroglio e mia prozia invece diceva che quelle cose non si
fanno, che il creato va lasciato nella sua intangibile segretezza perch se no a noi umani quella
presunzione ce la fanno pagare.
La televisione l'avevano messa dove prima c'era la cucina economica e ora invece c'era il
mobile letto dove qualche volta mia prozia Marianna faceva sistemare mio bisnonno per non farlo
affaticare. Io a casa di mio bisnonno avevo la camera dove ha dormito anche mio padre. Che era una
camera quasi vuota, con due letti e un piccolo tavolino.
A casa mia, in via Deffenu, invece, la mia stanza era piena di giocattoli e di libri. Sopra il letto
era appeso un quadro dove si vedeva un vecchio che si chiama san Matteo che ascolta un angelo.
L'angelo arriva dall'alto e sembra che conti con le dita, come facevo io alle scuole elementari. Questo a
me e alla mamma ci faceva sempre ridere.
Poi c'era lo zio Mimmu che io chiamavo zio anche se non era zio, ma il padre di Domenico che
io dicevo che era mio cugino anche se non era mio cugino. Le cugine vere che avevo erano due gemelle
che per vedevo poco perch si erano trasferite a Cagliari con la loro famiglia, che poi era la sorella di
mia madre e suo marito.
Io ho pianto veramente solo quando  morto mio bisnonno Michele Angelo. Avevo dodici anni.
Lui centouno. Guardavamo la televisione, una trasmissione in cui si spiegava come fanno le api a
costruire l'alveare e poi a depositarvi il miele. Lui guardava e faceva s con la testa, come a dire che era
proprio cos che si faceva. Perch lui sapeva un sacco di cose, aveva costruito i balconi pi belli che ci
sono al Corso. Insomma,  l che guarda l'ape regina che se ne sta tutta comoda mentre le altre operaie
si dannano per onorarla come pretende il suo rango. E lui fa s con la testa, poi a un certo punto
semplicemente non lo fa pi. Dice che se ne vuole andare in camera dove c' la moglie che lo sta
aspettando...
, come deve essere, una stagione immobile, prevista. Ogni corpo in cammino verso l'anima,
ogni peso che procede verso la levit, ogni carne che avanza verso la dissoluzione, ogni oggetto
consono che si appresta a diventare incongruo, ogni vicenda che sta per trasformarsi in ricordo: ognuno
ha bisogno della sua stagione, perch la metamorfosi avvenga.
Michele Angelo cammina piano, ma cammina ancora. Mentre raggiunge la sua camera e si
avvicina alla sua Mercede, sente l'odore denso, amaro, degli oleandri. E capisce che a lui  stato
assegnato quel preciso passaggio tra la primavera e l'estate, quando le piante respirano con un leggero
affanno per il caldo incipiente e rimandano aromi sussurrando. Quando le spiagge sono modellate solo
dal vento, e i cardi di mare assediano i gigli. Ha contezza assoluta di ci che gli sta accadendo e si sente
sereno proprio quando credeva che si sarebbe agitato. Ora che si sta avviando ripensa a quello che ha
detto mille volte: solo alla morte non c' rimedio. Infatti non ce n', ma sorprendentemente questa
certezza non lo spaventa per nulla. Non sa come spiegarselo: l'unica cosa certa  che allo stesso modo
in cui  venuto al mondo, ora se ne sta andando. Respira a fondo, pensa all'ambiguit del volo che non
si sa mai se derivi da una spinta dal basso o piuttosto da una presa invisibile dall'alto. Si godr tutto
quello che resta, l'aria  tiepida grazie a Dio. Avanzer senza correre.
Cos, mentre cammina verso la stagione degli oleandri, Michele Angelo si guarda le mani e
pensa che sono tutto quanto ha di veramente immortale. Fra quelle mani stringe la sua vita restante
sotto forma di cardellino che palpita. Da quelle mani sono scaturiti pensieri pesanti, trame di ferro
leggerissime: cancelli, balconi, ringhiere, inferriate, alari. Tutti esercizi di sopravvivenza, come una
poesia perfetta. Come un ricordo sfiorato di nascosto, per apparenza di fortezza che invece, dentro, urla
una magnifica debolezza. Come un preciso progetto di rivalsa contro ogni solitudine. Aprendo quei
cancelli, appoggiandosi a quei balconi, accarezzando quelle ringhiere, afferrandosi a quelle inferriate,
chiunque pu ascoltare il calore di quelle mani che le hanno prodotte. Le sue.
Ecco l casa Lostia: il ferro  come filo di cotone ritorto, pare ricamato al tombolo;  una trama
indiavolata di filamenti sottili, un merletto che si apprezza controluce, una rete che pare sensibile al
vento. Quella balconata  posata sulla base come se non avesse un sostegno vero e proprio. Ora che
avanza Michele Angelo pu rivederla per bene, e capire fino a che punto la sua visione ha superato le
sue competenze; fino a che punto le sue mani hanno pensato al posto della sua testa. Ora sa tutto,
conosce ogni singola voluta, pu vedere ogni colpo di martello che l'ha prodotta. Era la stagione bella
in vita, il paradiso in terra: i gemelli erano appena nati. Tutto iniziava in quella sorta di caos
meraviglioso che la sua felicit aveva creato.
Poi la casa Tangianu: le inferriate panciute che ne sbarrano le finestre al piano terra come
femmine incinte, enormi, pronte a sgravarsi. Per quella facciata ha forgiato tre guardiane immobili
senza sussiego: solo linee curve, dense come una colata di piombo.  un sipario grigio che ha messo
contro il destino che sopraggiungeva senza bussare. Mercede aveva subito un aborto. E chiunque si
affacciasse a quelle finestre avrebbe potuto concepire l'amarezza nauseante della fitta dopo l'incanto:
proprio come quando si incrina il cristallo. Quando si spezza un sorriso. Quando si delude
un'aspettativa.
Tutta la sua esistenza era trascorsa in questo imprimere tracce, lasciare segni, dare vita
all'inanimato, senza sosta. Perch all'atrocit di qualunque domanda sapeva rispondere col coraggio,
con l'ostinazione cieca di chi si arrischia ad affrontare quello che non conosce.
Gli alari di casa Mastino, che l'avvocato in persona riconosce come opere d'arte e li mostra agli
ospiti che trasecolano, ospiti cittadini, che hanno visto Roma e Parigi, ma mai, mai, il ferro lavorato
come fosse una stoffa, ritorto e ricucito come se non avesse resistenza, quasi snervato, senza nessuna
rigidit neanche dopo la tempratura.
E ancora la ringhiera di casa Triscritti, nera come l'ultimo giorno dell'umanit per il metallo
intriso di fuliggine a caldo, che brulica come un cesto di anguille, fluida e lucida, viscosa e spiraloide,
sempre in movimento per ogni brezza che rimanda sulle spire il chiaroscuro dell'ombra delle fronde.
Impossibile da fermare perch ogni variazione la smuove. Sensibile oltre ogni possibile aspettativa,
vibrante come una corda d'arpa.
E l'inferriata del palazzo comunale, divelta per far spazio a un edificio moderno con infissi
d'alluminio? Come spiegare con quanta tenacia abbia tentato di resistere alle macchine che avevano il
compito di sradicarla, quasi fosse un filare di pioppi aggrappati al terreno? Era una teoria di sbarre
squadrate a mano, una per una, la linearit interrotta da un bulbo centrale fuso a caldo e poi limato fino
a che le due carni, quella della sbarra e quella del bulbo, non diventassero una carne sola.
Ecco ora, con la luce finalmente giusta, pu attraversare le sue sconfitte senza rimpianti. Il
cardellino fra le sue mani ha smesso di tentare battiti d'ali, ma ancora resiste.
E di casa Chironi che si pu dire? Casa caduta. Col cancello immenso dell'officina rimasto
sbarrato per anni, come succede quando posti pieni di vita esalano l'ultimo respiro. E penetrano dentro
al buio del silenzio assoluto. Erano voci che avevano costruito quel cancello, le risate dei suoi bambini,
di Pietro e Paolo, e poi Gavino e Luigi Ippolito, quelle stesse che ora si erano definitivamente spente.
Michele Angelo l'aveva pensato come una pergola di vite: foglie, grappoli e riccioli. Mentre prosegue
nel suo andare pu osservarlo per bene:  talmente bello, anche cos, aggredito dalla ruggine, assalito
dai rampicanti. Ha chiuso fuori la stagione della luce quel cancello, ha permesso che impazzasse
l'inferno, l'inferno infinito.
Perci ritornare alla dimenticanza da cui  partito gli pare decisamente un premio. Lo consola il
fatto che, per quanto si sforzi, non riesce a ricordare il primo pensiero di s di cui ha avuto coscienza.
In questo tentativo pu spingersi al massimo fino ai corridoi dell'orfanotrofio dove Giuseppe Mundula,
fabbro e vedovo, l'ha preso, a nove anni, perch avesse una famiglia e un mestiere. Prima nulla.
Ed  a quel prima che sta tornando.
Ma lo sai chi eri tu prima?
Io? Prima quando?
Prima, prima di tutto.
Che cosa ci fai l? Vieni a dormire.
Mercede in piedi nell'angolo in ombra della stanza fa segno di no. Michele Angelo deve
sforzarsi di mettersi a sedere.
Guarda che cosa mi fai fare Mercede Lai, femmina testarda, le dice lui, ma senza un minimo di
astio. Ho male a tutte le ossa, specifica. Ma lo sai quanti anni ho?
Lei gli sorride.  tornata giovanissima, come quando lui l'aveva vista per la prima volta
dall'alto della scala in chiesa mentre aggiustava il turibolo grande.
Lui vorrebbe spiegarle che se uscisse da quella stanza sarebbe sorpresa dal numero di
cambiamenti che sono avvenuti intorno a loro. Oggi siamo moderni amore mio, le direbbe. Esiste la
televisione. Le direbbe anche che per miracolo ha un bisnipote che tutti chiamano Gigi ma che si
chiama Cristian, che  un nome moderno.
Tu prima non eri che una bestia senza Dio, e prima ancora una pianta e, prima ancora, solo un
pensiero. E prima che pensiero eri Nulla, un nulla meraviglioso. Te lo ricordi tu quando eri nulla? Certo
che no, perch quello  lo stato di grazia... insiste lei.
E lui comincia a capire, erano anni che non si sentiva cos bene. Sente le gambe salde e le
braccia forti.
Con un balzo  fuori dal letto, pu persino correre per raggiungerla.
Fra le cose di mio bisnonno Miche Angelo trovammo una lettera:
Io sottoscritto Chironi Michele Angelo,
dichiaro e non permeto che i miei parenti quando io muoio che si vestano di nero niente lutto. Il
lutto Cari non mi fa niente il lutto  nel cuore. Unaltra avvertenza non voglio messe solo quelle corpus
presente. Non mi voglio messo in tombino in terra come mio Nipote mio Figlio e tutti gli altri. Non
voglio orfanelle no, messe se pottete una e l'elemosina guardate a chi la date. Vi prego non voglio di
chiudere il televisore, no? Solo per 8 giorni, non  un divertimento  uno svago per Giggi. Vi prego
siate buoni e rispetosi senza darmi un dispiacere in vita neanche in morte. Vi ringrazio di vero cuore
tutto l'amore e l'affetto che mi avete dato sono stato preso come un bambino. Ringrazio il Signore per
avermi dato una famiglia tanto buona il Signore ve lo dia a voi in salute e fortuna come io ve lo
auguro. Trattatevi bene con tutti, tanto cosa ne abbiamo nel mondo? Se qualche persona vi fa male, voi
se potete fategli pi bene. Se io non ho la fortuna di ringraziare io, ringraziate voi a tutti quelli che
sono venuti a visitarmi. Rigrazio di tutto di vero cuore, niente fiori un mazzo nella bara.
Io Chironi Michele Angelo,
24 Aprile 1967
Tocca a te
Mia madre Cecilia fu ricoverata all'ospedale oncologico di Cagliari nell'agosto del 1978. Era
un'ospedale importante allora, tanto che lo chiamavano clinica, le stanzette erano piccole e avevano
persino la televisione a colori. Avevo diciotto anni io e la televisione a colori non l'avevo vista mai.
Cos sapete qual  stata la prima cosa che feci? Accesi la televisione. Mi chiesi com'era che non
ci fosse il volume, poi vidi il filo delle cuffie, posate sul mobile, a tre-quattro passi da me, collegato
all'apparecchio. Ma ero troppo stanco per alzarmi a recuperarle, cos semplicemente mi misi a guardare
senza ascoltare. Guardavo immagini mute. Dallo schermo scaturivano silenzi frenetici. E mi sentivo
come doveva essersi sentito l'apostolo Matteo, prima che stabilissero la sua santit. Prima di tutto:
della conversione, della stesura del Vangelo secondo lui, del martirio in Etiopia.
Prima, prima di tutto questo.
Ma dopo che Cristo l'aveva prescelto nonostante lui stesso.
E gli aveva detto: Tocca a te.
E lui: A me?
Ecco, cos mi sentivo: prima di tutto il resto, ma non prima che il Messia l'avesse guardato e gli
avesse detto che toccava a lui. Cos mi sentivo. E c'era, presumo, lo stesso silenzio che anticip
l'intervento dell'angelo allo scrittoio, nel preciso momento in cui, nell'estremo della riflessione,
all'apostolo usuraio fu rivelato che quanto andava cercando, quanto andava almanaccando mentre
fissava la pergamena intatta, era proprio l, semplicemente, dentro al suo petto.
Come lui mi sentivo, davvero, e nemmeno mi stavo a chiedere come mai il destino mi avesse
reso tanto familiare quell'immagine di vecchio alle prese con la sua immensa fragilit. L'angelo lo
sbatt a terra e gli cammin sul torace frantumandogli il costato. Infatti presi a sentire un peso terribile
fra la gola e lo stomaco e, per un istante, mi parve di soffocare. Avevo acceso la televisione a colori,
non so nemmeno perch, e ora guardavo scene mute di carneficina. Loro guardavano me, per la
precisione. Io guardavo il sussurro fumoso che ancora sorvolava la stanza. Guardavo il sussurro che era
stato appena pronunciato.
Come dovette capitare quando il vecchio fu costretto, a furia di colpi, ad ammettere la sua
piccolezza. E quando, una volta sfinito, atterrato, a un passo dalla fine, sent perfettamente la carezza
del sussurro che gli ripeteva: Tocca a te.
E lui, accennando, arreso: A me.
Poi si alz, non senza fatica, conquist un assetto stabile nonostante i dolori che gli bloccavano
il respiro, nonostante sentisse nel petto un malessere languoroso, come di infanzia ritrovata, come di
speranza rinata, e si avvi allo scrittoio. Ecco, senza pensare, intinse la penna nell'inchiostro...
Oh non sono mai stato speciale, ho amato le cose che amano tutti: il silenzio mattutino, le
lenzuola fresche di bucato... Ho amato di innamorami. Ho amato di essere amato. Ho amato di
trattenere il pianto e anche di piangere. Mai stato speciale, no. Ho amato il pane fresco e la perfezione
di certe forme. Ho amato d'amare. E odiare, qualche volta, certo: non sono speciale.
Neanche adesso, che  notte fonda.
Non sono stato un figlio speciale, ho abbandonato presto la casa dove sono nato, subito dopo la
morte di mio bisnonno.
Non sei speciale, ma a tuo modo lo sei. Questo l'hai detto spesso, mamma. Ma forse dipendeva
proprio dal fatto che eri mia madre e che non volevi dichiararmi, dichiararti, un fallimento. Ma forse
no, forse davvero pensavi a tutto quello che avrei potuto essere e che, disperatamente, non ero affatto.
E davvero vedevi dentro di me qualcosa che nessuno aveva mai visto, che nessuno poteva nemmeno
lontanamente immaginare.
Mi hai tolto da me. Hai posato sul mio petto il palmo aperto della tua mano. Con un gesto
preciso. E adesso credo di capire che volevi indicare uno scrigno, un posto segreto, un tesoro.
Poi dopo, quando ho capito, mi sono alzato in piedi all'improvviso, e sapete che ho fatto? Ho
acceso la televisione. Era a colori, incredibile, in quel posto di sofferenza. Cos improvvisamente la
penombra della stanza venne illuminata da immagini mute di un quadro che conoscevo fin troppo bene:
ritraeva san Matteo nell'atto di ricevere, dall'angelo, l'ispirazione per il suo Vangelo. Ecco, mi dissi, e
guardai senza nemmeno la forza di recuperare le cuffie posate l accanto. Tuttavia c'era davvero poco
da ascoltare se non una leggera aritmia che mi affaticava il respiro come se, improvvisamente, il peso
di qualunque rivelazione mi si fosse riversato addosso.
Capii che Matteo Levi, in quel preciso frangente, quando gli dissero che toccava a lui, dovette
sentirsi immensamente vecchio, quasi vicino alla morte, debole di una debolezza tremenda.
Quelle immagini guardavano me con precisione. E io guardai loro. Hai diciotto anni, mi dissi. 
notte fonda, mi dissi. Cercando di gustare quel nuovo silenzio che dipendeva dal dissolversi
velocissimo dell'ultimo sussurro.
Tocca a te.
A me.
Non sarebbe corretto dire che il vecchio fosse gi santo nel momento in cui l'angelo lo
raggiunse. Noi giudichiamo dopo cose accadute prima. E ci facciamo vanto di aver previsto quello che,
al contrario, ci ha colto alla sprovvista. Ci sembra minore il pericolo avvertito che quello clandestino.
Ci sembra pi sicura la categoria del sapere e pi incerta quella del non sapere. E invece accadde che
nell'angoscia della sua missione, il vecchio dovette subire l'imboscata. E per quanto, dentro di s, si
vantasse di possedere tutta l'esperienza sufficiente per non stupirsi davanti a niente, quando l'angelo gli
cammin sul petto ebbe paura, ma non tanto di morire, quanto che quella pressione tremenda lo
costringesse a liberarsi di tutto ci che, nel corso della sua lunga vita, vi aveva custodito. Perci
anch'io, credo, ho fatto quel che ho fatto: nella notte, dopo aver teso l'orecchio verso il nulla di sonni
indaffarati che proveniva dal profondo della corsia, dopo, ho acceso la televisione. A colori. E nello
schermo  apparso lo sguardo corrucciato del san Matteo di Caravaggio, quando ancora non sapeva di
essere santo e non immaginava minimamente che avrebbe potuto scrivere un Vangelo.
Poi mi sono reso conto che quell'immagine non aveva musica, non aveva voce. E ho capito che
quanto pi pensavo di guardarla, tanto pi era lei che mi stava guardando. Quasi sapesse che c'era un
motivo preciso per commiserarmi. Hai diciotto anni, diceva: Tocca a te.
Ecco, non  che non lo sapessi, ma nell'attimo che pass dall'avvenire delle cose al
comprendere che erano avvenute, trascorse, prosaicamente, tutta la mia vita. Quando l'erba colorava le
mani; quando vidi me stesso sul seggiolino a forma di pony del barbiere mentre la mia pelle conosceva
la freddezza del rasoio; quando senza che avesse un nome, potevo tuttavia gi sperimentare quello che
poi mi abituai a chiamare strazio della separazione; quando la felicit perfetta si palesava sotto forma di
risata convulsa. Tutte quelle illusioni, quelle finte conclusioni, si vuole mantenerle in petto come forme
di perpetua, inconsapevole consapevolezza. Perch  giusto provenire da qualche parte, e in qualche
parte andare a morire. Da qualche parte andare dopo morti. Dopo, appunto.
Ve l'ho detto cosa feci. All'inizio nemmeno mi resi conto che da quelle immagini non
sgorgasse nessuna voce, solo mi parve naturale aspettare un tempo perch il suono scaturisse, ma
niente. Cos vidi che lo spinotto delle cuffie era collegato all'apparecchio, e davvero non mi sentivo
abbastanza in forze per alzarmi e andare a prenderle a pochi passi da me.
Certo avrei dovuto capire che in quel posto di silenzi nessun apparecchio televisivo possiede
una voce, un suono, ma una luce propria s. Una scia che vira nell'azzurro e che vanifica qualunque
ipotesi di stabilit. Tocca a me? A te. Proprio a te.
Eppure sembra non debba succedere mai. Una notte come questa  l'esito estremo. Pensate un
po', io che lotto contro il mio angelo, o il mio demone che sia. Lui che mi affronta senza mostrare armi,
tendendo i palmi come per invitarmi a un abbraccio innocuo, palesandosi da un non luogo, ma
rivelando carne, ossa e peso. Cos  fatto l'angelo con cui mi tocca combattere. O il demone, non lo so:
un tempo erano esattamente la stessa cosa. Non sono uno speciale, ho ricordi vaghi della tassonomia
celeste. So che i serafini hanno nello sguardo l'estasi di perdersi in Dio mentre i cherubini sono
sfrontati e luminosi. Ma oltre non vado.
In ogni caso quello che ho davanti non porta armi, ma  esattamente come se fosse armato fino
ai denti. Lui mi guarda e a me tocca subire ogni fendente, perch questa  una lotta che non  una lotta,
senza un rituale, senza rispetto:  l'oscenit della morte.  cos che succede, no? A ciascuno
toccherebbe di guardare in faccia la propria madre che sta morendo. Poi certo capita che qualcuno non
si presenti a quell'appuntamento. Capita, certo.
Oh, non voglio giudicare, queste sono cose che non si possono decidere finch non avvengono,
come i cardi: che non li vedi finch non ti hanno punto. Non si possono decidere. Eppure tu stai
facendo tutt'altro, stai fingendo che niente possa capitarti, magari sei a cena fuori, o sei l che stai
strigliando un sottoposto, o subendo gli insulti del tuo capo; magari stai aspettando che il tuo bambino
finisca l'allenamento, e ti sembra cos esile, ti sembra che a differenza di tutti gli altri lui abbia ancora
bisogno di te. Magari stai facendo l'amore, o magari la posta a una moglie che credi infedele.  giorno
forse, o pomeriggio inoltrato. Potresti essere dentro all'incertezza infingarda della luce serale, assalito
da un battito di malinconia. O in pieno sole, mezzo nudo, esposto agli sguardi mezzi nudi altrui. Questo
semplicemente: la tua vita sta scorrendo. Hai aperto la porta finestra della cucina per farvi entrare luce
e aria buona quando una lucertola ti s'infila in casa, e va a rintanarsi sotto al frigorifero. Hai sistemato
il vano garage e ti ritrovi a guardare vecchie fotografie di quando pensavi di essere assolutamente
mostruoso e invece eri accettabile, persino bello, con tutti i capelli in testa e neanche un filo di pancia;
poi, proseguendo in questa scarnificazione, trovi le foto di quando eri certo di essere bellissimo,
irresistibile, elegante, e capisci che, al contrario, c'era semplicemente da vergognarsi. Insomma sei l
che consideri fino a che punto le cose ti sfuggano, quanto ci che credevi di aver tenuto sotto controllo
di fatto sia definitivamente andato per la sua strada, ed ecco che ti arriva una telefonata.
Non ti preoccupare, mi dice. Ma quella voce che sento, quel suono lontanissimo, gi mi sembra
avviato per un viaggio senza ritorno. Come quando la tua bambina si volta per salutarti prima di entrare
a scuola. Come l'attimo prima che tu ti decida a strapparti dalla carne un cerotto attaccato alla crosta
della ferita. Non ti preoccupare. E io certo non mi preoccupo. Perch dovrei? Ho qui davanti una figura
inerme che mi mostra i palmi nudi. Non c' niente che possa farmi pensare che la mia incolumit sia a
rischio. Niente. Eppure, a pensarci bene, quelle mani avanti sono terribili come quella frase al telefono:
Non ti preoccupare.
Per la precisione qualche giorno prima ci fu un messaggio nella segreteria telefonica: Sono la
mamma, qui va tutto bene. E lo disse come se avesse motivo, o ragione, di credere che io pensassi il
contrario. No che non lo pensavo. Esattamente come capit al vecchio apostolo quando non poteva
sapere che sarebbe diventato santo, e quindi non poteva dare un senso allo sguardo preoccupato
dell'angelo. E fu colto totalmente di sorpresa quando si rese conto che quelle sue mani nude, offerte,
mostrate, nel loro incorporeo candore, potevano fendere la carne come una lama affilatissima. Quando
cap, nella sua polpa, che la spada infuocata era solo un'immagine del calore d'inferno che quelle
palme angeliche emanavano. Dunque l'angelo lo guard e gli porse le mani, come a dirgli: Non hai
nulla di cui preoccuparti, vecchio. E lui lo guard a sua volta per dire: E di cosa mai dovrei
preoccuparmi? Ma un istante dopo, precipitato a terra in seguito a un fendente terribile, cominci a
guardarlo con terrore. E quando quell'altro, che pareva poco pi che un ragazzo, prese a saltargli sul
petto, comprese fino a che punto possa far male prendere coscienza di tutte le cose che abbiamo
custodito dentro di noi. E quanto, quanto, i tempi nuovi si prendano licenza di aggredire i tempi
vecchi...
Rivelazioni terribili scaturirono da quell'agguato: di quando l'avidit prese il sopravvento; di
quando, artatamente, indoss lo stesso sguardo ingenuo che provava e riprovava dentro di s per i
debitori insolventi da pignorare; di quando bar sul peso del metallo o sulla percentuale del cambio; di
quando, senza mai perdere il sonno, trad e trad ancora...
Fu costretto a rigurgitare tutte le scritture e le letture che aveva in petto; ingoiate certo, ma mai
digerite. Perch, diceva il ragazzo maledetto  cereo, morbido, ma freddo e incorruttibile come marmo
, il suo vecchio corpo, la sua carena, doveva lasciar posto a letture e scritture pi alte, pi nutrienti di
quelle che avesse mai fatto.
La maledizione  percepire. Peggio che sapere. Peggio che ignorare. Avere dalla propria parte
l'esercito delle parole e delle connessioni: Sono la mamma, qui va tutto bene. E il tono di voce dove lo
mettiamo? Certo magari alterato dalla pessima qualit della registrazione, certo colmo di imbarazzo per
dover parlare intimamente a un nastro magnetico. Lei era fatta cos: la maggior parte delle volte,
appena sentiva partire la segreteria telefonica, riattaccava. Quindi decidersi a lasciare un goffo
messaggio rassicurante, superando ogni evidente imbarazzo, era gi, di per s, un messaggio
inquietante.
Certo c' tutta la giostra delle premonizioni, quando dici a te stesso che non eri impreparato.
Avevi fatto un brutto sogno  per esempio d'essere travolto da un fiume in piena mentre tenti di
attraversarlo in macchina, ma quale macchina? Sei stato tutto il giorno di malumore senza un motivo
ben preciso; la giornata si era annunciata tremenda da subito  brutto tempo anzich sole, la camicia
che avevi deciso di indossare  indelebilmente macchiata; il bar di fronte a casa  chiuso per turno; non
c' nessuno che ti guardi con amore, anche il pi sconosciuto dei passanti ti osserva come se sapesse in
quale abisso stai per cadere. Alla mia prozia Marianna tutto questo premonire sembrava logico.
Ecco, torni a casa, con questa ridda di connessioni forzose, stai per dire che una volta tanto ti sei
sbagliato... E c' un messaggio nella segreteria.
Sono la mamma, qui va tutto bene. Scandito come farebbe una bambina alla prima recita
dell'asilo: silenzio, imbarazzo, sospiro, poi la prima parte di getto, Sono la mamma... Ancora silenzio,
perch, si sta chiedendo lei, quando non  in casa semplicemente non risponde? Perch devo subire
quest'onta di parlare al nulla come se fosse lui a rispondermi? Cos, in quel silenzio, c' quasi il
tentativo strenuo di riattaccare. Ma poi, si dice ancora, se riattacco si preoccupa e magari pensa chiss
che cosa... Qui va tutto bene. Perfetto, riattacca.
Nel giorno delle precognizioni per esempio a Matteo capit di sentire l'ennesimo messia, uno
dei tanti che avevano dichiarato buone novelle dalla scalinata del Tempio. E questo diceva qualcosa in
merito al fatto che era venuto in Terra per inimicare il padre e il figlio, il fratello e il fratello, il sangue e
il sangue. Passando di l, Matteo Levi scosse la testa perch sentiva quelle cose terribili dette con voce
tranquilla. E fu proprio quella discrepanza di tono e contenuto che gli fece paura. Per tir dritto e non
si volt, ma sent comunque lo sguardo di quell'ennesimo messia su di s, tanto che per un istante
temette che si trattasse, di e di, di quello vero.
Qualche tempo dopo, quando pot guardarlo, diede una consistenza a tutto quell'incerto che
pure aveva cos ben capito mentre passava davanti al Tempio. Avvert in pieno la maledizione di
percepire. Questa coscienza mi porter alla morte, disse. Non sar pi lo stesso, disse. E lo disse come
se fosse una constatazione talmente palese da non ammettere alcuna incertezza. Con voce calmissima
lo disse, sperimentando, esattamente, quell'atroce separazione del s da se stesso. Cos si parl, e gli
sembr che qualcun altro gli parlasse.
A questa condizione non c' rimedio: tu vedi che accade, poi accade a te. Tu lo dici a qualcuno
e poi, qualcuno, lo dir a te.
Tocca a te.
A me.
Tocca a te. A me tocca, in questo momento, fingere qualche sorriso. Contornare il dolore sordo
con un'alzata di spalle per chiarire che quanto non ci si dice  l che urla. Sto morendo? mi hai chiesto,
a un certo punto. E io ho scosso le spalle, come se quella domanda fosse la pi lontana delle ipotesi che
si potessero mai ipotizzare. Eppure la morte, l'agonia, erano l acciambellate ai tuoi piedi come un
gatto che non si riesce a scacciare. Questo accade una notte: che dopo giorni e giorni di mutismo,
finalmente, con una voce nuova nuova, chiedi: Sto morendo?
Ma l'angelo fece no, non stai morendo vecchio, stai rinascendo.
E io? Io ti risposi che morendo stiamo tutti. Provando a sorridere.
Cos tu mi hai guardato e io mi sono accorto che quegli occhi velati dal liquido ascitico erano,
improvvisamente, ritornati chiari e liquorosi come nella foto dipinta a mano che da sempre era appesa
in camera da letto.
E che donna meravigliosa eri stata: che donna meravigliosa eri. Anche adesso, ridotta a una
bimba, con la pelle buttata alla rinfusa sopra lo scheletro. Con i capelli spenti, ma ancora tanti.
Vai a dormire, mi dici.
E io che no, io a dire che se non dormi tu, non dormo neanche io. E tu: Dormir a lungo tra
breve.
Senza capirlo capisco che tutto sta cambiando. Ora sei vigile, rispondi a tono. Hai la mente
pronta. La battuta giusta.
Per un istante mi rincuoro, poi mi accorgo che l'angelo maledetto mi sta coprendo gli occhi. Ha
fatto brandelli del mio corpo. Ha schiacciato il mio amor proprio fino a farmi desiderare un dolore in
affitto, dentro all'appartamento della mia carne. Mi ha obnubilato fino a farmi temere qualcosa che 
assolutamente inutile temere.
Infatti, improvvisamente, con chiarezza, come se fossi io a morire e tu a vegliare, mi dici: Non
aver paura. Mi dici che sono un bambino, che sono dovuto crescere troppo in fretta.
L'angelo fa cenno al vecchio perch si sollevi. E lui si rende conto che, a differenza di quanto
pensasse,  in grado di alzarsi, cos leggero com' diventato, senza il peso dei suoi segreti, dei suoi
anni. Davvero sembra rinato. Davvero la fiamma che gli scorre addosso gli incendia i capelli, e le
ciglia, come una vampata da cui ci si sia ritratti in tempo.
Ecco, per un istante non ho pi paura: tutto sembrerebbe ritornare a quell'armonia che questa
notte, lunghissima, pareva voler spezzare. Il tuo viso  di nuovo piano, disteso. Per cinque minuti
parliamo fitto fitto. Abbiamo ricordi in comune che non combaciano affatto. Tu ricordi del primo
giorno all'istituto Ferdinando Podda, di quando io piangevo perch non volevo entrare in classe, e io
invece mi ricordo di te che piangevi, cercando di non farti notare, quando mi lasciavi nel cortile della
scuola. Io ho ben chiaro che la faccenda della mia sparizione non era stata nient'altro che
allontanarsi per pochi minuti dal raggio di controllo del tuo sguardo; e tu invece ricordi che mi cercaste
per ore. Che risate, ora, madre e figlio, siamo al punto estremo della compenetrazione, all'apice della
sovrapposizione. Non capiter mai pi che noi due, fuori da qualunque anagrafe, ritorniamo ad avere
esattamente la stessa et; non capiter mai pi che i nostri ricordi abbiano pari dignit. Ci siamo portati
esattamente dove siamo.
Da ora tu rinasci e io, a poco poco, muoio.
...
FINE.
...
.
...
Nota dell'Autore.
.
Stirpe.
Dallo schermo a colori un particolare dello sguardo di san Matteo, cos come l'ha immaginato il
pittore:  il momento in cui, finalmente arreso, ascolta con grande attenzione l'angelo mentre enumera
la genealogia di Ges Cristo...
... Abramo gener Isacco, Isacco gener Giacobbe, Giacobbe gener Giuda e i suoi fratelli,
Giuda gener Fares e Zara da Tamar, Fares gener Esrm, Esrm gener Aram, Aram gener
Aminadb... E cos via sino alla constatazione che da Abramo a Cristo passano per due volte
quattordici generazioni, la prima da Abramo fino alla deportazione a Babilonia, la seconda dalla
deportazione a Babilonia a Cristo...
Tieni il conto, vecchio? E Matteo fa cenno di s che ora  tutto chiaro e che, con i numeri e i
conti, lui ci sa fare. Ma non deve essere in alcun modo distratto.  attento come uno scolaretto e ha
perso qualunque sicumera, quell'angelo l'ha ammansito a dovere. Passato il momento dell'azione
arriva quello dell'ascolto, e poi ancora, per sempre, viceversa: dall'ascolto all'azione, e poi...
Nel ragionamento celeste siamo poco pi che bambini a cui bisogna ripetere all'infinito lo
stesso concetto. E dentro quella ripetizione c' comunque la variazione, cosicch noi si possa pensare
di vivere in esclusiva qualcosa che  di ognuno. A furia di ripetere, da vecchi, scopriamo d'essere meno
speciali di quanto abbiamo mai creduto di essere. Scopriamo che tutti ugualmente si muore e questo
ripetersi infinito non  nient'altro che negazione dell'evidenza.
Ripeti, dice l'angelo al vecchio, ora tocca a te. E lui ripete: Abramo gener Isacco, Isacco
gener Giacobbe, Giacobbe gener Giuda e i suoi fratelli, Giuda gener Fares e... Va bene, va bene, lo
interrompe il ragazzo.
Qualche volta ci capitava di incontrare qualcuno che tu affermavi io dovessi conoscere. E io
sempre negavo la circostanza. Anche questa volta, tu riconoscesti bene quel passante e io affermai di
non conoscerlo, ma solo perch avevi ripreso a sorridere. Per tanto tempo ti eri limitata a guardare un
angolo della stanza con le sopracciglia aggrottate. Sembrava che in quell'angolo invisibile accadessero
cose straordinarie e che tu non volessi distrazioni... Sembrava che tu seguissi un filo e sentissi una
voce. Sembrava che stessi l ad assistere alla tua storia che si compiva: Michele Angelo e Mercede
generarono Pietro e Paolo, Giovanni Maria e Franceschina, Luigi Ippolito, Gavino, Marianna; Luigi
Ippolito e Erminia generarono Vincenzo, Vincenzo e Cecilia generarono Cristian...
Cristian e Maddalena genereranno Luigi Ippolito...
Va bene, si ricomincia.
 possibile che nel corso di questa storia vi siate imbattuti in combinazioni veridiche di nomi,
cognomi e circostanze: sono solo combinazioni.
...
FINE.